Gente di Dublino – James Joyce

Gente di Dublino è una breve raccolta di 15 racconti, terminata da Joyce durante la sua permanenza a Trieste, dalle vicende editoriali piuttosto curiose e travagliate, 18 rifiuti da 15 case editrici diverse, in particolare se si pensa alla fama che in seguito otterrà lo scrittore irlandese. I racconti sono tutti estremamente brevi e scritti in stile realistico, ancora lontani dall’utilizzo del flusso di coscienza nell‘Ulisse che lo renderà celebre in seguito, ma attraversati da una profonda vena critica e polemica nei confronti degli effetti nefasti dellaphpThumb_generated_thumbnailjpg religione sugli uomini. In tutti i racconti si respira infatti la pesante influenza dell’educazione cattolica e delle sue consueguenza morali sulle persone le quali, spesso per questo motivo ma non solo, si ritrovano a vivere una sorta di immobilità che blocca la loro esistenza senza alcuna possibilità di scampo e di riscatto. Joyce stesso si augurava che in questa raccolta aleggiasse uno speciale odore di putrefazione (Daniele Benati – Una storia curiosa – a inizio del testo) e di morte vitale che in effetti si riscontra nella totale mancanza di cambiamento nelle vite di questi dublinesi insoddisfatti che, in un raro momento di consapevolezza, arrivano a capire di essere infelici e di aver sbagliato tutto ma, tuttavia, senza avere la reale possibilità concreta di effettuare alcun cambiamento perché stritolati dalla propria cultura, dal pregiudizio, dalla paura, dall’ignoranza e dalla società costruita intorno a loro. Sono tutte persone ormai morte dentro, come il titolo dell’ultimo racconto della raccolta, e paralizzate dall’incapacità di reagire e dalla superficialità. L’unico favore a loro concesso è quello di poter vivere “un attimo privilegiato in cui la cosa, percepita nell’oggettività materiale del suo apparire, fa scorgere la sua vera essenza“(sempre da Daniele Benati), ovvero quello che Joyce intendeva per epifania. Sono racconti in parte crudi, crudeli e sufficientemente strazianti da risultare disturbanti se portati ad un parallelo con l’esistenza delle persone comuni. Il titolo recita “Gente di Dublino” perché Joyce era irlandese ma potrebbe essere tranquillamente “Gente di Milano“, “Gente di Praga“, “Gente di Parigi” o “Gente di Samarcanda“, che la forza del testo non cambierebbe. C’è qualcosa di banalmente quotidiano nelle situazioni descritte, il quale funge da punto di partenza che accomuna ogni racconto insieme alla quasi totale assenza di trama, da cui tuttavia improvvisamente prende piede una riflessione profonda dei protagonisti (molto più simile ad un pesante giudizio) sulla propria esistenza che tuttavia non porta a nulla. Non fuggono, non reagiscono, rimangono invischiati nella propria melma con  rassegnazione malinconica nel desiderio di essere altrove ma senza il coraggio di fare un passo verso il proprio obiettivo.

Di primo acchito Gente di Dublino risulta piuttosto irritante proprio per queste sue caratteristiche, per questa mancanza di avvenimenti (inizialmente sembra che non parli di un cazzo e poi ci si mette l’anima in pace quando si realizza che è effettivamente così perché i contenuti trascendono i fatti) e per questo stallo vitale che avvolge tutti i personaggi fino a farli risaltare come fastidiosi, mediocri e incapaci : la madre che rovina la carriera della figlia perché vuole il compenso a tutti i costi, la ragazza che rinuncia alla speranza di una nuova vita a Buenos Aires, l’uomo che non ha il coraggio di seguire la sua passione per la poesia, l’uomo che rinuncia all’amore sentendosi sollevato della morte di lei e disprezzandola pure (Ogni legame [..] è una condanna al dolore),.. sono tutte lapidi di esseri umani morti che fanno da monito per i vivi in una specie di Antologia di Spoon River in prosa (che per una bizzarra coincidenza risultano entrambe vicine nell’anno di pubblicazione, avvenuta nel 1914. Seppur per l’opera di Masters quello fosse l’inizio di pubblicazione, visto che uscivano sul periodico Mirror, terminata poi nel 1915). L’impatto al termine della lettura di ogni racconto è ogni volta quello del dire a sé stessi “E quindi?” perché di fatto non succede niente ma è proprio questa assenza di reazione o di fuga a creare prima smarrimento e poi in seguito angoscia per il senso di paralisi stagnante dei suoi protagonisti condannati all’infelicità e ad un brevissimo attimo di consapevolezza che non ha nulla del momento grandioso dei racconti di Carver (che pur si ispira Joyce) ma solo del rumore fragoroso di una disillusione che crolla e cade nel nulla, dove non può essere raccolta e nemmeno ricostruita.

Nel complesso non tutti i racconti funzionano allo stesso modo, alcuni toccano le corde giuste (Eveline, Una piccola nube, Rivalsa, Un caso pietoso, Una madre, I morti) altri rimangono dove sono come istantanee la cui natura (parallela a quella dei protagonisti) è destinata a decadere e svanire. Menzione a parte merita la triste ironia, molto amara, del racconto Rivalsa in cui un impiegato oppresso diviene a sua volta oppressore con modalità che ricordano molto quelle del film “I mostri” di Monicelli, per intenderci. Se durante la lettura mi è capitato di annoiarmi e di perdere il filo, mi sono ricreduto poco per volta, ma soprattutto nel tirare le fila degli intenti di Joyce che, alla luce di quello che i racconti scatenano, sono assolutamente raggiunti.

Il monito finale conclusivo viene dalla riflessione di Gabriel, protagonista de I morti, il quale si dice (senza farla passare in atto concreto) “Meglio passare all’altro mondo baldanzosi, nel pieno rigoglio di una passione, piuttosto che appassire spegnendosi lentamente nella vecchiaia“…..

……che, ad un’attenta lettura, concettualmente ricorda molto  il famoso verso “è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente” della canzone My My, Hey Hey di Neil Young divenuta famosa perché riportata nell’ultima lettera di Kurt Cobain prima di suicidarsi. Non so se il leader dei Nirvana avesse mai letto Joyce ma a questo punto non mi stupirei più di tanto se Neil Young lo citasse tra le sue fonti d’ispirazione..

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