La vita davanti a sé – Romain Gary

Momo è un ragazzino arabo che vive a Belleville, banlieue di Parigi. Figlio di una prostituta,  è stato lasciato già da piccolo in un ricovero creato apposta per i bambini nella sua condizione. Lo gestisce Madame Rosa, una vecchia prostituta ebrea ormai lontana dalla strada, che cerca di mandare avanti la baracca nonostante i fantasmi del passato, l’obesità e l’infanzia difficile, ma vivace, dei suoi ospiti. Intorno a questa piccola comunità ruota un mondo non convenzionale, fatto di pugili transessuali, prostitute, bambini tossicodipendenti, protettori nigeriani e venditori di tappeti colti ma vittime della vecchiaia, che, a dispetto dell’apparenza, si coloraLa vita davanti a sé attraverso la profondità degli affetti e la sfaccettata vicinanza umana in tutte le declinazioni meno prevedibili, ma più autentiche, della vita.

Romanzo toccante ed ispirato, in una prosa semplice ma diretta, ammiccante al colloquiale, senza perdere una lettura profonda dell’esistenza. Le motivazioni ad immergersi questo libro non stanno nella trama, di per sé piuttosto esile, ma nella naturalezza con cui Romain Gary porta per mano ad esplorare un mondo difficile e spigoloso che è contemporaneamente gonfio di emozioni, di affetti e di una vicinanza umana imprevedibile che nasce spontaneamente, oltre ogni forma di ruolo condiviso e costituito.

Il protagonista, Momo, è  sveglio e sa leggere lucidamente la realtà seppur con quella che rimane essere la visione di un bambino con tutti i suoi bisogni e necessità emotive, che esprime al mondo nelle sue modalità ancora rudimentali e, quindi, non sempre in un linguaggio comprensibile per un adulto, se non da alcuni elementi più sensibili (la negoziante nella struggente ed esemplare scena dell’uovo). Ma è contemporaneamente una incomunicabilità a doppio senso perché nemmeno lui è in grado di comprendere fino in fondo i meccanismi che governano una dimensione a cui non si è ancora affacciato e in cui finisce catapultato all’improvviso quando si ritrova ad avere quattro anni più. Un periodo di tempo enorme nella finestra di sviluppo di un bambino. Prima di quel momento, vive temporaneamente in una “zona di mezzo“, in cui l’infanzia ancora conserva la sua visione illibata e il mondo adulto si fa vedere marginalmente in tutta la sua pressione, senza  che le dinamiche tipiche siano ancora intelligibili o fatte proprie.

E’ proprio nella sosta in questa zona d’ombra che Momo vende il suo cane, per far si che almeno lui abbia una vita migliore, ma decidendo di buttare il denaro ottenuto perché esso rientra negli elementi che governano i grandi, non i bambini. Non solo, quel denaro avrebbe snaturato le finalità del suo gesto che erano altruistiche e non pecuniarie ed è per questo che invece Madame Rosa non riesce a comprenderne le motivazioni, pensando fosse malato di mente.

Del resto anche Madame Rosa si muove in una zona d’ombra.

Da una parte manda avanti un’attività precisa, ma dall’altra non può esimersi dal forte legame creato con i bambini che accudisce, di cui diventa, alla fine dei conti, una madre a tutti gli effetti ed un riferimento molto importante nella loro formazione, di Momo nello specifico, in un rapporto di reciproca tutela e accettazione delle proprie condizioni. Allo stesso modo, pur nella non convenzionalità della sua situazione, il bambino ha sotto gli occhi esempi che forse non sono perfetti per un ritratto da Mulino Bianco, ma che sono esempi estremamente significativi nel portare ognuno a suo modo il contributo valoriale per la crescita mentale, come il saggio venditore Hamil o Madame Lola, l’ex pugile transessuale dalle invidiabili capacità genitoriali.

Un romanzo sognante sull’infanzia, nella disillusione della realtà in cui la cura dell’altro diventa un potere sulla vita ed anche il suo significato più pregnante.

Sono rimasto ancora un po’ con lui lasciando passare il tempo, quello che scorre lentamente e non è francese. Il signor Hamil mi aveva detto tante volte che il tempo viene lentamente dal deserto con le sue carovane di cammelli e che non ha fretta perché trasporta l’eternità. Ma è sempre più bello quando ti viene raccontato, che quando lo guardi sulla faccia di un vecchio che ogni giorno se ne fa rubare un po’ di più e, se volete sapere la mia opinione, il tempo bisogna andarlo a cercare dai ladri.

Menzione a Parte, merita la storia di Romain Gary, al secolo Roman Kacew. Nato a Vilnius (che lo ricorda con una targa nella suggestiva Via della Letteratura e con un monumento nei pressi della sua vecchia abitazione) ed in seguito trasferitosi a Parigi, è l’unico scrittore ad aver vinto due volte il Premio Goncourt. Ed è proprio la vicenda legata all’assegnazione di questo secondo premio che merita un piccolo approfondimento.

Romain Gary si suicidò il 3 Dicembre 1980, ad un anno di distanza dalla morte della moglie, l’attrice Jean Seberg (che ebbe una storia con Clint Eastwood il quale fu per questo sfidato a duello dallo stesso Gary), trovata morta in una macchina, nuda e ubriaca. Lo scrittore aveva deciso di uccidersi indossando una vestaglia rossa per far si che coprisse il colore del sangue per non disturbare il prossimo  e lasciò un solo biglietto “Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti si rivolgano altrove.“. Fino a quel momento Gary era stato relegato ai margini della letteratura, considerato come chi non poteva più contribuire in nessun modo, un personaggio semplicemente finito. Alla sua morte però si scoprì un fatto eclatante: Émile Ajar, considerato uno degli scrittori più promettenti degli anni ’70 e vincitore a sua volta nel 1975 del Premio Goncourt, altri non era che lo stesso Romain Gary.

Si potrebbe disquisire a lungo sulla funzione della critica (e dei fattori commerciali) nella determinazione dell’ascesa o della caduta di ciò che viene definita letteratura (che secondo Oscar Wildenon è letta“), ma alla fine quello che veramente rimane è il senso di desolante pesantezza un po’ schizofrenica nell’immedesimarsi in quest’uomo che, in maniera inconsapevole, veniva snobbato da una parte e incensato dall’altra.

Snobbato ingiustamente, viene da concludere, in relazione ai due Premi Goncourt ricevuti, la prima volta per Le radici del cielo, come Romain Gary, e la seconda volta proprio per La vita davanti a sé, con lo pseudonimo di Émile Ajar e al talento che ancora sapeva sfoderare prima di decidere di farla finita.

Gli incubi sono i sogni di quando uno invecchia.

2 pensieri su “La vita davanti a sé – Romain Gary

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