Il dono – Vladimir Nabokov

Fëdor Godunov-Čerdyncev è un aspirante scrittore di origini russe che risiede a Berlino. Le sue velleità artistiche ricevono una notevole spinta quando riceve una chiamata in cui viene invitato ad una festa per leggere critiche favorevoli ad alcuni suoi componimenti poetici salvo poi scoprire che si trattava di un “Pesce d’Aprile” perché, al contrario, il suo testo non è stato ritenuto degno di attenzione da nessuno..

Questo è l’antefatto con cui inizia l’ultimo romanzo di Nabokov scritto in lingua russa durante la sua permanenza a Berlino (allo stesso modo del protagonista), tra il 1935 e il 1937, considerato l’addio al mondo che si stava lasciando alle spalle prima di trasferirsi negli Stati Uniti e iniziare a scrivere in inglese tutta quella parte di produzione che lo renderà più noto al pubblico (principalmente per4D2y4 Lolita, da cui fu tratto l’omonimo film di Kubrick). Proseguire oltre nell’aggiungere dettagli alla trama sarebbe piuttosto inutile perché le 450 pagine che lo costituiscono rappresentano probabilmente (la possibilità è d’obbligo perché andrò a paragonarlo con qualcosa che conosco ma non ho mai letto) un accostamento alla recherche di Proust nel suo lavoro di scavo in un passato fatto di sensazioni e ricordi lontanti di stampo autobiografico, che si mescolano alle vicende di un personaggio di fantasia (alter ego dell’autore?) in una struttura narrativa che vuole riprendere il nastro di Möbius (cinematograficamente visto in Strade Perdute).

Spinto dalla voglia di non leggere necessariamente l’opera più famosa (con quel sapore vagamente “commerciale”) e dietro suggerimento indiretto di Luttazzi che in una intervista prima definisce le sue metafore “iridescenti” e in possesso di una “grazia sovrannaturale” e poi conclude “È conosciuto soprattutto per “Lolita”, ma il romanzo che rappresenta meglio il suo mondo, la sua abilità tecnica e la sua poetica è “Il Dono”“, decisi di comprare questo romanzo.

Dopo 5 anni trascorsi a stagnare sul mio comodino finalmente trovo l’ispirazione per affrontare il tomone e mi sono trovato di fronte ad un libro veramente molto difficile.

Partendo da un punto di vista banalmente becero e profano è decisamente ostico da leggere. Lo stile è indiscutibilmente superiore ma non particolarmente accessibile, il che lo discosta di molto dalla media di altri scrittori russi come Tolstòj, Bulgakov, Puskin, Dostoevskij e Gogol’ (diverso discorso per Turgenev) che saranno pure terribilmente prolissi ma sono anche allo stesso tempo estremamente scorrevoli e fruibili più o meno da chiunque non si faccia scoraggiare dal peso monumentale della carta. Ne Il dono invece si sente tutto il peso di un talento stilistico che ricade sul lettore medio a tratti come un’incudine tra capo e collo (o tra i maroni che dir si voglia) ma che riesce anche a risollevarsi nei frangenti in cui la narrazione si fa suggestiva e più coinvolgente in maniere improvvise e inaspettate: il triangolo amoroso, la figura del padre, il sogno, il finale.. Altrimenti ci si perde nella densità delle descrizioni, nei dettagli, negli approfondimenti in una sensazione di smarrimento totale fino al subdolo insinuarsi del dubbio illegittimo che non si stia parlando di niente.

Non solo, ma quando si tirano le fila di tutto sul finale con alcune riflessioni sul destino viene anche quasi da pensare “ma come, 450 pagine per arrivare solo a questo?”

Ovviamente è un errore ma non è questo il problema.

La questione principale relativa a Il dono viene infatti spiegata nella postfazione di Serena Vitale (saggista e docente di letteratura russa) in cui si fa chiaro che è un libro la cui lettura necessita di una prepazione tale nel cogliere allusioni, citazioni camuffate, rimandi ecc., ottenibile solo per chi abbia “con la letteratura russa una lunga dimestichezza, un’amorosa confidenza“, persone che “in Italia si contano sulle dita della mano (ma non scoraggiamoci, anche in Russia occorono poche centinaia di mani per il calcolo)“. In sostanza, un libro di cui solo pochi eletti potrebbero avere una piena esperienza nel “godere” della sua impalcatura di precisione scacchistica, dell’eleganza della sua costruzione, del talento colto di Nabokov in tutti i suoi giochi attorno alla vera protagonista: la letteratura.

Per quanto mi riguarda a quel gruppo di eletti nemmeno mi posso avvicinare e quindi rimane tutto piuttosto oscuro o a malapena accennato. La grandezza è concreta ma per ora osservabile solo a distanza e senza poterne raccogliere più di tanto lo sforzo. Tutto il resto rimane dietro un alone di elegante ironia (” [..] la supplico, da amico: non cerchi di pubblicare questo libro se non vuole rovinare la sua carriera letteraria, e ricordi quello che le dico: tutti le volteranno le spalle>>. << Io ho un debole per le nuche. >>) e considerazioni a ragion veduta profetiche (“Un vero scrittore dovrebbe infischiarsene di tutti i lettori salvo uno: il lettore futuro, che a sua volta è soltanto un riflesso dell’autore nel tempo“) mescolate in un labirinto di suggestioni e riflessioni, semplicemente pregne.

A me purtroppo rimane solo una sensazione di profonda impreparazione e di carenza di strumenti ma, del resto, “La vita non è stata nient’altro che la preparazione a un esame a cui si arriva comunque impreparati.

Quindi…

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Secondo me....

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