Padri e figli – Ivan Sergeevič Turgenev

Arkadij è uno studente di San Pietroburgo che ritorna nella tenuta del padre Nikolaj Petrovic in compagnia di Bazarov, un amico che si definisce “nichilista”, il quale con il suo atteggiamento provocatorio attira su di sé le antipatie dello zio di Arkadij, Pavel Petrovic, un aristocratico fanatico e sostenitore della nobiltà in tutte le sue forme. A causa degli screzi tra quest’ultimo e Bazarov i due amici decidono di andarsene e finiscono per passare molto del loro tempo presso la tenuta di Anna Odincova e della sorella Katja, verso cui i due giovani iniziano a provare dei sentimenti di attrazione non propriamente corrisposti che condurranno i due amici verso destini differenti.

Il motivo principale della notorietà di questo romanzo datato 1862 è che fu uno dei primi ad affrontare l’argomento del nichilismo facendolo diventare un tema di natura più popolare.turgenev Bazarov, in quanto nichilista, è “un uomo che considera tutto da un punto di vista critico” e “che non si inchina di fronte a nessuna autorità, che non assume nessun principio come fede, indipendentemente dal rispetto da cui questo principio è circondato” mentre agli occhi di Pavel Petrovic “prima erano dei semplici coglioni, adesso d’un tratto sono diventati dei nichilisti!“. Oggettivamente questa parte iniziale è la più “divertente” perché non solo rende l’idea di quanto gli screzi generazionali tra padri e figli siano sempre uguali (e sempre gli stessi) ma anche perché nel leggerlo ora si respira un forte senso di anacronismo. Il nichilista osteggiato dai parenti reazionari di allora, i quali lo vedevano come una sorta di pazzo ribelle,  avrebbe ora la stessa carica anarchica di un trisnonno sulla sedia a rotelle, fichissimo probabilmente, ma pur sempre un vecchio che se fosse ancora vivo sarebbe pronto a bacchettare le nuove generazioni “perché ai suoi tempi non si credeva in nulla e ora invece si crede a tutto, i giovani non hanno rispetto e portano i capelli troppo lunghi, corti” e chissà che cazzo altro. E’ ironico immaginare Bazarov che, vestito elegantemente, di tutto punto, con un linguaggio colto e forbito, dichiara un suo formale “non inchinarsi di fronte a nessuna autorità” mentre adesso dovrebbe confrontarsi con persone che vogliono sbiancarsi il buco del culo e che lo scambierebbero per un punk pensando che sia l’equivalente di un anarchico o, nella migliore delle ipotesi, uno dei nichilisti de “Il grande Lebowski” ruttandogli in faccia tutto il loro odio per il mondo. Ribellarsi ai padri è necessario, ma ogni gesto trasgressivo diviene in fretta un conformismo alla propria generazione il quale a sua volta sarà simbolo di un modo di essere reazionario per i figli, che prenderanno le distanze da noi con gesti estremi come farsi sostituire un braccio con un decespugliatore e magari l’altro con una motosega, per poi scoprire che già lo aveva fatto un decrepito vecchio negli anni ’80.

Turgenev è indiscutibilmente un maestro russo eppure non convince come Tolstoj, Dostoevskij o Bulgakov, nemmeno come il suo predecessore Puškin. Affascina in alcuni frangenti eppure non riesce a conquistare fino in fondo rimanendo in una sorta di alone anonimo che non fa respirare l’aria di grande narrativa russa che arriva a grandi folate in altri scrittori. E’ come se ci fosse un’impercettibile imperfezione stilistica, un qualcosa che accompagna ma non trasporta, che in maniera indefinibile lo rende un “minore”. I personaggi si spostano e si muovono per dare dinamicità alla narrazione ma è come se non facessero nulla. La narrazione prende corpo e anima solo all’inizio e nel finale, il resto è la ripetizione di una tesi per un’economia quotidiana. Ma non è solo quello. A pag. 49 Bazarov dice “Si sa che la gente dà buoni consigli se non può dare il cattivo esempio.” ed a questo punto e in qualche “Ve’ ” di troppo e in un “chi è che al sa, el versti in chi iem mia segnà […] perché al tirava col testò” che sale il dubbio ci sia anche l’aggravante (o la determinante) di una traduzione discutibile perché la frase sopracitata è di De André (il cui utilizzo è senza dubbio una scelta azzardata e scorretta in ogni caso). Su internet si può infatti trovare in un saggio di Giulia Baselica la quale oltre a criticare alcune scelte stilistiche e indica anche la frase incriminata “na svoem moloke obžegsja, na čužuju vodu duet” traducibile con “se ti sei scottato con l’acqua calda, soffi anche su quella fredda degli altri” piuttosto che con la citazione usata, fuori luogo e che nemmeno conserva il senso a cui avrebbe dovuto far riferimento. Il traduttore Paolo Nori non ha in realtà un curriculum di poco conto in materia (Laurea in lingua e letteratura russa e Premio Internazionale Russia-Italia attraverso i secoli 2009 per la traduzione di Anime Morte di Gogol) ed è pure apprezzabile come autore (seppur con uno stile molto particolare) eppure in questo caso le sue scelte lasciano perplessi e sembrano piuttosto azzardate e fuorivianti. In fin dei conti, come dice Turgenev, “di quel che non si può cambiare, c’è da aver vergogna a parlare.

 

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