Il pudore della sofferenza

La chiesa non è il migliore dei ritrovi tra quelli possibili nella cernita delle scelte quotidiane, specialmente se si considera che le motivazioni per finire in un posto simile possono essere al momento solo tre: un battesimo, un matrimonio o un funerale. Per sconvolgere le statistiche con l’aggiunta di comunioni e cresime bisogna aspettare che i nuovi arrivati crescano ancora qualche anno. L’evento che mi costringe a varcare quella soglia non fa parte della rosa in cui sono inclusi i lieti eventi.

I funerali sono situazioni imbarazzanti, dove la sofferenza reale purtroppo è in mano a poche persone mentre le altre barcamenano come possono un’espressione contrita di sincero cordoglio e altri di ipocrita partecipazione. Quella che per intenderci prima ti può far dire incautamente una frase tipo “sarebbe stato meglio andare al lavoro” troppo vicino all’orecchio involontario di qualcuno e poi ti spinge a dare pacche sulle spalle a persone visibilmente scosse utilizzando una di quelle espressioni tremendamente somigliante a quella parte anatomica su cui mediamente le persone si siedono. Non credo sia indispensabile essere affranti, ma dare dignità ad un’adesione formale credo possa essere apprezzabile e buona creanza e, in alternativa, il silenzio è sempre una strada accettabile e di tutto rispetto.

Il dolore e il lutto sono un’eleborazione strettamente personale che sfugge alle logiche di predeterminazione. Eppure, vedere la persona a cui è stato tolto un caro assolutamente uguale alle altre volte in cui l’ho incontrata non può fare a meno di darmi una sensazione strana. La stessa espressione imperscrutabile, le stesse movenze, solo qualche parola in meno e una stretta di mano poco più forte del solito. Durante la celebrazione legge una lettera di dedica al defunto e qualcosa si incrina, fatica a proseguire, si trattiene, dissimula le lacrime con continui colpi di tosse per riassestare una voce che si rompe ma che alla fine riesce faticosamente a contenere nei ranghi.

Mentre vado a lavorare con nelle orecchie la colonna sonora del periodo ed intorno un verdeggiante collinare, ripenso a quello che ho visto a distanza di un giorno e mi rendo conto che sono stati quei continui colpo di tosse ad attirare la mia attenzione, insieme all’inspiegabile necessità di nascondere una sofferenza ragionevole. Il dolore, in generale, ci rende fragili e vulnerabili ed è uno dei momenti di autenticità che cerchiamo di conservare per noi quando è maledettamente reale o quando non ci possiamo permettere di farci vedere affranti. C’è anche chi usa l’ostentazione del proprio dolore a scopi manipolativi, per ottenere attenzione e vantaggi secondari, con la teatralità e l’esagerazione, mettendo sul piatto tutto e anche di più, in una dimensione atrocemente pubblica e sempre meno privata ai tempi di internet, i cui contorni sono palesemente poco uno sfogo e molto di più una recriminazione da un pulpito o una lamentela lacrimevole indirizzata alla compassione. Mi verrebbe da pensare che l’autenticità sia di chi tuteli sé stesso con una qualche forma di pudore, per la necessità di non mostrarsi nudo di fronte agli altri, mentre il resto sia solo apparenza mista a narcisismo ma penso che non sia completamente vero. Ci sono effettivamente esibizioni subdole per ottenere un piccolo palco, ma forse il teatro che viene costruito non rende meno devastante quel dolore.  Il vuoto affettivo e la solitudine in cui navighiamo ci spingono a trovare un appiglio qualunque per trovare una parola di conforto che venga da chiunque.

Non è il sangue versato la misura della sofferenza.

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7 thoughts on “Il pudore della sofferenza

  1. d’accordo su tutto… il pudore del dolore è per me anche oltre.. una forma di gelosia di una parte di sé che se vista viene contaminata..
    ciò non toglie che si possa sentire la spinta al conforto di chi patisce.. l’importante è non lasciare mai solo chi soffre e anche chi ti manda via.. esserci o far capire di esserci anche nel silenzio..
    a proposito di funerali ti riporto un’usanza che ricordo tra noi gente del sud, ma è una tradizione diffusa in molte culture, ovvero quella della “consolazione” preparando il pranzo o la cena o occupandosi della casa di chi ha subito il lutto… ha un senso…

    • Ha un senso e riporta molto alla presenza di un tessuto sociale alle spalle e al fatto di non essere mai lasciati soli.. la coesione è fondamentale e in sua assenza siamo lasciati in balia di noi stessi, che non sempre rappresenta la migliore delle compagnie..

        • L’ho letto, tutto verissimo.

          Ricordo che durante il mio ultimo esame l’assistente che mi stava interrogando ad un certo punto si mise proprio a parlare di come il primo passo per “vendere qualcosa” sia minare le relazioni umane perché a quel punto cerchi soddisfazione negli oggetti piuttosto che in valori (con un’accezione generale e allargata) più profondi. Sono molto coerenti infatti..

          • certo sono stati atti necessari al mantenimento di una società fondata su una falsa idea di benessere: la disgregazione sociale, la globalizzazione con la perdita delle connessioni di prossimità, l’obsolescenza programmata e la poi la grande droga di massa: la manipolazione della comunicazione mediatica..
            uscire da questo vortice è oggi molto difficile, la green economy è ancora vista come un modo per fare affari in maniera innovativa.. il ripensamento delle organizzazioni e della società è un processo lento e quanto mai individuale con grosse sacche di resistenza anche politiche e governative… a livello mondiale stiamo ancora aspettando i risultati dei grandi meeting ecologici…

Secondo me....

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