Amori ridicoli – Milan Kundera

Amori ridicoli è una raccolta di sette racconti sull’amore, ovviamente, in alcune sue singolari espressioni. Ci sono due amici non più giovani che rincorrono gonnelle e che se la raccontano, c’è la storia tra una giovane sarta e un assistente professore perseguitato da uno studioso fai-da-te e dalla moglie, c’è la giovane coppia che inizia un gioco di ruolo erotico dai risvolti tragici, ci sono le relazioni e i flirt che si sviluppano in una stanza di guardia medica, ci sono due amanti che si rincontrano dopo anni, c’è il dottore donnaiolo che si confronta con la vecchiaia e con un “seguace” e poi c’è Eduard che deve aggirare Dio che si intromette nella relazione fisica con la sua donna.

In Amori Ridicoli ci sono tante cose, ma non c’è veramente nulla di ridicolo se si scava a fondo nelle situazioni che Kundera descrive con semplicità ed una ironia appenafgj accennata, quasi inesistente da quanto è asettica e legata ad una fattualità esteriore. C’è un alone veramente tragico in questi personaggi, uno smarrimento della vita annegato nella superficialità e nei muri di incomunicabilità che costruiamo attorno a noi. Sono amori inconsapevoli come quello di Martin, innamorato della moglie, che tuttavia è schiavo del brivido della cattura di nuove donne senza andare mai oltre quel punto di conquista, oppure disperati e commoventi come quello della ragazza de “Il falso autostop” che nel prestarsi ad un gioco con il suo fidanzato risulta così convincente nella sua faticosa recita (“Il gioco è una trappola per il giocatore“) di “donna facile” da non poter più essere vista dal ragazzo per il suo reale candore. Il racconto più bello ma anche più straziante, che lascia una desolante prospettiva di amore tenero devastato dai dubbi e trasformato in un deserto privo di compassione. Quando qualcosa si rompe è difficile riuscire a recuperare quello che si è costruito e ci si ritrova di fronte alle rovine di un edificio che non si riesce più a rivedere per lo splendore che era, soli, con il cuore in mano e con delle macerie di fronte. L’ironia sta nel destino finale dei personaggi che in qualche modo finiscono per essere danneggiati dal proprio comportamento, forse pieno di buone intenzioni, con cui ottengono risultati diversi da quelli verso cui erano indirizzati, come l’assistente professore che per evitare una scocciatura inizia ad imbastire un enorme castello di bugie che, quando coinvolgono la sua amante, fa diventare sempre più grandi per proteggerla (“Vi sono momenti nella vita, nei quali bisogna indietreggiare. Momenti nei quali bisogna cedere le posizioni meno importanti per difendere quelle che lo sono di più“), dimenticando però che “nessuna donna può avere stima di un uomo che mente“. In questo racconto commuove l’amore della moglie del “persecutore” per quanto crede ciecamente nel marito anche di fronte ad una delusione e ad una plateale smentita delle grandezze che lei vedeva nel suo uomo. L’ironia di questi racconti risulta amara quanto più ci si identifica in alcune situazioni come reali, esistenti e frequenti, in cui magari si riconoscono propri errori passati (“L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso.”). I ritratti sono acuti e precisi e dai dettagli emergono intenzioni e abitudini in cui ci si può riconoscere e valgono come forma di monito per il futuro. Lo stile è asciutto ed essenziale, con brevi riflessioni incisive ed efficaci. Il ridicolo di questi amori sta nelle motivazioni assolutamente stupide che non li hanno fatti proseguire e nella disparità di energie messe in campo per portarli avanti rispetto al risultato ottenuto, ma è una fugace riflessione sull’apparenza che annega nelle dimensioni più profonde di occasioni mancate in cui il libro si muove, perché l’amore non è ridicolo, solo troppo ingenuo alle volte.

Ogni volta in cui si sente nominare Kundera è per far scendere in campo l’ormai inflazionatissimo e citatissimo L’insostenibile leggerezza dell’essere ma vale sicuramente la pena leggere quello “scritto <<con maggior divertimento, con maggior piacere>> di ogni altro, salvo Il valzer degli Addii.” come recita la quarta di copertina.

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