Di cosa parliamo quando parliamo d’amore – Raymond Carver

Diciassette racconti, diciasette istantanee di esistenze fermate in un piccolo frangente che si cristallizza e si ripete ciclicamente in ognuno di essi. La magia di Carver, ricorda Diego De Silva nell’introduzione, è quella di dare dignità anche a ciò che non era pensabile raccontare, al quotidiano, all’insignificante. Eppure è proprio in queste caratteristiche che sembra celarsi un significato trascendente e poetico allo stesso tempo, lo stesso che si può riscontrare in tutti quei momenti della vita di chiunque in cui, per un attimo, si ha la sensazione carverdi sfiorare qualcosa di profondamente grande, ma che non ha modo di essere raccontato. I momenti in cui ci si sente toccati ma che non hanno spettatori altri che noi stessi. Carver apre una breccia in questa solitudine ed intimità per rendere partecipi di alcuni di questi spettacoli che diversamente andrebbero perduti. Sembrano racconti inconcludenti, che non parlano di nulla, eppure la sensazione viscerale è quella di entrare in contatto con un fiume sotterraneo di emozioni inspiegabili, imprevedibili, malinconiche, cupe, che trovano spazio in una cornice di significati, tangibile, ma allo stesso tempo sfuggente in una sua definizione precisa. Perché ogni racconto è veramente inconcludente, fine a sé stesso, eppure contemporaneamente carico di suggestioni.

Un gruppo di pescatori che trovano un cadavere e continuano a pescare, una coppia che gestisce un motel divisa da un tradimento, la messa in vendita di mobili, la violenza improvvisa di due amici, un pasticciere che richiede il ritiro di una torta per un bambino investito dall’auto o dell’incontro notturno tra due vicini che hanno smesso di frequentarsi, queste sono solo alcune delle storie che compongono questa raccolta di cui una parte andrà a costituire, con risultati bassini a mio avviso, il film America Oggi di Altman.

La scrittura di Carver è essenziale, scarna ma contemporaneamente evocativa e cesellata dietro alla ricerca di evitare il superfluo. Non è nella scrittura in sé che si nasconde la sua bravura, non è nelle riflessioni che può mettere in prosa il suo fascino, ma nella descrizione dell’immagine, perché sono proprio quelle a parlare. Si fanno avvicinare quel tanto che basta per illuderci di aver colto una morale, un significato, un senso, solo per quel tempo sufficiente a farci realizzare che in realtà ne siamo infinitamente distanti, nell’esatto momento in cui il senso di smarrimento di fronte ai fatti compiuti riporta all’imperscrutabilità dell’esistenza.

Secondo me....

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