Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio magico – Lewis Carroll

Alice è una bambina che addormentandosi e sognando di seguire un coniglio bianco finisce per ritrovarsi in un mondo assurdo fatto di nonsense e popolato da strani personaggi (Il cappellaio matto, l’irascibile Regina di Cuori, la lepre Marzolina, il bruco, il topo, Il gatto del Cheshire..) dai comportamenti imprevedibili, mentre ogni regola della logica e della fisica viene stravolta lungo un viaggio che la porterà ad un improvviso risveglio. Nel seguito, Attraverso lo specchio magico, Alice, di poco più grande, si riaddormenta e immagina di passare attraverso lo specchio del salotto978-88-541-1346-6 ritrovandosi nel mondo contenuto dall’altra parte in cui deve affrontare una metaforica partita a scacchi che le permette di diventare Regina interagendo con nuovi assurdi personaggi (Tuideldum e Tuideldì, Humpy Dumpy, cavalieri che non sanno stare a cavallo, Regine Bianche e Regine Nere,..) in un altro mondo fatto di nonsense fino ad un nuovo risveglio.

Credevo di aver letto da qualche parte che Carroll avesse sofferto di una qualche forma di disturbo piscotico da cui sarebbe scaturito “Alice nel paese delle meraviglie” ma, dopo aver messo soqquadro tutta la casa alla ricerca dell’articolo (e aver trovato contemporaneamente diversi schizzi del liceo e un paio di disegni delle medie che potrebbero dare adito al dubbio che in realtà sia IO ad aver sofferto di una qualche forma di disturbo psicotico)  in cui credevo di aver letto di sfuggita questa informazione  e averlo trovato due ore dopo (so che quelle cataste di carta accumulate a caso in realtà seguono un ordine ben preciso, il problema è solo che ho dimenticato quale) senza identificare il pezzo con la supposta osservazione, sono giunto alla conclusione che, nonostante Carroll fosse stato probabilmente molestato da piccolo, balbuziente, epilettico, soffrisse di forti emicranie, di problemi respiratori e alcune teorie, seppur mai confermate, lo vogliano piuttosto incline alla pedofilia (le foto di bambine nude non depongono proprio a suo favore), evidentemente non soffriva anche di disturbi psicotici, o almeno non posso dichiararlo. Probabilmente sono stato vittima di un “Falso ricordo” (o di una allucinazione psicotica) e la spiegazione più gettonata è che alcuni dei dialoghi contenuti in Alice fossero stati semplicemente presi da esempio in qualche manuale clinico per la somiglianza con alcuni dialoghi reali di chi soffre veramente di una qualche psicosi, proprio per la presenza di nonsense, salti di argomenti, deragliamenti e derive logiche. Quindi sono anni che sostengo, sbagliando, la tesi di un Carroll psicotico sulla base di un falso ricordo (o di una allucinazione psicotica). Lo smacco finale è che per giunta le spiegazioni della creatività o delle produzioni artistiche in termini psicoanalitici mi sono sempre state sulle palle e le ho sempre trovate riduttive. Sostenere per esempio che “l’impulso creativo nascerebbe da angosce depressive” (Segal, 1991) può essere vero ma non tiene conto del fatto che non tutti i depressi diventano necessariamente artisti. Quindi è da supporre che ci sia altro e che la gente non scriva o dipinga solo perché depressa (ripeto, il fatto che uno scrittore sia depresso non implica che tutti i depressi siano scrittori) ma che attinga (anche) da altre predisposizioni personali. Poi c’è sempre da considerare che l’artista non divenga tale solo quando c’è un critico autorevole a definirlo in quel modo. O un pubblico numeroso. I modelli interpretativi psicoanalitici rivolti all’arte sono suggestivi ma rischiano di diventare asfissianti e relativisti al punto da poter far dire a Paul Ekman  (1989, p. 142) che il sorriso della Gioconda sarebbe di tipo “seduttivo”, colto “col viso rivolto da un’altra parte ma lo sguardo gettato obliquamente verso l’oggetto del suo interesse” e a Freud che Leonardofa rivivere l’espressione del sorriso di sua madre” (Segal, 1991 , p.91). In un panorama del genere in cui convivono due interpretazioni (e forse molte altre) agli antipodi nulla impedisce di dire che in realtà Leonardo abbia solo colto l’espressione sorniona della Gioconda precedente ad un suo goliardico “tirami il dito”. A volte sospetto che dietro a realtà idealizzate ci siano veramente spiegazioni banali e volgari. O peggio ancora estremamente stupide.

Comunque, dopo questo pistolotto torniamo al libro. Fondamentalmente Alice nel Paese delle Meraviglie è un concentrato di fantasia a briglia sciolta in cui Carroll ha modo di sfogare tutti i suoi talenti legati all’uso della logica, della matematica, del doppio senso e del nonsense che ne fanno un libro indubbiamente originale, indiscutibilmente ben scritto e scorrevole nella sua assurdità, nonostante le evidenti problematiche di traduzione. Affascina ma non ammalia fino in fondo a causa di una esagerata commercializzazione esasperata dall’immaginario filmico e di animazione che ne ha creato un mito il cui sapore si confonde con la realtà cartacea molto diversa dalle aspettative.

Maledette aspettative.

Ma forse è un problema mio. L’Alice della Disney mi era sempre stata sul cazzo e la Regina di Cuori mi aveva sempre fatto paura con il suo “Tagliatele la testa!“. Credo che la lettura valga comunque solo per questo brano (di cui cercavo l’esatta formulazione in un altro post e che finalmente posso riportare in una delle sue traduzioni [peraltro nell’aver letto questo libro dimostro quanto facilmente si possa cambiare idea..]) che trovo abbia molteplici significati come profonda metafora della vita.

<<Micino del Cheshire>>, cominciò a dire, esitando, non sapendo se quel nome gli sarebbe piaciuto: il gatto si limitò a sogghignare ancora di più. “Be’, finora sembra compiaciuto”, pensò Alice, e continuò a parlare. <<Mi diresti per cortesia, quale strada devo prendere per andarmene da qui?>>

<<Il tutto dipende da dove vuoi arrivare >>, rispose il Gatto.

<< Il dove non ha grande importanza…>>, disse Alice.

<<E allora non ha grande importanza neanche la strada da prendere>>, commentò il Gatto.

<<..basta che arrivi da qualche parte>>, aggiunse per spiegarsi meglio.

<<Oh, da qualche parte ci arrivi di sicuro>>, disse il Gatto, << basta che non ti stanchi di camminare.>>

P.S. Giusto non molto tempo fa mi è capitata tra le mani un libro di Cees Nooteboom in cui era contenuto un dialogo paragonabile:

“-Sa dove sta andando? Intendo dire:con l’autobus sarebbe arrivata da un’altra parte,no?

-Magari non stavo andando da nessuna parte, e allungando un po’ la strada ci si arriva lo stesso.

Così, giusto per la cronaca e per il gusto del collegamento.

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Ekman, P. (1989) I volti della menzogna, (G. Noferi, Trans.) Firenze:Giunti. (Lavoro Originale del 1985)

Segal, H. (1991), Sogno Fantasia e Arte, Milano:Raffaello Cortina Editore.

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