Una vita da eroe – Roddy Doyle

Henry Smart è un ex militante dell’IRA che vive esule ed emarginato negli Stati Uniti dopo aver smarrito la famiglia cadendo dal treno e rimettendoci pure una gamba. Soffre di pesanti perdite di memoria e viene trovato steso a terra in un deserto da Henry Fonda che si era messo a pisciare durante l’interruzione delle riprese di un film di John Ford. Il regista tuttavia decide di ingaggiare il derelitto come sceneggiatore per un suo futuro film sulla situazione irlandese intitolato “Un uomo Doyle_Una-vita-da-eroetranquillo” che dovrebbe essere ispirato proprio alla vita di Henry. Rispetto alle intenzioni iniziali il film viene però pesantemente modificato con tagli, edulcorazioni in nome del romanzare cinematografico che lo trasformano in qualcosa di completamente diverso e trascurano l’importanza di molti episodi o dettagli della vita del suo supposto ispiratore. Henry rinuncia allora al suo incarico per fare ritorno in una Irlanda che ormai lo vede sulla via della vecchiaia in cui si ritira a fare il bidello in una scuola. Ma la lotta non è ancora conclusa e l’IRA bussa nuovamente alla sua porta..

Capitolo finale della trilogia su Henry Smart che conclude “Una stella di nome Henry” e “Una faccia già vista” (per chi, come me, non avesse idea che i libri fossero tre prima di aver concluso la lettura) definito “Grandioso” dal Financial Times. In leggera controtendenza rispetto all’autorevole giornale non mi sembra che il romanzo convinca fino in fondo. Lo stile di Doyle è peculiare, prima descrive i fatti e poi, con calma, spiega cosa cazzo è successo che, da un punto di vista razionale, è veramente funzionale ed originale mentre da un punto di vista di fruibilità della lettura è inizialmente irritante. Ma l’indisposizione passa subito e ci sia abitua in fretta. Henry Smart è un personaggio evanescente e superficiale che sembra non faccia mai nulla in tutte le 400 pagine del libro e anche quando agisce la sensazione è sempre quella che non abbia fatto nulla che non sia marginale nelle pieghe dell’esistenza. Non emoziona nei drammi e non coinvolge in quello che fa, passa attraverso gli eventi come un’ombra. La sua presenza non è tangibile o concreta, è come se non fosse la sua storia (in un certo senso, forse, è la storia dell’Irlanda), ogni evento semplicemente non succede a lui. Ci sono personaggi che anche quando appaiono raramente se ne percepisce la presenza imperante ed ingombrante per tutto la narrazione, come il Conte Dracula del romanzo di Stoker la cui presenza è determinata da rare apparizioni ma è come se fosse in agguato dietro ogni singola parola. Qui invece il protagonista è ovunque ed è come se non ci fosse. “Una vita da eroe” è strutturato in quattro parti che, pur avendo un tenue filo comune, sembra che non abbiano nulla a che fare l’una con l’altra e siano messe insieme un po’ per caso (come la vita del resto), pur avendo una chiara soluzione di continuità. Quando un amico mi ha chiesto di cosa parlasse, mi è venuto da bofonchiare qualcosa del tipo “Boh, sembra che non dica niente” con una certa delusione. La risposta dell’amico forse è la chiave di lettura: “Non è detto che si debba sempre parlare di qualcosa” e del resto anche Roddy ci mette la sua: “Se guardi e ascolti le risposte ti verranno incontro da sole“. Che dire, avrò guardato e ascoltato poco.

Tenendo presente che leggere una trilogia dal capitolo finale è abbastanza una stupidaggine, non si riesce a definirlo un brutto romanzo perché sarebbe assolutamente inverosimile ed imparziale ma forse non risulta “pregno” e profondo come sembrava lecito aspettarsi dal titolo e dalla trama che pareva interessante e dalle ampie potenzialità. Forse sarebbe stato meglio approcciare con Doyle iniziando da “Bullfighting” o “Due sulla strada” (che, giustamente, è anche questo il capitolo finale di una trilogia), noto per il film. Vai a sapere.

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Secondo me....

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