Diari Norvegesi

21 Settembre – Loen              Hey He

Aspettare il tramonto per quasi un’ora è stato emozionante. Di fronte al fiordo ho aspettato che la luce smettesse di accecarmi per poter approfittare di quell’unico momento, di quei pochi istanti prima che cambiasse ogni cosa. Mi sono sentito un bambino. Il freddo pungente era lo stesso di quando ero piccolo, misto al caldo del sole. Sparito oltre alle montagne è arrivato un gelo insopportabile che non mi farà stare ancora molto seduto qua fuori. Eppure, in piedi sula tavolo della panchina, mi sono sentito bene mentre guardavo il cielo riflettersi sul fiordo. Perché non mi vergognavo. Non me ne fregava niente di quello che avrebbero potuto pensare le persone. E quelle voci che mi hanno sempre ripetuto “cosa penserà la gente?” si sono sciolte in uno specchio d’acqua e in un cielo limpido, congelati in un sorriso che vede sempre più lontane le barriere del passato e vicino il futuro cambiamento del futuro.

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Mi fa impressione quanto poco basti per cambiare umore e venire invasi dall’angoscia. Cosa vuol dire essere liberi? Sono libero? Sto facendo quello che voglio? Le brutture del mondo mi vengono addosso mentre Neil Young canta. Kurt c’è rimasto secco per una sua frase. E mentre mi guardo allo specchio mi chiedo chi sono, dove sono, dove voglio andare nella convinzione che debba camminare da solo. Mi guardo oltre le lenti degli occhiali. E’ tristezza? Rabbia? Rancore? Voglia di cambiare o rassegnazione? Quando sento canzoni come queste vorrei avere l’energia di cento uomini. E se il rock fosse una cazzata? Una trovata commerciale per chi vuole essere ribelle? Esiste veramente qualcosa di autentico e vero o sono tante parole al vento? Un’adesione formale di apparenza?

Bisogna morire per dare un senso alle cose, perdere una parte per scoprirne un’altra? Sono anni che mi perdo a pensare al suono della parola libertà ma non riesco ancora a capire cosa significhi. Assenza di pregiudizi? Assenza di confini? Possibile che per definire qualcosa io abbia pensato subito ad un’assenza? Come può una mancanza far parte di un intero? Già con una lacuna prima ancora di partite. Come i debiti alle superiori. Perché non è la libertà ad avere un vuoto. Sono io ad averlo. Da sempre. Se prima mi spaventava e mi feriva ora ho solo imparato a sopportarlo. Ad ignorarlo quando non ho tempo. A dargli sfogo quando può nascere del buono.

Fottuto Neil Young.

23 Settembre – Nordfjordeid

Mi sono messo nudo davanti allo specchio. Ho cercato di guardarmi in faccia ricordandomi a quante altre volte mi sono ritrovato a farlo sputando veleno. Anni passati al vaglio delle suole. Ora che è tutto lontano vedo tanti disegni senza capire se si tratta di cicatrici o medaglie. Che poi sono la stessa cosa. Quando non si ottengono le seconde con le prime. Mi vedo e mi chiedo quante volte io sia stato realmente nudo. Non per fare l’amore. Ma nell’animo. Esiste veramente una luce così forte da far sparire ogni ombra? Ma soprattutto, è veramente necessario scoprire ogni angolo buio?

Se mi fermo a pensare alle persone care e vicine, alle loro vicende, alle sofferenze e agli errori, propri, di altri, non ha importanza, vorrei essere positivo, eppure mi prende tristezza. Quanti errori ci fermano, a volte, altre volte ci “lasciamo fermare”. Con quel sapore giudicante e di superiorità, nelle p che sparisce appena ci si ritrova dall’altra barricata, di chi ti prende a calci per poi chiedere pietà quando cade nel fango che prima era tuo. Nella comprensione c’è sempre una piccola morte celata dietro gli errori su cui seminiamo il nostro futuro. Neil sei di nuovo tu. E’ colpa tua. Ricordo benissimo questa canzone con il suo inizio da funerale nella versione acustica che, nonostante tutto, continua a piacermi più di quella rock.

Quante occasioni sto perdendo di crescere ancora e quante di essere vicino a chi non avrò modo di avere accanto per l’eternità. La vita è breve e il tempo mi sembra sempre così poco per goderne. Vorrei che i miei occhi potessero vedere più cose possibili e che certi attimi fossero eterni, vorrei sentire quella mano che mi entra nel petto e mi lascia senza fiato, che mi stappa l’anim lo spirito dal corpo, in modo da rimanere accasciato lì, tra distanze infinite e tempi eterni. Quanti strati di pelle bisogna strappare per arrivare allo spirito ed essere nudi? E se nell’affannarsi a scavare nella carne invece bastasse un sosp respiro?

Uno solo, autentico.

Dancing on the light from star to star.

25 Settembre – Måløy

L’uomo che saltava di stelle in stelle inciampò nella luna e cadde nell’abisso.

27 Settembre – Måløy

Le donne sembrano spose nelle loro labbra.

Il testo originale inglese recita “slips” ma io ho letto “lips”. E comunque non lo trovo così sbagliato, non come traduzione ma come pensiero. La bellezza è nelle labbra, nella luminosità del sorriso.

29 Settembre – Kalvåg

I fallimenti preparano la riuscita. All’ultimo “successo” mi è sembrata una parola grossa.

Da aggiungere alla serie “incontri norvegesi”: una lontra mi ha attraversato la strada mentre andavo con il furgone per poi tornare indietro. Come i gatti dalle mie parti. Per inciso, mi chiedo dove siano i gatti famosi gatti norvegesi. Altri incontri : il folle che mi ha fermato per strada a Svengdal (?) dicendomi di prendere i frutti di un albero (peraltro non suo) e mangiarli con la panna che sono buonissimi. Gentile ma un attimo suonato. Il tizio di Måløy che mi chiede al porto “perché sto fotografando le barche” per sentirsi dire “perché mi piace e i paesaggi sono belli”. Non doveva essere della stessa idea visto che si è guardato in giro perplesso.

Kalvag mi è piaciuto. Avrei voluto fare qualche foto in più ma con la pioggia non era possibile. E ho avuto poco tempo. Quello metereologico invece era stupendo. Il vento forte piegava alberi ed erba, le nuvole grigie si muovevano veloci (come sul riflesso del tetto della macchina in coda che, da dove ero io, sembrava venisse spostata via) mentre il mare del fiordo ondeggiava. Non è un caso che qualcuno avesse sentito un forte urlo che pervadeva la natura. Sarei rimasto ancora in mezzo a quell’aria. Da rimanere senza fiato. Come sentirsi altrove, trasportato via. Immaginavo di essere in mezzo ad una tempesta, con il vento che si porta via il mio respiro e l’acqua che schiaffeggia la mia faccia. Perché, poi, mi dovrei pensare lì?

Forse sto sbagliando. Le due notti che ho passato a rigirarmi nel letto avrei dovuto scrivere e buttare su carta i pensieri che non mi facevano prendere sonno.

Peccato che ora non piova più. Mi sarebbe piaciuto vedere l’acqua scendere dai vetri sopra il letto quei due secondi che avrei resistito prima di dormire.

Ha iniziato a piovere. Anzi, forse non ha nemmeno smesso perché quella che credevo fosse risacca del fiordo è in realtà il rumore della pioggia.

Meglio dormire. Tanto con la distanza diventa tutto più flebile. Avrei dovuto scrivere direttamente seduto sul campo o sul molo di pietra, tra vento e atmosfera surreale.

Voglia di volare. Come avevo detto? Sono stufo di fare il bruco. , ho voglia di spiccare volare anche io.

1 Ottobre – Sandane

I sogni conducono a scelte avventate?

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14 thoughts on “Diari Norvegesi

      • Non volevo dire che vale la pena vivere solo per i sogni. Mi spiego meglio.
        Vale la pena vivere per le persone e le cose che ci fanno stare bene. E se c’è un sogno da raggiungere, da realizzare, lo immagino come un obiettivo “buono”, un altro bene. Certo potremmo trovarci davanti anche una scelta avventata, qualcosa da decidere senza pensarci troppo. Agire o non agire. Può andare male ma anche no. Ma se non ci si prova, non lo sapremo mai.
        Io comunque non conosco nessuno che non ha almeno un sogno. realizzabile o meno. Tu si?

  1. I sogni conducono agli unici posti che vale la pena vivere. Una vita senza sogni è come un cammino senza orizzonte.
    Ho detto la mia cazzata zen ma il succo è sempre quello: senza sogni si vive male.
    Bel racconto.
    Ciao

Secondo me....

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