Still life – Uberto Pasolini

John May (Eddie Marsan [il nome di un perfetto sconosciuto che, al contrario, può vantare la partecipazione in ruoli minori ad una tale quantità di film famosi da rimanere abbastanza allibiti]) è un silenzioso e solitario funzionario comunale che si occupa di organizzare i funerali di persone morte da sole e di rintracciarne eventualmente i parenti più prossimi. Conduce una vita piuttosto grigia e monotona svolgendo il suo lavoro con estrema precisione fino a quando non viene convocato nell’ufficio del suo nuovo superiore che, in compagnia di una vecchia baldracca dal sorriso imbalsamato, gli comunica il suolife imminente licenziamento. John riceve il colpo senza scomporsi più di tanto ma chiede di poter terminare il suo ultimo incarico.. e da qui in poi è meglio guardare il film.

Uberto Pasolini, più noto probabilmente per i film prodotti (“Palookaville”, “Full Monty”, “I vestiti nuovi dell’imperatore”, “Bel Ami – Storia di un seduttore“) piuttosto che quelli diretti (“Machan – la vera storia di una falsa squadra“), con questa sua seconda opera può vantare una regia di alto livello giustamenta riconosciuta al Festival di Venezia del 2013 (Miglior film, migliore regia). Le inquadrature geometriche, sovente rivolte ad un chiaro impatto estetico di ricercata simmetria e precisione, sono caratterizzate da una composizione visiva curata e millimetrica, nell’intenzione di rimandare alla vita regolare e molto inquadrata del protagonista. John May è un uomo anonimo, un perfetto signor nessuno che vive nella banalità e nell’insignificanza, che si muove leggero, in punta dei piedi per non disturbare, nel paesaggio urbano londinese (o almeno mi pare fosse ambientato a Londra. Sicuramente hanno girato molte scene) in cui aleggia invisibile ma che lo ingloba come parte inscindibile di sé. Il grigiore della sua quotidianità tuttavia cela una passione profonda per il proprio lavoimagesbnnro e per gli altri. John è fondamentalmente buono e getta tutto il suo cuore nel cercare di far presenziare ai funerali di persone scomparse in solitudine e a riappacificare postumamente famiglie distrutte o separate, mosso da una malinconica misericordia per morti che in vita avevavo condotto un’esistenza misera quanto la sua. Tuttavia è proprio l’ultimo caso, unito ad un forte cambiamento come può essere la perdita del lavoro, ad instillare il seme di una rivoluzione interiore in un uomo cristallizzato nella sua immobilità, il quale deraglia dai suoi binari e inizia a scoprire il sorriso della vita e delle crisi trasformate in occasioni.

Un film sconsigliato a chi si vuole svagare perché decisamente timagesriste. Rischia di ammazzare una serata in allegria ma se si è consapevoli di quello a cui si va incontro è senza dubbio un ottimo film, per quanto amaro e malinconico. La ricercatezza visiva di alcune immagini è meravigliosa e si avvicina a fotografie di alto livello e sono sempre pregne di significati o intenzioni che vanno dall’ironia alla mero appagamento estetico. Personalmente ho trovato meravigliose le inquadrature della mela sbucciata sulla tavola, alcuni scorci urbani e i pranzi di John May con quei continui rimandi ai quadrati.

Le uniche pecche sono nello svolgimento iniziale piuttosto lento ma tutindextavia adeguato se si pensa ai ritmi umani del suo protagonista, una colonna sonora non particolarmente incisiva    e l’espediente finale prima dei titoli di coda che ho trovato edulcorato e consolatorio alla ricerca cinematografica della lacrimuccia facile conclusiva (casomai non fosse scesa prima) mentre le riflessioni sviscerate erano già sufficienti di suo.

A parte queste sciocchezze, un bel film, triste, ma veramente un bel film. Umano e solitario come il suo protagonista.

Giudizio in minuto di sonno : Vago torpore iniziale ma nessun cedimento.

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