Yeruldelgger, Morte nella steppa – Ian Manook

Il commissario Yeruldelgger aveva una carriera spianata nella polizia di Ulan Bator ma il rapimento e la tragica uccisione della figlia piccola Kushi hanno interrotto bruscamente il suo avanzamento. Non ha perso l’intuito del poliziotto ma da quel giorno qualcosa è cambiato. Burbero e rude quanto basta per avere tanti nemici, sia dentro che fuori dal distretto di polizia, rimane un pilastro di riferimento anche nonostante i metodi brutali. Quando in mezzo alla steppa viene ritrovato il cadavere di una bambina seppellita insieme al suo triciclo, per il commissario mongolo il caso non può che avere profonde risonanze personali. Nello stesso momento vengono trovati anche morte nella steppatre cinesi evirati e seviziati in un rito che inizialmente pare di matrice satanica ma poi conduce verso una pista neonazista. Indagando su questi due efferati omicidi il commissario si trova ad interagire in una rete sempre più complessa, fatta di nazionalismi, corruzione e potere. Ma non è completamente solo. Al suo fianco ci sono due donne caparbie e dalla presenza fondamentale, Solongo, della scientifica, e l’Ispettrice Oyun, a cui in corso d’opera si aggiunge un intelligente ragazzino, Gantulga.

Il primo romanzo della trilogia del commissario Mongolo uscito dalla penna del giornalista francese di origini armene Patrick Manoukian, meglio noto con lo pseudonimo Ian Manook con cui ha firmato la serie di Yeruldelgger, è un centro perfetto. Ammetto di non essere un abituè per quanto riguarda gialli e thriller, se non per nomi piuttosto noti, ma la qualità è molto alta. Il personaggio trova la sua forza nell’indubbia originalità dell’ambientazione e della caratterizzazione tradizionale della provenienza, senza lesinare su riferimenti reali precisi (culinari in particolare) che lo rendono indubbiamente affascinante. La delineazione psicologica è molto precisa e credibile, talmente credibile e immersiva nel modo di pensare del protagonista che uno dei tanti colpi di scena descritti risulta, in realtà, piuttosto prevedibile proprio per questo motivo (anche se Manook si impegna tantissimo a sporcare le acque e si prende molto tempo per svelarlo, al punto che si arriva a dubitare).

Alcuni tratti sono parzialmente sovrapponibili agli eroi dei film d’azione anni 90 (forse più che l’Hard Boiled), popolati da duri dal cuore d’oro che prima sparano o poi parlano. In questo sembra leggermente carente di originalità e si muove su luoghi comuni, a differenza di altri personaggi con uno spessore ed una caratura da onori di letteratura (Maigret, Marlowe, Montalbano, ecc.), ma è veramente come notare un granello di polvere su di un dipinto. Muovendosi in questi territori, anche la narrazione non può che seguire gli stessi ritmi, adrenalinici, imprevedibili, pieni di colpi di scena, con pochi momenti in cui è possibile prendere fiato. C’è molto equilibrio nel dosaggio dei vari ingredienti, nei cambi di fronte e il ritmo tiene francamente incollati alle pagine: è come guardare un film.

Diversi sono gli altri elementi che attirano l’attenzione. Intanto c’è una buona dose di violenza schietta e senza troppo filtri che all’inizio serve sicuramente come espediente per buttare l’esca al lettore, con un accanimento che va a segno. Secondariamente Manook pur investendo Yeruldelgger del ruolo di protagonista, si permette anche di farlo sparire per lasciare spazio ad altri personaggi, nello specifico quelli femminili, che risultano sempre determinanti e in possesso di grandi qualità, a differenza degli uomini che si rivelano meschini e piccoli. Solongo e Oyun in particolare non sono semplici personaggi secondari di supporto ma sono dotate di una loro così precisa connotazione che solcano il proscenio oscurando il protagonista, giustamente. Non solo loro ma anche Saraa, l’altra figlia di Yeruldelgger, Colette, la prostituta che collabora con lui e le altre figure che si susseguono in ruoli diversi ma sempre positivi, per quanto spesso vittime.

Manook conduce senza pesantezza per gli spazi sterminati delle steppe mongole, fa respirare gli odori dei piatti tipici spiegando come si cucina il boodog, racconta le tradizioni di spiriti della casa, descrive le yurte trasportando in un mondo esotico ma, allo stesso tempo, non così diverso dall’occidente da cui i protagonisti si sentono invece distanti.

 

Secondo me....

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