America Oggi – Robert Altman

Ann Finnigan (Andie MacDowell) e Howard Finnigan (Bruce Davison) sono sconvolti dopo che il figlio viene investito da una macchina e ricoverato in ospedale, il poliziotto Gene Shepard (Tim Robbins) tradisce la moglie Sherry (Madeleine Stowe) inventando scuse assurde, la coppia composta dal dottor Wyman (Matthew Modine) e la pittrice Marian (Julianne Moore) ha alcuni scheletri nell’armadio da affrontare, Lois Kaiser (Jennifer Jason Leigh) lavora in un call center erotico senza cogliere la frustrazione del marito Jerry (Chris Penn), insieme ad altri personaggi intersecano le loro storie sovrapponendosi l’uno all’altro fino a che.. e da qui in poi è meglio guardare il film. Forse.

Vincitore del Leone d’oro al miglior film alla 50esima Mostra internazionaleamerica oggi del Cinema di Venezia, a pari merito con Film Blu di Kieślowski, la pellicola prende spunto da nove racconti e una poesia di Raymond Carver.

Indipendentemente da quali siano i racconti e la poesia da cui è stato tratto il film, si può certamente ammirare lo sforzo colossale di un regista del calibro di Altman a sovrapporre ed intersecare un alto numero di storie e di personaggi ma, tuttavia, per chiunque abbia letto almeno una delle raccolte dei racconti dello scrittore americano, la reazione non può che essere di delusione. Del resto è veramente difficile trasporre in pellicola le atmosfere quotidiane, eppure trascendenti e poetiche, che solo Carver è in grado di creare con la sua scrittura e, infatti, da quel punto di vista l’operazione risulta non riuscita e pure piuttosto impossibile da realizzare. Di per sé lo sforzo è ammirabile ma presenta anche una quantità di limiti non trascurabili poiché la quantità di storie, per quanto spalmate in tre ore di film, in realtà risulta essere difficile da gestire, senza che l’esito finale non sia superficiale e dispersivo. La sensazione complessiva è di freddezza, assenza di emozioni, tranne in alcuni frangenti, in una narrazione complessivamente trascurabile e assolutamente lontana dall’essere memorabile.

C’è però il pregio di mettere in evidenza il cinismo e le debolezze, esdquando non bassezze, di una America lontana dagli immaginari e dai suoi sogni che, in questo film, si risveglia molto meschina poiché incastrata in ruoli che non lasciano scampo. I protagonisti sono infatti spesso persone piccole, prepotenti, a volte completamente disumane, altre volte fragili, di cui emergono le peculiarità tramite incontri non sempre edificanti. Ci si incontra e si scontra ma ognuno alla fine è solo con il proprio dramma e i propri dolori, affossati ognuno nella propria personale alienazione, tranne in rari casi in cui ci si sfiora appena,ed magari quando ormai è troppo tardi. Altman smaschera l’america per quello che è diventata, smontando l’apparenza e mostrando il lato privato e abietto di ognuno dei protagonisti in un film che, però, ha uno sviluppo eccessivo ed insostenibile per  la sua struttura corale, la quale disperde energie e confonde le carte.

Cast assolutamente stellare a cui, oltre ai già sopracitati, vanno aggiunti Jack Lemmon, Robert Downey jr., Tom Waits, Fred Ward (noto perlopiù per Tremors), Peter Gallagher, Lyle Lovett e altri ancora, di cui però non è possibile sperticarsi in complimenti perché nessuno di loro emerge per talento o capacità, a discapito di altri. Sarà che il livello è alto in tutti (potenzialmente), sarà che lo spazio dedicato è poco, ma gli unici a lasciare un segno sembrano essere solo Tim Robbins e Chris Penn. La regia, pur avendo ricevuto un premio importante, sembra molto penalizzata dai gusti del tempo (in cui andavano molto in film corali), anche nonostante sia chiaramente identificabile l’alto livello di regia e la personalità nelle scelta stilistiche come quella, per esempio, di mantenere quasi sempre inquadrature ampie e profondità di campo evitando i piani ravvicinati. L’inizio conindex gli elicotteri che spruzzano insetticida e il finale con il terremoto sono rimasti nella storia, i titoli di testa invece andrebbero veramente dimenticati: inguardabili. Il genere corale va saputo fare e se ad Altman riesce sicuramente meglio che ad altri (vedi Appuntamento con l’amore) non è la migliore espressione possibile del suo cinema. Dovendo scegliere, forse è preferibile Il lungo addio, ironico, intramontabile e pure iconoclasta nel momento in cui ribalta il finale del romanzo di Raymond Chandler oppure M*a*s*h*, ma in questo caso vado più sulla fiducia perché non l’ho ancora visto (siamo sui tre-quattro tentativi credo).

Altissime aspettative sia per la fama del regista ma anche per quella dello scrittore a cui è ispirato il film, francamente una delusione insoddisfacente. Ma non fa male a guardarlo, al massimo si perde un po’ di tempo.

Giudizio in minuti di sonno: Visto credo al terzo tentativo. Dopo due prove andate a vuoto miseramente, dormendo a nemmeno dieci minuti  dall’inizio, quella buona è stata la terza in un pomeriggio libero durante le ferie di Settembre. In cui, comunque, un pisolino di quindici minuti dopo la prima ora sono riuscito a piazzarlo agevolmente ed in scioltezza.

 

Secondo me....

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