Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

Macondo è un piccolo paesino situato in mezzo alle paludi e alla boscaglia colombiana fondato da José Arcadio Buendía e dalla moglie Ursula Iguarán insieme alle famiglie di altri amici. Isolati dal resto del mondo, ricevono solo le sporadiche visite della carovana gitana di Melquíades il quale ogni volta si presenta con una nuova invenzione e con informazioni sull’alchimia dalla quale José Arcadio Buendía rimane profondamente cent'anni di solitudineaffascinato fino a studiarne febbrilmente i segreti. La coppia ha due figli, Aureliano e José Arcadio, i quali portano avanti il nome dei Buendía in maniere differenti, seguendo ognuno il proprio destino personale indissolubilmente legato a quello famigliare, che finisce per tramandarsi ai discendenti fino alla settima generazione.

Romanzo ormai divenuto celebre come manifesto della letteratura sudamericana, insieme agli scritti di altri arcinoti come Cortázar, Borges e Fuentes (a cui Márquez fa riferimento citando Artemio Crurz [p.259], omonimo protagonista del romanzo La morte di Artemio Cruz), che tuttavia non sembrano aver avuto lo stesso successo commerciale e nemmeno gli stessi riconoscimenti poiché, pur con numerosi meriti culturali, nessuno di loro ottenne il prestigioso Premio Nobel per la letteratura come Gabo.

Cent’anni di solitudine si inserisce nel genere letterario del realismo magico il quale consiste nella presenza di elementi di tipo magico (ma va?) inseriti all’interno di una cornice prettamente più realistica. Se in alcuni scrittori ascrivibili a questo genere, come i già citati Borges e Cortázar, spesso si spingono ai confini dell’assurdo o nel soprannaturale (ma con estrema eleganza), Márquez si ferma realmente ad aspetti di fascino più magico ed esoterico, come una mappa di coincidenze superstiziose di cui sono intrise tutte le culture del mondo e che fanno da inconsapevole metro interpretativo della realtà per tutte le persone, in piccola o larga misura, come parte indissolubile di una saggezza popolare che permane nei rudimenti basilari, anche di fronte allo scetticismo e alla scienza. Senza andare a scomodare grandi sistemi è come se in Márquez il magico fosse a livello di oroscopo e tarocchi mentre negli altri ci si spingesse sul livello da sedute spiritiche. Non si tratta né di un pregio e nemmeno di un difetto, solo due differenti atmosfere che si possono respirare nella lettura di questi romanzi.

L’idea di base della trama nel ripercorrere cent’anni all’interno di sette generazioni famigliari e lo sviluppo stilistico sono senza dubbio estremamente originali, la prosa è scorrevole anche se a volte vagamente dispersiva. La scelta di usare praticamente sempre gli stessi nomi per i protagonisti è senza dubbio efficace da un punto di vista concettuale, nel momento in cui si vuole rimarcare non solo l’appartenenza ad un ceppo ma anche l’evento di portare su di sé l’inevitabile destino che accomuna tutti coloro che portano un preciso nome, fatto che indirizza verso un profilo caratteriale definito come un’eredità ineluttabile, tramandata nelle generazioni successive a partire da un capostipite comune nell’eterno ripetersi ciclico di esistenze segnate.

Un secolo di carte e di esperienza le aveva insegnato che la storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili, una ruota che girava e che avrebbe continuato a girare per l’eternità, se non fosse stato per il logorio progressivo e irrimediabile dell’asse.

Dall’altra parte, per forza di cose, dopo un po’ non si capisce più una mazza visto che si chiamano tutti Aureliano, José Arcadio e Arcadio.

Ai tempi del liceo un compagno mi disse che era stupendo perché era (o “c’era”) la storia di un tizio con il cazzo enorme. Considerato che la cosa viene detta tre, quattro volte, per uno solo dei membri (e qui si va di sottili doppi sensi) della famiglia (forse due visto che nomen omen) nell’arco di quasi 350 pagine, direi che fare un’affermazione simile è come leggere un articolo di giornale sulla politica interna e ricordarsi solo che da qualche parte c’era scritto “panino al salmone”. Poi è lecito ricordarsi quello che interessa e far caso ai particolari, ma tenere a mente solo quel dettaglio e riportarlo come il punto più alto di un romanzo è quantomeno riduttivo.

O demenziale, che forse è più appropriato.

Il mondo creato da Márquez è brillante ed incisivo dal punto di vista iconografico ma risulta, a mio parere, più scarno da quello emozionale. Intellettivamente ci si arriva senza troppi problemi a comprendere le solitudini dei personaggi del titolo e la parola stessa “solitudine” riferita ad alcuni di loro viene effettivamente ribadita in più occasioni, ma non si percepisce come volgarmente si dice, di pancia, nel senso che non toccano il lettore, non gli frullano le budella ma lo lasciano davanti più all’idea dipinta di un destino rappresentato simbolicamente per un massimo sistema, come una grande allegoria, più che un intenso vissuto emotivo.

A prescindere da questo si tratta di un’opera classica estremamente influente ed imprescindibile per l’originalità e lo stile perché Gabo, attraverso la narrazione di Macondo e dei Buendia, ha costruito un immaginario unico al mondo attraverso uno stile inconfondibile.

Nota a parte: Per tutti gli amanti (compreso il sottoscritto) del film “Il corvo – The crow” del 1993, quello da cui è tratta la frase che per generazioni le adolescenti (intorno alla mia leva) si sono divertite a scrivere ovunque su diari, carta volante, muri, pareti dei cessi, stati online dopo l’avvento dei social in un tripudio di sofferenza emo, la frase “Non può piovere per sempre”, tratta appunto dal suddetto film, per loro c’è una piccola coincidenza: nel 1967 in Cent’anni di solitudine il buon Gabo scriveva qualcosa di molto simile con “Non può piovere tutta la vita“.

Eppure la frase detta dal compianto Brandon Lee/ Eric Draven suona meglio.

Sarà perché ci è stato fatto letteralmente un lavaggio del cervello sfrangimaroni per anni, al punto da detestare una frase ormai inflazionata e forse pure banale.

4 pensieri su “Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

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