Good Bye, Lenin! – Wolfgang Becker

Christiane (Katrin Sass) vive insieme ai due figli Alex (Daniel Brühl) e Ariane (Mara Simon) a Berlino est nella DDR. Il marito l’aveva lasciata diversi anni prima per scappare nella Germania Federale e, a seguito dell’abbandono, affrontò un forte periodo di depressione al cui termine si era buttata con convinzione sul socialismo fino a divenire elemento politicamente molto attivo del partito. In occasione del quarantesimo anniversario della DDR, nell’ottobre 1989, è invitata al ricevimento per i festeggiamenti ma nel tragitto si imbatte in una manifestazione di protesta e vede Alex malmenato dalla polizia e portato via. Christiane ha un infarto ed entra in coma per otto mesi. In questo lasso di tempo le frontiere vengono aperte e il muro abbattuto cosicché al suo risveglio il mondo che conosceva non è più lo stesso. good bye leninIl medico che la seguiva teme però che lo shock possa esserle fatale e allora Alex si ingegna per fare in modo che nulla sembri cambiato e…da qui in poi è meglio guardare il film.

Capolavoro di originalità e genialità sviluppato con delicatezza, emozione, poesia e umorismo.

L’idea di raccontare una storia ambientata a cavallo dei cambiamenti che seguirono la caduta del muro di Berlino è senza dubbio vincente da subito per la quantità di spunti utilizzabili, nella semplice confrontazione tra il prima e il dopo. Il film non vuole cercare la risata e l’equivoco ma desidera muoversi in territorio umoristico in cui il sorriso è sempre a denti stretti. Alcune scene fanno ridere ma all’interno di un’atmosfera pacata in cui si coglie sia il lato buffoimagesaz e farsesco quanto, contemporaneamente, quello più amaro e profondo. I cambiamenti drastici portano a mutamenti rivoluzionari e sostanziali che non hanno solo a vedere con l’apparenza ma, a volte, anche con la sostanza, con i valori in cui si crede. O almeno che si crede siano concreti, per cui il disvelarsi di una realtà diversa non può che essere traumatico: la caduta impietosa di un velo che celava la realtà. Quella di Becker non è una critica politica, non c’è spazio per l’invettiva nella sua narrazione, ma è un racconto leggero e nostalgico del cambio di un’epoca visto dagli occhi di chi quell’epocaimageswas l’ha amata profondamente, pur con tutti i suoi difetti visibili. Le indispensabili nuove libertà acquisite e tanto desiderate portano  certamente ad un cambio di vita, ma che non è un’esplosione rivendicata di tutto quello che è mancato quanto più un passaggio verso nuovi lidi. In parte c’è la nostalgia per quello che l’epoca rappresentava, per la sua stessa identità che condivideva con le persone, pur nella consapevolezza dei tanti errori commessi. Evitarli avrebbe infatti potuto concederle un’immagine più gloriosa di quanto non sia stata “piccola”, in realtà. Ed è quello che, a suo modo, cerca di fare Alex quando progetta l’uscita di scena di tutta l’impalcatura che ha costruito, dando l’impronta che desiderava vedere a ciò che riconosceva e che la madre avrebbe accettato.

Un amore – odio rassegnato, ma pieno di affetto.

Becker confeziona una piccola perla, utilizzando un’ottima idea e dandole una forma ben imagescclevigata che ha tante qualità dal punto di vista visivo e strutturale. La sua è una narrazione sincera, emotiva, che non ha ridondanze, finzioni o lentezze ed è totalmente assente da ogni forma di giudizio. Un vero piacere da guardare nei quattro momenti costitutivi di pre-evento, evento, post-evento e rivelazione, organizzati con una cura ed un amore di realizzazione che traspare anche dalle diverse citazioni cinematografiche. In primis di Kubrick in maniera esplicita a 2001 Odissea nello spazio ma anche ad Arancia Meccanica di cui viene ripresa la sequenza velocizzata e la stessa musica della scena in cui Alex (quello di Malcolm McDowell) va a letto con due donne. Altre pare siano quella dell’ascensore presa da Angel Heart – Ascensore perimagese l’inferno (avevo sedici anni quando l’ho visto quindi mi risulta difficile risalire all’immagine) e La dolce vita con  la scena del cristo portato da un elicottero, che qui diventa la statua di Lenin (qualcosa mi sembra di ricordare ma di mio non mi sarebbe venuto in mente), peraltro una delle scene più suggestive di tutto il film. Ci sono anche altri riferimenti a film che non ho visto e altri che invece ho visto, tipo Film Blue, ma difficilmente avrei potuto riconoscere uno stesso brano di musica classica ascoltato più di quindici anni fa, soprattutto perché non sono un cultore di musica classica, quindi mi fermo.

Cast ottimo per quanto piuttosto anonimo e senza successivi grandi riconoscimenti indexein altre produzioni. L’unico che spicca è anche quello che effettivamente farà carriera, ovvero Daniel Brühl. Di suo fino a questo momento era rimasto all’interno del contesto teutonico ma da lì a poco riuscirà a passare oltre frontiera in altri stati europei, come con lo stupendo Salvador – 26 Anni contro dello spagnolo Manuel Herga (sull’ultimo condannato a morte con la garrota in Spagna), per poi passare direttamente ad Hollywood con varie produzioni, tra cui Bastardi senza Gloria di Tarantino e Rush di Ron Howard in cui interpreta Nikki Lauda con molta credibilità. Sicuramente il più talentuoso e giustamente riconosciuto per questo anche se, sfortunatamente, ricordato più per pellicole commerciali che per altre molto più argute e significative come, appunto, Good Bye, Lenin! e Salvador.

imageswsBello, bello, bello. Da vedere assolutamente. L’ho detto che è bello?

Giudizio in minuti di sonno: Entro in coma in contemporanea con la protagonista e mi risveglio durante la scena del Lenin trasportato in elicottero. Riavvolgo, recupero e arrivo fino alla fine.

Secondo me....

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