La condizione umana – André Malraux

Shanghai 1927. È in corso una rivolta capeggiata dai ribelli comunisti che prendono il controllo della città prima dell’arrivo di Chiang Kai-shek, leader del partito nazionalista Kuomintang. Le due fazioni politiche in realtà sarebbero alleate grazie ad accordi tra il generale cinese e Stalin, che sostiene l’alleanza. All’insurrezione partecipano in maniera diretta Cen, il quale commette il suo primo omicidio per procurare armi alla causa, avvenimento che apre la narrazione, il cinogiapponese Kyo e il russo Katov. Indirettamente altri personaggi ruotano intorno alla ribellione ma 9788845250323_0_221_0_75a decretarne i destini sarà il panorama politico generale, quando Chiang Kai-shek deciderà di rompere l’intesa con l’ex alleato sovietico, decretando la fine dei moti di ribellione.

Romanzo che ruota attorno all’insurrezione di Shanghai e che portò all’attenzione europea i sanguinosi avvenimenti che la caratterizzarono, trova il suo sponsor migliore in Camilleri il quale in un’intervista (francamente non ricordo dove) disse che era uno dei suoi preferiti. La motivazione principale ad affrontare questa lettura non può che essere questa, trattandosi di uno dei migliori scrittori italiani del momento e sicuramente uno dei più noti, sia in patria che a livello internazionale (per quanto viene da immaginare che le traduzioni risultino alquanto depauperate dalla loro indispensabile sicilianità).

Questo perché il romanzo, di per sé, pur inserendosi in una cornice storica inusuale ed interessante, non sembra trovare nella sua struttura narrativa un grande punto di forza. La scrittura è molto densa e stilisticamente non banale, Malraux si rivela acuto e profondo nelle riflessioni che emergono in frasi tutt’altro che sparute da cui si desumono cultura e preparazione filosofica unita ad una sensibile visione dell’esistenza, ma tuttavia non è sufficiente. Nonostante questo, infatti, il romanzo non sembra funzionare con la scioglievolezza adeguata e assume macchinose farraginosità stilistiche ed eccessive rigidità nel raccontarsi, al punto da arrivare lento e confusionario. I personaggi si sovrappongono l’uno all’altro senza avere una grande personalità e risultano tutti molto simili e  per questo indistinguibili, anche se chiaramente caratterizzati da motivazioni diverse. Le sequenze di azioni concrete sembrano, allo stesso modo, molto evanescenti e poco chiare nella testa di chi legge (che, come nel mio caso, può anche essere in un periodo di forte deconcentrazione) diventando un pastone di eventi insignificanti in cui si capisce in generale cosa sta succedendo e dove si sta andando a parare, ma con una sensazione di noia e di inevitabilità, un mero elenco di fatti senza emozioni.

Eppure Malraux non è esente da una certa emotività che traspare però in una serie di riflessioni che, per quanto totalmente vere, paiono sconnesse dai fatti narrati. Quasi come se fossero inserite in un contesto che non gli appartiene o di cui non si vede sempre la motivazione, se non quella di essere un pensiero subitaneo dei protagonisti. Manca di tutta una la componente che lo renda sufficientemente coinvolgente e avvincente da risultare memorabile. Le tematiche sono di un certo spessore esistenziale, la morte è un alone che percorre tutto il romanzo, insieme inevitabilmente all’amore (dicotomia inseparabile) e ad una sensazione di separazione tra gli esseri umani l’uno dall’altro che costituisce la così detta “condizione di incomunicabilità” sbandierata in quarta di copertina e in altri commenti, che sarebbe la chiave di lettura finale di questo scritto. Anche se, altrove, viene indicata la morte come principale interpretazione. Per quanto entrambi gli elementi siano presenti e chiaramente evidenti in ogni frangente, Malraux scrive una sola volta in proposito della Condizione Umana, da cui il titolo, ed è in occasione della seguente riflessione legata più banalmente al potere.

L’uomo non vuole governare; vuole dominare, come avete detto voi, essere più che un uomo in un mondo di uomini. Vuole sfuggire alla condizione umana, come vi dicevo. Non vuole essere potente, ma onnipotente. La malattia chimerica, di cui la volontà di potenza non è che la giustificazione intellettuale, è la volontà di divinità: ogni uomo sogna di essere dio.

Non si tratta del riscatto degli ultimi e degli oppressi ma della volontà di potere, di non essere fragili e mortali in modo da avvicinarsi alla gloria e al ricordo, indissolubilmente legati alle azioni eterne che entrano nella storia, le quali superficialmente sembrano accomunare i tre protagonisti per quanto dichiaratamente mossi da motivazioni differenti. Eppure nonostante questo, no, non convince e viene da domandarsi, entrando nell’ambito della soggettività, cosa possa aver visto e sentito Camilleri in questa lettura che non sia alla portata di altri e che non abbia condotto La condizione umana a diventare un capolavoro indimenticabile. Si entra nel territorio della sensibilità personale, non ci lasciamo toccare tutti dalle stesse emozioni e le risonanze sono sempre diverse per ognuno a fronte di uno stesso stimolo.

E va bene così.

Ultima parte veramente superflua se non per una riflessione:

Si può ingannare la vita a lungo, ma essa finisce sempre per fare di noi quello che eravamo destinati ad essere. Ogni vecchio è una confessione, e se tante vecchiaie sono vuote è perché molto uomini erano già vuoti e lo nascondevano.

5 pensieri su “La condizione umana – André Malraux

    • In generale sicuramente, nello specifico è piuttosto raro trovare qualcuno con esperienza in moti rivoluzionari (:D), ma non in altri aspetti relazionali trattati. A mio avviso, però, la bravura di uno scrittore sta anche in questo, creare empatia o immedesimazione anche in chi una certa esperienza non l’ha fatta.
      Lo hai letto? Se vuoi condividere come ti è sembrato non può che farmi piacere.

      • Purtroppo non l’ho letto, ma – parlando su cosa ci avesse trovato Camilleri – mi sono risposto così; in generale, ci sono autori che sentono la materia di cui trattano scottargli tra le dita e forse più che rivivere i fatti puntano dritto al messaggio che han tratto da essi e vogliono trasmettere a chi leggerá, senza “fuochi retorici” o di esasperato realismo (ad esempio, certi mappazzoni descrittivi alla Flaubert).

        • Certo, rientriamo anche molto nel gusto soggettivo. Concordo pienamente su quanto dici rispetto ai mappazzoni perché difficilmente apprezzo tutto quello che mi arriva come costruito o troppo adagiato più sulla forma piuttosto che sul messaggio. D’altra parte qui il messaggio mi sembra fin troppo chiaro e scontato, c’è proprio qualcosa che narrativamente mi arriva come molto confusivo e poco chiaro. Sensazioni, però..

Secondo me....

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