Atene in 5 Giorni..di cui tre da zoppo

Atene non è mai stata tra le mie principali aspirazioni per una vacanza di alcuni giorni all’estero.

L’intenzione in realtà era di proseguire, dopo Vilnius, nella zona Baltica e andare a Riga che, tuttavia, non mi sembrava il luogo adatto dove recarsi a Dicembre. Stessa ragione per cui sono state scartata Bratislava e Budapest. Obiettivo: evitare la neve. Prima motivazione a favore di Atene, che in quel periodo dovrebbe essere più calda.

Altra meta papabile era Lisbona che però, secondo la media annuale di piovosità, nel mese di Dicembre godrebbe di precipitazioni intense, quasi il triplo rispetto a Milano. Seconda motivazione a favore di Atene che avrebbe una percentuale di precipitazioni molto basse per tutto l’anno. Per un attimo mi aveva tentato l’idea di andare a Marrakech (esclusivamente per il film) ma non mi entusiasmava l’idea di andare in Africa.

L’ultima considerata era Sofia ma visto che scrivono in cirillico era stata esclusa allo stesso modo perché non avevo proprio voglia di andare in un posto in cui non fossi in grado di distinguere almeno i caratteri dell’alfabeto, memore del passaggio a Mosca. In questo caso nella scelta di Atene sul momento mi deve essere sfuggito qualcosa perché non ho alcuna conoscenza del greco, né antico, nemmeno moderno e , in ultima analisi, il loro alfabeto non assomiglia neanche vagamente a quello latino. Ma l’ipotesi di stare al caldo, lontano dall’umidità padana e di vedere il quartiere “anarchico” di Exarchia, più tutte le solite cose, mi sono sembrate allettanti quantomeno perché immaginavo fosse una di quelle città in cui valga la pena andare almeno una volta nella vita.

Questo nonostante mi risuonasse in mente la battuta di Maurizio Battista che diceva più o meno : “che ci vado a fare ad Atene a vedere il Partenone? Sto a Roma, abbiamo il Colosseo!

E Atene sia.

I GIORNO : LUNEDÌ

Questa vacanza non parte sotto l’ala dei migliori auspici.

Già da sabato, il primo giorno effettivo di ferie, mi si è rotta la stufa quindi sono in casa al freddo a mangiare con circa dieci gradi. Ho preso appuntamento per farla riparare e il tecnico arriverà esattamente il primo giorno di ritorno al lavoro. Non so se sia il freddo o la conseguente cattiva digestione di un purè (magari non preparato proprio bene) al sedano rapa ma la mattina della partenza sono tutt’altro che in forma.

Questo è il primo viaggio che faccio completamente da solo (anche se in tournée, a conti fatti, era come se lo fossi) e al momento dei controlli provo un misto tra smarrimento, nostalgia e ansia, che tanto ha caratterizzato IMG_20181210_101705questo anno di merda come pochi altri. Un leggero stato di ansia ai controlli mi ha sempre accompagnato durante la tournée, forse perché puntualmente facevo scattare tutti gli allarmi e ogni volta venivo perquisito e controllato. Probabilmente è l’irrazionale paura, più o meno presente in tante altre circostanze, di avere qualcosa che non va. Passata la barriera tutto si stabilizza e si fa sentire solo la stanchezza dell’essermi svegliato presto. Mangio un panino e sulla mia mano si possa una coccinella (racconto a tema a cui sono affezionato). Speriamo che almeno lei mi porti un po’ di fortuna perché in questo periodo con il culo che mi ritrovo, come minimo cade l’aereo. Quando iniziano le sfighe arrivano tutte a treno nello stesso momento e per ora non accennano a finire ma non voglio permettere che mi si rovini la tanto agognata vacanza che aspettavo di fare da Febbraio.

Partire, andare, sparire, in un posto qualunque in cui non si parli la mia lingua e mettere tanto, ma tantissimo, spazio tra me e la realtà.

La stanchezza e la tensione accumulate durante l’anno e gli stravolgiDSC_0246menti continui si fanno sentire: mi addormento prima ancora del decollo. Mi sveglio praticamente all’atterraggio dove, uscito dall’aereo, pedino gli altri passeggeri perché non vedo nessuna indicazione, mentre loro sembravano aver chiaro dove andare. Uscito dall’aeroporto, seguo il simbolino della metro, che scelgo di prendere per una questione di semplicità e rapidità, rispetto all’autobus X95, e di certo non per i costi (dieci euro contro sei). Qui l’ingresso è libero, c’è solo da passare il biglietto sopra il lettore ottico ai tornelli per la convalida.

Arrivo sul binario ma non ho la minima idea di quale sia la direzione in cui devo andare soprattutto perché in biglietteria mi avevano detto che la metro sarebbe partita venti minuti dopo, alle 15:30. In nessuno dei due tabelloni c’è l’orario corrispondente e la scritta in greco sovrastante, guarda un po’, non ho la minima idea di cosa voglia dire. Nell’arco di 5 minuti arriva un convoglio ma non ho idea se sia il mio o meno. Chiedo ad un tizio in divisa dell’aeroporto (cazzo, lui lo saprà, no?) che per sua sfortuna era al telefono e quindi si limita a rispondermi laconicamente “This way” dove il tabellone indicava 16:30.

Del resto la Laconia era in Grecia, no?

E se mi avesse risposto da beota sarebbe stato peggio.

Attendo l’arrivo della metro, effettivamente per le 15:30, ma salgo solo dopo aver chiesto conferma DSC_0030ad una ragazza che, presa alla sprovvista dalla mia domanda, mi guarda come se fossi un alieno. E un po’ alieno mi sento visto che le scritte sono indecifrabili. Durante il viaggio in metro osservo il paesaggio, sembra di essere in regioni come la Puglia. La metro passa vicino alla strada: mi incuriosiscono i taxi. Hanno tutti un colore giallo canarino in varie tonalità sbiadite che immagino dicano qualcosa rispetto all’età e all’usura del mezzo. Se negli alberi si contano i cerchi all’interno del fusto forse nei taxi la vecchiaia è determinata da quanto il giallo sembri spento.

Perché mi rifiuto di credere che qualcuno scelga intenzionalmente un giallo così spento.

A questo punto l’umore è già migliorato. Sono finalmente via, da solo e ho una città tutta per me da esplorare e da scoprire. Mi guardo in giro cercando di imprimere più immagini possibile nella memoria, guardo le persone e tengo sempre sotto controllo le fermate. Da quello che ho capitoDSC_9857 devo scendere a Syntagma per raggiungere l’albergo che non dovrebbe essere lontano. In effetti è così ma giro un po’ a vanvera prima di prendere la strada giusta. Alla reception dell’Adonis mi aspettano e non vogliono nemmeno vedere la prenotazione. Chiaramente l’ascensore è rotto, si scusano in anticipo per il disagio perché stanno facendo dei lavori di ristrutturazione e mi avvertono che giovedì avrei dovuto essere spostato di sistemazione. Vabbè. La camera è piccola ma molto ben tenuta e moderna, il bagno invece è microscopico ma non mi posso lamentare perché non ho speso tanto, si trova in centro e soprattutto l’ho scelto per la terrazza panoramica con vista sull’Acropoli di cui vorrei usufruire una sera sorseggiandomi una birra.

Vorrei uscire subito ma crollo di stanchezza per il viaggio e decido di godermi la solitudine della stanza leggendo e cazzeggiando un’oretta e mezza prima di iniziare ad esplorare. Chiedo qualche consiglio rispetto ai giri da fare all’uomo alla reception che si dimostra veramente gentilissimo nello spiegarmi tutto e illustrarmi i percorsi sopra una mappa che mi lascia. Si mette a fare addirittura ricerche su internet per accontentarmi e dare ulteriori suggerimenti, si sbatte veramente un sacco rispetto a come non sono abituato.

Quando esco alle cinque e mezza (siamo un’ora avanti rispetto all’Italia) è già buio e decido di stare nella zona antistante fino alla cena. Mi trovo in zona Plaka, quella più turistica, piena di negozi colmi di cianfrusaglie e di ristoranti con i molesti “buttadentro” (parlo a titolo personale, a me rompono il cazzo e mi spingono ad andare oltre). C’è molto movimento ed è una parte della città piuttosto graziosa seppur palesemente artificiosa. IMG_20181210_183214C’è quello che vende bigiotteria, souvenirs, magliette “This is Sparta” (ad Atene..!), oggettistica oplitica e vasellame vario con illustrazioni erotiche di amplessi e orge omosessuali e anche eterosessuali, per tutti i gusti insomma. Percorro le vie principali rimanendo nel quartiere e poi decido di fare la strada che passa intorno all’Acropoli fino ad arrivare ad una rocca rocciosa dirimpetto all’ingresso della zona dei templi (ma esterno al complesso recintato) su cui salgo completamente al buio per fare qualche foto (a proposito qui quelle più serie)  e su cui trovo un tizio intento a fumare una canna e poco più in là una coppietta. Da qui la vista è molto affascinante, si vede l’Acropoli illuminata e tutte le luci di Atene. Quando decido di proseguire nella passeggiata e inizio a prendere stradine a vanvera cercando di ritornare nella zona Plaka.

Trascorrono così almeno tre ore fino a quando non realizzo di non avere ancora mangiato e che forse ho un zinzinino fame. Evitando accuratamente i buttadentro scendo in uno scantinato non lontano dal mio albergo, la Taverna Saita. Non particolarmente entusiasti ma comunque cordiali mi fanno accomodare, subito dopo di me entrano due orientali. Il locale è vuoto, c’è solo un altro tavolino occupato da un uomo che guarda video sul cellulare insieme al proprietario che riconosco come tale quando viene a prendere l’ordinazione: MoussakàDSC_0221 (una specie di sformato fatto con ragù, melanzane, patate e besciamella che avevo già mangiato in un ristorante greco dalle parti di Amburgo) e una bottiglia di acqua, ma prima che se ne vada aggiungo anche un mezzo litro di vino della casa. La cucina è in un angolo soppalcato alla sinistra delle scale d’ingresso, da cui vedo spuntare una signora che mi dà la sensazione di essere in un posto a conduzione famigliare. L’ambiente è molto rustico, tovaglie a quadretti e botti appese al soffitto a fare la copertura di una specie di minigazebo alla mia destra. Quando mi arriva il vino lo dimezzo quasi subito, sono in vacanza e voglio lasciarmi alle spalle tutto e divertirmi. Mangio decisamente bene e quando chiamo per chiedere informazioni sui tre dolci tra cui ero indeciso, faccio solo in tempo a domandare cosa fosse il primo dei tre che subito me lo ritrovo davanti: Halvas, una specie di dolce al cucchiaio fatto di semolino, miele e cannella ma che si trova in tante altre varianti in base alla tradizione culinaria di riferimento (Albania, Ucraina, Tunisia, Pakistan, Israele..). Ottimo.

Finisco il vino ed esco a fare un giro digestivo bello allegrotto e felice.

Vado verso Piazza Syntagma alle cui spalle si trova il Palazzo del Parlamento con il Monumento al Milite IgnotoDSC_9871 davanti al quale le guardie (Euzoni) peggio vestite di tutta la storia militare (come avevo trovato scritto altrove) si esibiscono, ogni ora, nel cambio della guardia e ogni mezzora si avvicinano al monumento con dei movimenti di difficile definizione che non sia quello di buffo o bizzarro. Sicuramente è una cerimonia che va vista come quanto di più tipico ci possa essere qui. Oltre alle due guardie intente a svolgere il proprio compito c’è sempre anche un militare in mimetica, anfibi, baschetto blu e baffetti (non so se sia un caso ma ne ho visti quattro diversi e tutti avevano i baffi allo stesso modo) che fa gli spiegoni e tiene lontani i turisti avvertendoli che si possono fare foto ma non si possono salire i gradini.

Non mi sono di certo osato a vedere cosa accadesse nel trasgredire.

Da piazza Syntagma parte Ermou Street che porta direttamente al quartiere Monastiraki, quello del mercato. La percorro abbastanza inconsapevolmente quasi tutta, ma senza arrivare fino in fondo alla piazza perché troppo stanco. Si tratta di un’ampia via pedonale con negozi alla moda e chioschetti in cui, ad un certo punto verso metà DSC_9901strada, ci si imbatte nella Chiesa di Panaghia. Proprio qui, al ritorno, mi fermo perché gli avventori di un pub sono usciti tutti in strada per improvvisare un ballo di gruppo messi in cerchio abbracciati l’uno all’altro (qui la foto). Osservo questi giovani ballare mentre la musica si diffonde in tutta la strada e rimango rapito da questa manifestazione spontanea ed improvvisa. Non saprei dire come mi senta. Da una parte sento il contrasto dell’essere solo di fronte ad un gruppo ma dall’altra ho la sensazione di stare assistendo ad un momento unico ed irripetibile. Intrinsecamente bello.

Ritorno quindi in albergo un po’ più leggero e fiducioso del fatto che la bellezza risieda negli istanti di vita in cui si respira un’aria diversa, indefinibile ma tangibile, come l’atmosfera elettrica che precede il primo bacio.

II GIORNO: MARTEDÌ

La vista panoramica dell’albergo vale assolutamente la spesa di qualche euro in più e quindi mi godo una colazione, piuttosto anonima a dire la verità, ma di fronte ad uno spettacolo che non mi ricapiterà di vedere nuovamente. Le previsioni danno pioggia abbondante nel pomeriggio. Per puro masochismo controllo anche quelle di Lisbona in cui il tempo è soleggiato.IMG_20181212_081418

Date le premesse meteorologiche decido di andare in mattinata a visitare Exarchia e poi di trascorrere il resto della giornata al Museo Archeologico Nazionale, non lontano dal quartiere. Passo nuovamente per Piazza Syntagma e dal Monumento al Milite Ingnoto per vedere che aspetto abbia durante il giorno e poi tiro dritto lungo la grande strada che veicola il traffico automobilistico per raggiungere la mia meta. Atene è una città estremamente trafficata, ci sono tante macchine, i clacson suonano di frequente e i greci arrivano molto lunghi in frenata quindi spesso si fermano sopra le strisce pedonali e c’è da fare un poco di attenzione. Da quel punto di vista anche le zone pedonali sono spesso battute da motorini e scooter dal rumore più simile a quello di una Harley, guidati rigorosamente senza casco. Ogni strada è buona per andare su due ruote, anche quelle pedonali, ma sono italiano quindi ho poco da dire.

In Norvegia mi ero fatto riconoscere subito.

A circa metà strada mi faccio distrarre da un chioschetto e nella via perpendicolare alla principale noto a distanza una sommità collinare. Suppongo si tratti di Licabetto, un’altura da cui si gode della vista panoramica di Atene e quindi decido di deviare e fare prima una capatina da quelle parti. Anche senza grandi indicazioni è piuttosto facile da raggiungere a piedi, camminando un pochino.

IMG_20181211_100936Passando attraverso un piccolo parco in cui la gente va a correre, arrivo sulla cima sudato marcio, non tanto per la fatica, quanto per il caldo e per  l’eIMG_20181211_102817ssere vestito abbastanza invernale. C’è una piccola chiesa e il panorama dalla terrazza è effettivamente molto suggestivo, si vede sia Atene dell’entroterra che dalla parte del porto, il Pireo. Tuttavia è sempre il genere di visione che risulta migliore quando si è di persona, perché in foto a me non mi dice mai nulla, in questi casi ho sempre la sensazione che la fotografia risulti molto riduttiva. L’ultima parte della strada che conduce alla cima, quella fuori dal parchetto antistante, è piena di piante di fichi d’india e qui faccio una constatazione  rispetto a come certi comportamenti si adeguino alle circostanze e ai luoghi: da noi i fidanzatini adolescenti scrivono le proprie iniziali sulle cortecce degli alberi qui lo si fa sulle foglie dei fichi d’india.

Scendendo da Licabetto cerco di prendere strade alternative e cDSC_9999lamorosamente a caso per arrivare ad Exarchia. Non in maniera molto lineare e quindi cambio direzione più e più volte, con la certezza di aggirarmi comunque all’incirca nei paraggi giusti. Almeno fino a quanto non capito in un parchetto triangolare (Piazza Exarchia) da cui capisco di essere arrivato a destinazione per via della presenza di striscioni di protesta, da assembramenti di persone attorno a dei falò improvvisati con legna che arde a terra e dall’odore di marijuana che ogni tanto mi arriva alle narici.

Exarchia è noto principalmente per aver dato inizio ai disordini del 2008, si tratta di un quartiere universitario, (il politecnico si trova in questa zona) ed è conosciuto per un’alta concentrazione DSC_9973di militanti anarchici e di sinistra che, per questi motivi, più volte gli valse il titolo di “quartiere anarchico” dalla stampa internazionale (italiana per esempio), il quale pare sia anche zona franca dalle forze dell’ordine. L’impatto non è entusiasmante perché alcune vie sembrano pesantemente degradate per la presenza sia di edifici fatiscenti che di scritte praticamente ovunque su tutte le pareti. Ogni tanto però spiccano anche alcuni disegni decisamente notevoli e di natura più “artisticaDSC_9975che magari coprono un palazzo intero. Originale ma non riesce a coinvolgermi. Per quanto sia più curato di Christiania a Copenhagen, trovo il quartiere molto trasandato e lasciato andare, a differenza di come poteva essere Uzupis a Vilnius che, pur essendo a sua volta un quartiere dichiarato indipendente, è in realtà una zona la quale ha beneficiato di una vera valorizzazione, invece di un decadimento. A parte queste considerazioni non sembra essere una zona malfamata, vedo tanti anziani e ragazzini girare tranquillamente e non c’è aria di pericolo. Agli angoli delle strade ci sono uomini seduti su degli sgabelli con delle valigie aperte o dei tavoli fatti con il cartone vendono sigarette.

Giro per tutte le strade fino a quando non inizio a ritrovarmi un po’ sempre negli stessi posti e quindi mi decido a cercare un posto in cui mangiare. Nel frattempo, però, mi fermo a fotografare alcuni murales con un enorme Che Guevara sopra una scatola diDSC_9984 cereali fuori da un edificio squadrato senza finestre, completamente ricoperto di disegni. Poco più in là, da una porta quasi impossibile da vedere, mimetizzata dai colori, esce una signora con una mascherina medica sul volto che mi si avvicina e inizia a parlarmi in greco. Le rispondo che non ho capito una mazza, allora passiamo all’inglese e mi chiede se mi piacciono quei disegni. Le confesso che in effetti mi hanno colpito molto e a quel punto mi rivela che sono stati i ragazzi a farli perché quella è una scuola. Scambiamo alcuni brevi convenevoli all’interno dei quali ci tiene a precisare almeno tre volte con molto orgoglio che quella è la quinta scuola di Atene.

Apperò…

Sfinito dalla camminata della mattina mi infilo in un ristorante che avevo intravisto durante le mie esplorazioni e ordino un Gyros. DSC_9993Mi arriva un piatto inaffrontabile per le dimensioni enormi e che so non riuscirò mai a finire nonostante la fame. Infatti avanzo qualcosina e chiedo di pagare il conto (7.40 Euro, veramente niente per quella porzione gigantesca) ma nel frattempo mi portano un altro Halvas che mi sacrifico comunque molto volentieri di mangiare e non mi fanno nemmeno pagare (vista la regolarità con cui questo accadrà mi renderò conto che qui è abbastanza comune offrire il dolce o qualcosa di vario tipo).

Peccato che a questo punto la mia degustazione venga interrotta da una pessima telefonata dall’Italia: l’ufficio del personale del posto in cui lavoro vorrebbe incontrarmi, faccio presente che sarei in ferie e ci si accorda per il lunedì successivo. Me lo DSC_9978aspettavo ma speravo non capitasse proprio in vacanza. Sono stato assunto da Luglio ma grazie al recente Decreto Sicurezza le figure come la mia sono state completamente cancellate dall’Accoglienza e quindi mi aspetto che non mi arrivino buone notizie e magari ne scriverò altrove.

Un’ansia alla volta” è stato il mantra fino a qualche settimana prima e vediamo di portarlo avanti godendosi la tanto agognata vacanza inseguita da Febbraio.

Non particolarmente di umore gaudente mi distraggo guardando i reperti del Museo Archeologico Nazionale mentre all’aperto letteralmente diluvia. Fondamentalmente qui si possono vedere una caterva di statue, vasi, utensili, oggetti storici ma soprattutto la famosa Maschera di Agamennone. Sarebbe pure stata unaDSC_0183 visita zen all’insegna dell’armonia e della perfezione estetica delle misure (per quanto non rappresenti proprio il culmine massimo del mio divertimento personale) se non avessi avuto sempre a fianco una famiglia di francesi chiassoni e spaccamaroni che si dilettavano a dire cazzate su ogni cosa con commenti da cavernicoli (capisco un po’ di francese). Al termine della visita piove ancora ed non ho voglia di andare a vedere il Teatro Nazionale non lontano da lì; preferisco fare a ritroso la stessa strada trafficata della mattina per passare davanti a all’Accademia di Atene e ad una successiva Chiesa Cattolica e il Museo di Numismatica prima di rientrare in albergo.

Mi piacerebbe riposare ma la cosa non riesce in maniera agevole perché stanno facendo dei lavori e martellano per tutto il tempo. Mi comunicano anche che invece di giovedì sarei stato trasferito di stanza il giorno successivo quindi mi chiedono di fare la valigia e poi avrebbero provveduto loro a spostare tutto.

Per la cena scelgo il ristorante Aspro Alogo ma, appena uscito per andare alla ricerca, scivolo sopra un marciapiede e volo a terra come se avessi camminato sopra di una lastra di ghiaccio. Mi rialzo subito e, colpo a parte, mi sembra di essere a posto. Quindi vado al ristorante che si rivela essere una specie di corridoioDSC_0007 molto piccolo con un po’ di tavolini ma non ho voglia di cambiare e mi siedo. Il proprietario è molto brillante e accogliente, con un gilet e una sciarpa al collo, sfreccia tra i tavoli parlando ai clienti con cordialità. Mi illustra tutti i piatti corredati di foto e su “Moussakà very good” decido di assaggiarla anche qui accompagnata ad una birra greca (Zythos Vap), buona effettivamente. Subito dopo aver sparecchiato mi porta un piattino con un piccolo pezzo di dolce fatto in casa e due bicchierini, uno di succo di frutta e uno di Mastika (liquore dell’Isola di Chio a base di resina di lentisco) che è di una bontà stratosferica ed è molto leggero.

Soddisfatto, mi alzo per andare a pagare e mi cede il ginocchio. La gamba non mi regge e faccio fatica a camminare. Zoppico fino da lui in cassa e dopo avergli dato una cifra veramente esigua mi regala anche una bottiglietta di acqua e un suo biglietto da visita prima di farmi andare via.

Cerco di uscire tranquillamente ma la gamba fa male. Penso che scaldandosi un pochino magari il dolore si possa alleviare e quindi, molto piano, vado a Monastiraki dove nell’omonima piazza principale vengo fermato almeno sei volte in meno di 15 minuti per cercare di appiopparmi un braccialetto ed invitarmi alla festa giamaicana (organizzata da nigeriani) della sera successiva, cioè l’occasione in cui penso si vendano chili di fumo. Il ginocchio mi fa male, non riesco a fare foto perché vengo continuamente avvicinato da persone che mi vogliono al Jamaican Party e non mi sento di ottimo umore quindi decido di rientrare per mettere a riposo e sperare domani di riuscire a muovermi, porca di quella puttana.

III GIORNO: MERCOLEDÌ.

Il risveglio mi riporta alla dura realtà di zoppicare ancora. Impiego il doppio del tempo per salire sulla terrazza panoramica a fare colazione mentre penso che nemmeno in vacanza c’è tregua. Non mi voglio fossilizzare su questo fatto e provo a guardarla da una prospettiva diversa. In fin dei conti sono talmente abituato a fare sempre tutto di corsa che quando mi trovo all’estero mi faccio sempre prendere da una vorace fame bulimica per vedere tutto quello che è possibile nel tempo a mia disposizione, tale da dimenticarmi di seguire i miei ritmi e, prima di tutto, godermi tutto quello che mi circonda.DSC_0033

Questa può essere l’occasione per rallentare ed assaporare tutto con più gusto, me ne voglio convincere.

Ma il ginocchio mi fa male lo stesso, porcacciadiquellaputtana!

Da programma sensato l’unica scelta è quella di andare all’Acropoli. La mia gamba ringrazia sentitamente ma purtroppo da previsioni quello sarebbe stato un giorno di sole a differenza di quelli a seguire.

Mi sembra quasi superfluo precisare che a Lisbona persiste il sole.

Molto, molto, molto, ma molto lentamente mi incammino cauto verso il sito archeologico. Si tratta di salire fin sulla cima quindi decido di prendermi i miei tempi, fermarmi spesso e osservare con quanta più attenzione possibile, fantasticando e cercando di viaggiare con l’immaginazione. Dopo l’ingresso incontro prima il Teatro di DionisDSC_0045o e poi l’Odeo di Erode Attico; salgo poco per volta fino ad arrivare ai Propilei, il gigantesco ingresso all’Acropoli. Varcata questa soglia nulla mi separa più  dalle principali attrazioni di Atene: il Partenone (non pensare a Maurizio Battista!) e l’Eretteo, con la famosa Loggia delle Cariatidi, il  cui termine pensavo si riferisse esclusivamente a qualcuno di estremamente vecchio. Invece si tratta di statue femminili, precisamente di donne della città di Karya, rese schiave al termine della guerra che coinvolse la loro patria (seppur in realtà ci siano anche altre spiegazioni che qui non vado ad approfondire).

Girovagando nel sito ci si imbatte in una miriade di altri resti che non sto ad elencare per il gusto della scoperta personale. Chiaro è che il sito è affascinante pDSC_0048er la sua storia e per l’incredibile quantità di tempo trascorso dal momento in cui fu eretto ma anche per la maestosità e grandiosità. Uno spettacolo unico e per questo invaso da turisti, come me, che affollano questo posto durante tutto l’anno in quanto simbolo della prima civiltà occidentale.

Anche se, personalmente, la simmetria di queste opere monumentali non mi fa impazzire. O forse semplicemente si tratta di un canone estetico da cui sono circondato e che non rappresentaDSC_0076 per me nulla di esotico come potrebbe essere un tempio asiatico, per esempio, lontanissimo da tutto ciò a cui posso essere culturalmente e visivamente abituato.  Anche da qui il panorama è ampio. Rivedo Licabetto e poi mi intestardisco a cercare in mezzo a tutte quelle case fondamentalmente uguali, il mio albergo. Inutilmente manco a dirlo. Mi siedo in contemplazione cercando di fare qualche foto ma c’è sempre qualcuno che entra nell’inquadratura (e sarebbe un miracolo che accadesse il contrario considerando che avevo montato un 10-20) quindi mi stufo e decido di andare verso l’uscita.

Mi ritrovo a lato della rocca su cui ero salito il primo giorno e nelle condizioni in cui sono non ci proverei neanche morto.

Proseguo la passeggiata sul vialone che costeggia tutta la zona dell‘Acropoli fino ad arrivareDSC_0101 a Thisio Park. Entrando nella via successiva che la interseca si può accedere all’Agorà, la piazza principale dell’Atene antica. Qui si trovano la Stoà di Attalo (ricostruita nel 1951) che ospita il Museo dell’Agorà ma soprattutto il Tempio di Efesto che, pur essendo uno dei tempi greci meglio conservati, non riscuote lo stesso successo del Partenone, presumibilmente per la location molto meno da serie A. Infatti qui circolano molte meno persone e si gira tranquillamente tra resti, colonne dimezzate, un “Geometric Cemetery” (e qui mi chiedo se non sonoDSC_0086 incappato nelle tombe di squadre e compassi defunti), ingressi sontuosi a teatri ormai inesistenti, in una città rasa al suolo di cui rimangono solo muri mozzi.

Passeggiare in mezzo alle rovine di fasti che furono mi lascia una strana sensazione mortuaria e luttuosa perché è un po’ come se mi stessi muovendo in un gigantesco mausoleo a cielo aperto, dove prima c’era vita e scambi ora non è rimasto nulla, solo rovine, ed è necessario fare uno sforzo di immaginazione enorme per provare a concepire come potesse essere tutta quella zona nei tempi antichi, ora che tutto è seppellito.

Sono in un enorme cimitero.

Dopo aver girato ogni anfratto decido di uscire e mi ritrovo all’ingresso dell’Agorà Romana e della Biblioteca di Adriano che decido di rimandare a dopo pranzo. Di umore non particolarmente gaudente, vuoi per le riflessioni, per la gamba e per la chiamata del giorno precedente,DSC_0144 sento che ho bisogno di sentirmi coccolato quindi cammino per ritornare all’Aspro Alogo che non è proprio vicino ma oggi vorrei evitare posti turistici. Arrivo leggermente fuori orario ma non si fanno troppi problemi a farmi sedere e a portarmi una frittura di pesce che spazzolo con soddisfazione. A farmi compagnia c’è il riscaldamento si avvia facendo il rumore di un trattore. Chiedo un caffè greco per poterlo finalmente assaggiare e il proprietario mi porta anche nuovamente lo stesso dolcetto della sera prima, il succo di frutta e la mastika. Al momento di pagare anche questa volta pago una cifra ridicola e solo per il piatto di pesce: il resto me lo offre lui. Sospetto non si ricordi di me perché mi dà nuovamente un bigliettoDSC_0151 da visita e, anche questa volta, non mi lascia andare senza prima avermi regalato una bottiglia d’acqua.

Raramente ho visto dei ristoratori sbattersi così tanto per dei clienti che sanno vedranno ben poche volte.

Ritorno all’Agorà Romana dove scopro non è più possibile entrare perché l’ingresso chiude alle 15:00.

Dovrò recuperarla l’ultimo giorno visto che domani si prevede diluvio. Ne approfitto per comprare l’ennesima maglia dell’Hard Rock Cafè e girare per Monastiraki con la luce del giorno. Ovviamente non senza essere fermato dai consueti informatori della Festa Giamaicana e da un paio di anziane che mi vogliono DSC_0198appioppare una rosa apparentemente gratis.

Che poi cosa me ne posso fare se sono qui da solo?

Quando mi stanco ritorno verso l’albergo, facendo una sosta alla Cattedrale Metropolitana dell’Annunciazione e poi devio per andare verso il Tempio di Zeus Olympio, ovviamente già chiuso anche lui dalle 15:00, e lo Stadio Panathinaiko che invece chiude alle 17:00. Un minuto prima del mio arrivo ma che comunque si può osservare a distanza essendo “aperto”.

Decido di godermi finalmente quella famigerata birra in terrazza ma il bar è chiuso sia in questa giornata che nella prossima, quindi se ne parla l’ultima sera. Alla reception mi comunicano che hanno spostato le mie cose nella nuova stanza e mi dicono che quella in cui mi trovo oIMG_20181212_124054ra è molto meglio. Non so se è questa frase ad alimentare troppe false aspettative ma quandoIMG_20181212_174126 entro la stanza mi sembra delle stesse dimensioni e abbastanza simile. Il bagno è più piccolo e senza finestra questa volta, con il lavandino così attaccato al box doccia e al muro che quando mi chino per bere l’acqua rimango incastrato con le spalle. E non sono proprio quello che si potrebbe definire un energumeno. In compenso qui ho piccolo terrazzo con vista panoramica sul tramonto, che mi godo mentre provo a leggere un pochino il libro che ho ritenuto adeguato per questo viaggio in solitaria, dal titolo decisamente a tema, Undici Solitudini.

Scelgo il ristorante To Kafeneion, non troppo lontano e piuttosto appartato. Appena entrato sento “The show must go on” dei Queen e cerco di prenderlo come un incoraggiamento al mio stato esistenziale attuale, considerando chIMG_20181214_093556e subito dopo si passa esclusivamente a musica tradizionale greca e, in qualche caso, a cover greche di canzoni famose. Qui ordino una specie di hummus di “Fava beans” e un piatto di carne cretese (Apoiki o qualcosa del genere, non ricordo), dalla consistenza molto particolare e dal sapore asprigno. Buone entrambe anche se di porzioni ridotte rispetto ad altri posti, comunque sufficienti per una cena. Non mi faccio mancare il liquore, questa volta assaggio il Tentura a base di cannella e poi faccio quello che se ne sta tranquillo perché ho già chiesto tanto alla mia gamba.

IV GIORNO: GIOVEDÌ

Il meteo non perdona e oggi diluvia. A Lisbona il meteo conferma che il tempo invece è soleggiato. Andare a vedere le zone archeologiche è da escludersi e quindi giornata interamente dedicata ai musei.

Al mattino Museo dell’Acropoli che si trova dirimpetto all’ingresso principale dell’Acropoli.DSC_0161 Sono fortunato, stanno arrivando una raffica di scolaresche e quindi la visita sarà molto affollata. Appena entrato leggiucchio quà e là le spiegazioni rispetto a tutti i reperti esposti da un lato e dall’altro dello spazio d’ingresso, alternando con qualche curiosa occhiata agli scavi visibili sotto al pavimento di vetro. Cerco di evitare gli assembramenti di persone e le fiumane in modo da stare in una situazione un attimo più raccolta e rilassata.

La prima cosa ad attirare la mia attenzione è una scritta che colloca un reperto all’interno di un fantomatico “Geometric Period” (altro che squadre e compassi!) che sarebbe quello compreso tra il 1100 A.C. e il 700 A.C. e questo spiega il cimitero dell’Agorà antica. La seconda è un oggetto che mi incuriosisce per la forma ma non riesco a capire cosa possa essere. La didascalia recita “lampada con scene erotiche” e se la prima cosa a caso che attira la mia attenzione è questa, forse ci può essere una spiegazione al fatto che le donne greche fino a questo momento mi sono sembrate tendenzialmente molto attraenti. Gironzolo per il museo leggendo spiegazioni e guardando sculture di corpi, teste e varie.

Scopro che nel 529 D.C. con l’Editto di Giustiniano venne proibito l’insegnamento di Legge e Filosofia ad Atene come segno di vittoria della cristianità sul paganesimo. Queste si che sono civiltà e progresso. Altrove invece scopro che la traduzione di Omero è Homer, e non credo ci sia da aggiungere altro.

Giuro che non mi ero mai posto il problema prima.

In generale reperti su reperti, al primo piano in compenso è possibile vedere da vicino le Cariatidi mentre all’ultimo piano c’è una ricostruzione spaziale fatta con le Decorazioni del Partenone,IMG_20181213_124704 o almeno quelle rimaste dopo i saccheggi di collezionisti francesi e inglesi. Del resto nemmeno noi italiani siamo esenti dall’aver contribuito alla rovina dell’Acropoli. Il Partenone infatti, trasformato durante i secoli in chiese e minareti, in base alla dominazione imperante in Grecia ma senza modificazioni strutturali, fu fatto saltare in aria nel 1687 durante l’attacco dei Veneziani comandati da Francesco Morosini. Gli ottomani lo stavano usando come magazzino per la polvere da sparo e un colpo di bombarda veneziano lo colpì causando l’esplosione che lo ha ridotto all’aspetto attuale.

Questa e altre informazioni vengono date al secondo piano dove viene proiettato un breve documentario sull’argomento.

Visto e rivisto tutto il possibile si è fatta l’ora di pranzo e colto dalla pigrizia di dover cercare un posto dove mangiare, uscendo sotto la pioggia, preferisco mangiare nel Ristorante del museo che da qualche parte viene definito come uno dei cinque migliori al mondo tra quelli interni ad un museo. Il livello è effettivamente alto e il cibo molto sfizioso quindi anche il costo è più alto rispetto agli altri. Nello specifico assaggio un piatto di pasta tradizionale greca (Thanadas? O qualcosa del genere, non ricordo perché mi hanno portato via il menù prima che potessi annotarmi il nome..) accompagnata da formaggio molle e un salume tipo salamella dalla consistenza secca e dura, decisamente squisita. Ordino anche qui un caffè greco per convincermi definitivamente che non mi piace perché sono abituato a sapori più amari, forti e concentrati.

Volevo almeno avere più di un termine di paragone.

Al termine del pranzo vado nel non lontano Museo di Arte Contemporanea perché lo confondo con il Museo Municipale di Arte Greca che sta da tutt’altra parte. Qui miIMG_20181213_144405 devo confrontare con tutte le polemiche che amo coltivare nei confronti di un certo tipo di arte. All’ingresso c’è un cumulo di oggetti assemblati come solo Homer Simpson avrebbe potuto fare (una tavola in legno aveva ancora il codice a barre). Si tratta di un televisore che riproduce un video con un tizio che mette la testa dentro una scatola di cartone in cui una ventola gli sbatte dei peperoncini sulla faccia. Non so quale messaggio trascendentale voglia trasmettere ma mi permetto di esprimere diverse perplessità, come su di un’altra sedicente opera che non è nulla più che uno scaffale in vetro e alluminio. IMG_20181213_144418Giuro. Non sto ironizzando. Si tratta  e – s – a – t – t – a – m – e – n – t – e  di quello. Comunque IMG_20181213_145403tra opere dubbie e video che lasciano molto, ma molto, ma molto perplessi, tra cui una serie di porte prese da villaggi distrutti nel nord della francia a seguito di riqualificazioni residenziali che ricordano molto quelle fatte da Basquiat (o almeno mi pare di ricordare, non ho voglia di verificare), l’unica opera a spiccare è un’installazione di riflessione sugli spazi abbandonati a cura della Fondazione Merz che ha senso di esistere.

All’uscita, vista che ha smesso di piovere, decido di dirigermi verso Palazzo Presidenziale IMG_20181213_144957e il Museo Benaki, passandoIMG_20181213_152138 all’interno del Giardino Botanico Nazionale che durante la primavera deve essere uno spettacolo meraviglioso, visto che al suo interno ci sono animali e diversi tipi di piante. Raggiungo l’uscita sul lato di strada che porta al Museo ma all’ultimo qualcosa attira la mia attenzione e prendo una strada diversa pensando di ritornare facilmente indietro. Non so cosa sbaglio ma continuo a camminare senza più riuscire a trovare un’uscita e quando finalmente ne raggiungo una, realizzo di essere ritornato nel punto da cui ero partito al momento del mio ingresso nel Giardino Botanico Nazionale. Mi trovo poi di lato allo Zappeion, un edificio neoclassico, e, onde evitare di perdermi di nuovo, decido di fare la strada esterna che costeDSC_0014ggia il Giardino Botanico Nazionale e porta direttamente al Monumento al Milite Ignoto. Arrivato qui passo oltre per raggiungere il Museo Benaki ma sulla strada incontro gli Euzoni che stando andando a fare il cambio della guardia. Sono in tre, con il solito militare in mimetica e baffetti che li segue.

Torno indietro e li seguo.

Voglio vedere come si svolga nella sua completezza il cambio della guardia e rimango stupito del fatto che il militare con il baschetto blu e baffetti prenda a braccetto gli Euzoni per farli salire le scale come se fossero degli anziani novantenni.

Ritorno in albergo a riposare prima della cena.

Il ristorante prescelto della sera è Barbadimos Syntagma, sulla parallela di Ermou Street, qui mi portano una Peta con il pomodoro, Carne con Yogurt greco in quantità enorme, sono così pieno da dover rifiutare i dolci, mi offrono un bicchiere di té verde e ordino uno Tsipouro, una grappa morbida greca che non mi va nemmeno alla testa da quanto ho mangiato.

Passeggiata digestiva e poi rientro con le prime consapevolezze di essermi avvicinato alla fine della vacanza e con l’ultima giornata per vedere quello che manca.

V GIORNO: VENERDÌ

Recuperato l’uso della gamba, zoppico finalmente molto meno e posso muovermi a ritmo più sostenuto ma senza l’intenzione di impazzire correndo.

In mattinata parDSC_0272to con una visita al Tempio di Zeus Olympio che, se fosse integro sarebbe enorme, invece non ne rimane che alcune gigantesche colonne di cui una parte è rimasta in piedi e l’altra crollata a terra. Si gira intorno, si osservano le antiche Terme Romane e fondamentalmente si può andare via, a meno che non ci si voglia sedere a rimirare le rovine di un tempo lontano.

A piedi raggiungo i siti della Libreria di Adriano e l’Agorà Romana con la Torre dei venti che si trovano dalle parti di Monastiraki, non lontano DSC_0279dall’Agorà antica. Ultima tappa la Necropoli su Ermou Street, poco dopo Thisio Park. In zona scopro esserci un Museo delle Illusioni come quello che avevo visto a Vilnius ma a causa della lunga fila decido di non entrare, pensando che si tratti di una catena e che probabilmente troverei le stesse cose che avevo visto in Lituania. Secondariamente non ho voglia di chiudermi nuovamente in un museo e quindi opto per un pranzo all’aperto a base di Souvlaki di maiale. A termine pasto domando il conto, mi fanno pagare ma mi il proprietario mi chiede di dargli ancora un paio di minuti.

Subito dopo mi porta un biscotto dolce che mi dice essere tipico di Natale e che nuovamente non pago.DSC_0320

Per il pomeriggio, partendo dalla fermata Thisio, mi sono riservato un giro al Pireo, uno dei porti più grandi del mediterraneo. Mi aspetto qualcosa di suggestivo come possa essere quello di Genova ma rimango deluso. Esteticamente non è nulla di che ma è probabilmente una parte più genuina e reale rispetto al centro storico. Qui c’è tanta vita, gente ovunque di vario tipo e, come in tutte le altre zone di Atene, tanti senzatetto. Per tutte le strade della città se ne incontrano veramente molti. C’è una chiesa ortodossa che merita di essere vista, La chiesa della Santa Trinità, ma per il resto decido di tornare indietro dopo un paio d’ore. Riscendo a Thisio e percorro a ritroso Ermou StreeDSC_0167t fino alla Chiesa Metropolitana dell’Annunciazione dove mi siedo sul muretto a riposare.

Qui mi cade l’occhio sulla scritta del monumento posto di fronte alla chiesa, all’altro lato della piazza. Si tratta della statua dell’Arcivescovo Damaskinos Papadreou, famoso in patria per aver risposto ad un ufficiale delle SS che minacciava di fucilarlo con la frase : “Secondo la tradizione della Chiesa greco-ortodossa, i prelati vengono impiccati e non fucilati. Per favore rispettate le nostre tradizioni.“, alludendo sarcasticamente al linciaggio di un prelato ad opera degli ottomani, che è appunto la frase che capeggia alla base del monumento.

La storia e il coraggio degli uomini sono ad ogni angolo.

Lentamente ritorno in albergo dove finalmente riesco a bermi una birra sulla IMG_20181214_173343terrazza panoramica, trascorrendo un paio di ore in solitudine con la vista del Partenone e una birra Fix Hellas.

Certo, avrei potuto anche prendere un negroni, che adoro, ma oltre ad essere caro mi sembra anche poco tipico.

Per la sera decido di chiudere come ho iniziato e quindi ritorno alla Taverna Saita e ceno con carne alla griglia e patate. Vorrei ordinare Baklava ma mi portano direttamente un Halvas come dolce e quindi va bene così. Ultima Mastika e sono pronto per tornare a casa alla mattina successiva prestissimo, ma questa volta con il famigerato autobus X95. In aeroporto compro prodotti locali ed insisto con il caffè greco di una catena, per il solo motivo che è l’ultimo.

Piccola curiosità finale, per tutta la città ci sono gatti ovunque. Tra le rovine, per le strade, sui cancelli, sui motorini parcheggiati e in ogni angolo della città.

Atene, città dei gatti.

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6 pensieri su “Atene in 5 Giorni..di cui tre da zoppo

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