La grande bellezza – Paolo Sorrentino

Jep Gambardella (Toni Servillo) è uno scrittore famoso arrivato al successo grazie al suo primo romanzo, diventato pure l’unico sia per pigrizia nello scrivere che per un blocco dello scrittore. Sofisticato e colto, lavora come giornalista di critica dividendo le sue giornate a Roma tra interviste, l’ozio e gli agi delle numerose feste a cui partecipa con piacevole indifferenza e con celata criticità, muovendosi altezzoso e stanco tra personaggi vacui e senza alcuno spessore, alla ricerca di…e da qui in poi è meglio guardare il film.

La grande bellezza ha un palmarès d’eccezione: Premio Oscar e Golden Globe locandinacome miglior Film Straniero, quattro European Film Awards, nove David di Donatello, cinque Nastri d’argento, per dire solo alcuni dei riconoscimenti più importanti (solitamente la presenza di troppi premi è indice di un prodotto commerciale piuttosto che di qualità ma non è questo il caso) e contemporaneamente, ai tempi della sua uscita, è anche stato molto discusso come elemento scatenante di una separazione tra la critica e il pubblico, divisi anche al loro interno tra sostenitori e detrattori.

Passati circa cinque anni (quasi sei) dalla sua uscita, lontano dalle sterili polemiche, decido finalmente di affrontare la visione di un film che ha fatto parlare praticamente chiunque, compreso chi non avrebbe avuto nessun motivo per farlo. Ai tempi della sua uscita ero ancora su Facebook e ricordo vagamente qualche stato polemico contro Sorrentino in cui lo si accusava di essere stato favorito agli Oscar per via di finanziamenti non precisati ricevuti da un qualche potere (nel senso che non li ricordo e nemmeno sono interessato a recuperarli in memoria), i quali sarebbero serviti a pilotareindexc la procedura di assegnazione del premio per oscuri motivi politici (vedi la parentesi precedente). Ventate di indignazione si diffondevano sul social quasi come se fosse stato assegnato il premio nobel per la pace ad Amin Dada o a Jack lo Squartatore, per non parlare di quanti, presumibilmente abituati a guardare qualcosa poco sopra i cinepanettoni, colti all’improvviso da questo inaspettato riconoscimento internazionale per un regista che non si erano mai inculati neanche per sbaglio, hanno sentito l’urgenza di non sentirsi da meno a nessuno e di guardare il film sulla scia del “se gli hanno dato un premio sarà bello”.

Inevitabilmente delusi da quello che hanno visto si sono scagliati contro Sorrentino definendo il film come qualcosa di irrimediabilmente noioso. Del resto, non c’è nessuno che scoreggia e Servillo è pure un bravo attore.

Intanto si potrebbe dire che la noia è una percezione soggettiva, mentre la lentezza è una qualità (o difetto) oggettiva (o), a cui non segue necessariamente imagesqdqdqla prima, condizione legata molto più all’aspettativa o al gusto personale. Detto questo, si, Sorrentino è terribilmente lento ma fa parte del suo stile di regia (e pure di quello del proprio eloquio personale) e sarebbe bastato provare a guardare qualche altro suo film prima che arrivasse l’Oscar per rendersene conto. Era sufficiente interessarsi un pochino più al cinema che al Grande Fratello per conoscere la differenza. E’ un po’ come mangiare il patè di Foie Gras perché tutti ne parlano bene e poi dire “che schifo a me il fegato non piace, dando il via a polemiche vuote, sterili e blateranti.

Tra l’altro, per chi si lamenta della lentezza, è consigliabile guardare Un piccione seduto su di un ramo riflette sull’esistenza. A confronto un film di Sorrentino è Fast and Furious.

O Crank.

E’ quantomeno demenziale aspettarsi da un regista come Sorrentino dei ritmi incalzanti, specialmente se si considera che tutti i suoi film sono basati in buona parte sulla ricerca estetica imagesde sull’ossessiva composizione visiva di inquadrature ineguagliabili. Scomponendo il film fotogramma per fotogramma ci si ritrova una sequenza di fotografie di grande impatto visivo e di bellezza non comuni. Le soluzioni di Sorrentino non sono mai banali, sia nelle inquadrature che nei movimenti di camera con cui crea sempre nuove immagini di grande impatto. Chiaramente l’attenzione a questo aspetto monopolizza tutti i suoi sforzi creativi a discapito di una maggiore fluidità narrativa, che in Sorrentino è assente, in quanto tutto dilatato e scandito con tempi di attesa biblici (vedi l’inizio de Le conseguenze dell’amore) che lo rendono facilmente indigesto a chi necessita di maggior immediatezza, ma più affascinante per chi apprezza la potenza delle immaginiSorrentino è lento (pure quando parla) per cui bisogna immergersi in quelle immagini con l’occhio di un fotografo.

L’altro aspetto a cui dedica grande cura è la colonna sonora che riesce sempre a stupire per la sua incisività come accompagnamento ideale alla narrativa visiva, sia per quanto riesce a discostarsene per contrasto senza idealmente interromperne l’atmosfera, sia per quanto riesce invece a valorizzarla con musiche in linea all’istante; l’altro che effettivamente riesce egregiamente in questa operazione è Quentin Tarantino.

Gli omaggi e i riferimenti al Fellini di La dolce vita sono molto evidenti in alcune riprese (l’inquadratura delle scale durante il dialogo con il vicino, per esempio, riprendonoimagese un elemento che ricorreva anche nel film del cineasta romagnolo per le modalità con cui i passamano andavano a costruire elementi voluttuosi che rimandavano, a mio avviso, alla femminilità) ma anche nelle tematiche. Sorrentino le riprende e le aggiorna con una severa critica alla società odierna che si presenta sempre più becera, ignorante, buzzurra e trash, in contrasto con una Roma bella e senza tempo. Lo stesso Jep che assomiglia per portamento allo scrittore Tom Wolfe, pur essendo colto ed intelligente si adagia nella decadenza e nel disfacimento di una società ormai completamente vuota, senza valori, abbruttita e senza eleganza. Gli uomini di spettacolo e i potenti non solo non hanno valori ma nemmeno più nulla da raccontare e si trincerano dietro alla propria apparenza di falsità e di intellettualismi senza significato imageswwche ne sottolineano la vacuità, l’inconsistenza e le inguaribili ipocrisie. Sorrentino mette alla berlina con la secca ironia piena di flemma che lo contraddistingue le contraddizioni di personaggi senza sostanza. C’è la performer in stile Marina Abramovic che parla a vanvera per darsi un tono da artista seguendo banali luoghi comuni e senza essere in grado di spiegare gli stessi significati che propugna (quanti se ne vedono!!!), c’è la scrittrice radical chic che pensa di aver cambiato il sistema senza aver mai fatto nulla, la bambina artista  fenomeno da baraccone sfruttata dai genitori che non le permettono di godersi la sua infanzia e che la obbligano ad esibirsi di fronte ad una platea compiacente, il becero mercante d’arte, il vescovo senza alcun interesse spirituale e molto più loquace sulle questioni culinarie nel momento in cui si tratta di sciorinare qualche ricetta e così via, in un carrozzone di personaggi grotteschi e allo sbando la cui miglior rappresentazione è quella data dalle immagini delle feste carnevalesche in cui con l’esagerazione si tenta inutilmente di colmare un vuoto abissale ed irrecuperabile.

Il ritratto peggiore di una sinistra morta e sempre più la caricatura insopportabile di sé stessa, lontana anni luce dalla dignità e dall’ideologia dei leader storici.

In tutto questo l’unica a cogliere l’assurdità della situazione è la spogliarellista Ramona (Sabrina Ferilli) che, di fronte alla bambina obbligata ad una “perfomanceimagesq artistica” verso cui sono tutti galvanizzati, è l’unica ad avere uno slancio sensibile ed umano e accorgersi che probabilmente la bambina stava piangendo e soffrendo. Proprio lei che qualche minuto prima era stata definita “volgare” dalla supposta élite nobil-intellettuale che, al contrario, non si preoccupa di nulla. Jep è consapevole di tutto questo ma si compiace di un disfacimento che gli permette di arroccarsi in una posizione privilegiata, separata ma partecipe, e perfettamente inserita in una mondanità di cui vuole essere parte integrante.

I tempi di narrazione sono terribilmente dilatati e lenti, seppur diluiti con la flemmatica ironia nella scelta di eventi inaspettati al limite del ridicolo e nell’incorniciare la realtà con brevi massime ironiche tipiche del linguaggio di Sorrentino,e che non è nuovo nemmeno all’autoironia come dimostra nel video dei David di Donatello o nel cammeo in Boris. Del resto non si può nemmeno negare una certa freddezza, che si può tradurre più adeguatamente parlando di “giusto distacco“, nel suo sguardo registico rispetto ai personaggi di questo film, più che in altre pellicole in cui si respirava una maggiore vicinanza emotiva. Esiste una maggiore fastosità e pomposità rispetto ai film precedenti, forse più genuini e meno condizionati dal crescente successo, ma in La grande bellezza si tratta comunque di aspetti compatibili con la scelta del registro narrativo e con il tema del film, in cui lo sfarzo pomposo e vacuo non è altro che quello di chi vive nell’apparenza senza curarsi della sostanza.

Un mondo al collasso inconsapevole fatto di vuoti devastanti.

Detto questo, è bello pensare che ci sia del vero nell’imitazione di Crozza quando lo dipinge come se facesse inquadrature e stacchi a vanvera per il solo gusto di impressionare, quasi quando dice che si impegna a fare lunghi casting per poi dare inevitabilmente la parte a Toni Servillo.

Passando agli attori, si può dire che siano tutti decisamente ineccepibili, persino Sabrina Ferilli, ed è impressionante la quantità di partecipazioni che si possono incontrare di cui alcune quasi irriconoscibili: Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Luca Marinelli, Giorgio Pasotti, Antonello Venditti, Isabella Ferrari, Lillo, Serena Grandi, Roberto Herlitzka, e così via in una corale in cui spicca, come sempre quale protagonista incontrastato Toni Servillo.

Al momento il miglior sorrentino dal punto di vista visivo ma non quello narrativo che ha raggiunto il suo culmine con Le conseguenze dell’amore.

Da vedere perché, volenti o nolenti, Sorrentino è quanto di meglio ci sia in Italia.

Giudizio in minuti di sonno: Svenuto sia al primo che al secondo tentativo durante la medesima serata al punto da non arrivare nemmeno oltre i primi quattro minuti. Riprovo a distanza di qualche mese e al terzo tentativo resisto fino al ventesimo minuto prima di collassare fino alla fine.

Recupero subito riavvolgendo e guardandolo tutto.

6 pensieri su “La grande bellezza – Paolo Sorrentino

  1. Io l’ho visto subito, mi è piaciuto da morire. Amo sorrentino ma soprattutto Tony Servillo. Sono stupefacenti. Chiudo qua tu sei stato più che esauriente. Bravo e grazie, ci voleva ❤️

  2. Eloquente recensione! Devo essere sincero lo vidi qualche mese dopo la sua uscita ed appena terminato pensai da bravo iniorante “che cagata!” (eppure le corregge nei film mi fanno pietà!). Sebbene il primo approccio non sia stato dei migliori, probabilmente per l’osticità dei ritmi, per tutta la settimana successiva non sono riuscito a togliermelo dalla testa. Questo elogio alla decadenza mi ha piano piano conquistato, aprendomi in parte anche gli occhi su quelli che sono considerati privilegi ma che in realtà sono tutto l’opposto. Uno spiraglio davvero ben riuscito sulla società italiana ed i suoi valori ormai deragliati e sconnessi dal buon senso e dalle basi fondanti di una comunità sana. Una specie di preambolo alla catastrofe, un pò come quando gli animali scappano prima che arrivi il terremoto. Anzi forse peggio, perchè in questa italica palude il terremoto (purificatore?) sembra non arrivare mai. Questo senso di ansia e di angoscia legata ad un sospeso che non matura mai e diventa parte integrante di una cultura e di un modo di vivere totalmente inconsapevole. Come un circolo vizioso dal quale ognuno tenta di scappare come può pur di non fermarsi e riconoscerne l’origine maligna. Un macigno sul groppone come si direbbe dalle mie parti! Queste sono le sensazioni che mi rimanda il ricordo di questo film potente e giustamente riconosciuto. Assolutamente meraviglioso! Grazie per avermelo fatto ricordare. PS Adesso un prozacchino ci starebbe bene 😉

Secondo me....

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