Dove sei stanotte – Alessandro Robecchi

Carlo Monterossi, il fortunato creatore del programma per la televisione spazzatura “Crazy Love”, non riesce a tenersi fuori dai guai. Durante la sua festa di compleanno trova in appartamento un uomo orientale in stato confusionale a seguito di un trauma, esattamente lo stesso uomo che viene poi trovato morto nella sua auto. Temendo di essere incolpato come responsabile Carlo Monterossi decide di darsi alla macchiadove sei stanotte con l’aiuto dell’amico Oscar sperando, nel frattempo, di fare luce sull’omicidio.

Secondo capitolo della serie di Monterossi dopo Questa non è una canzone d’amore, lo stile di Robecchi si dimostra ormai consolidato nella costruzione della storia. Come nel precedente infatti imbastisce una trama in cui non si capisce praticamente niente fino alla fine, quando mette insieme i pezzi di tutta l’elaborazione che si è impegnato a definire. Il personaggio di Carlo Monterossi, fino a questo punto, ha diverse peculiarità date più che altro dal commento del narratore o da alcune sue passioni (quella per Bob Dylan, per esempio), piuttosto che da una delineazione psicologica e di comportamento di forte impatto. Infatti, al contrario di altri, di per sé risulta un protagonista piuttosto anonimo e non molto caratterizzato, se non da una serie di azioni che compie o dalle emozioni, che solo parzialmente permettono di avere un’idea chiara della sua personalità in senso forte, come qualcosa che esca prepotentemente dalle pagine.

Tipo Montalbano o Rocco Schiavone per intenderci.

L’idea è buona e ben sviluppata però non sempre risulta avvincente ma, piuttosto, leggermente statica e con eventi non sempre significativi e un po’ tirati a riempitivo per arrivare ad obiettivo “fine”. Come nel precedente anche qui non si chiude con il botto ma si rimane ad un livello che non alza e non abbassa il tono, tuttavia molto lineare e pulito. Nel complesso una lettura piacevole e d’intrattenimento anche se con poca verve e troppa ciccia ad ingrassare anche se è evidente un generale lavoro di scrematura e sfoltimento che, rispetto a Questa non è una canzone d’amore, lo rende più  essenziale, senza il superfluo (parzialmente rimasto) che si respirava nell’esordio, pur con lo stesso inconfondibile stile narrativo.

Secondo me....

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