La settima Croce – Anna Seghers

Dal Campo di concentramento di Westhofen, durante gli anni della Germania nazista, fuggono sette persone. Il comandante responsabile, il folle e sadico  Fahrenberg, ordina allora di inchiodare sette assi  su altrettanti alberi, per crocifiggere i fuggitivi quando saranno catturati. Nel giro di pochi giorni la maggior parte di loro vengono ricondotti al campo, qualcuno si consegna indexspontaneamente, qualcuno viene arrestato, qualcuno muore; tutti ad eccezione di Georg Heisler. Un uomo controverso e spigoloso ma determinato a resistere anche di fronte ad una società impazzita in cui gli affetti voltano le spalle ai cari e l’aiuto arriva invece in maniera imprevedibile, come una piccola luce al buio, un dono inaspettato.

La prima impressione è che la trama sia decisamente accattivante e stimola da subito una certa innegabile curiosità viscerale, perché estremamente evocativa nei fatti. La lettura invece spegne parzialmente tutto l’entusiasmo iniziale, per via di uno sviluppo non propriamente eccelso che trova le sue qualità non tanto dal punto di vista letterario ma da quello della testimonianza storica.

Lo sviluppo dell’intreccio è molto lineare, seppur intervallato da episodi secondari che sospendono la narrazione principale frammentandola, e, come viene ribadito in più circostanze e occasioni, proprio per questo il romanzo ha un taglio decisamente cinematografico nelle immagini presentate. Non è tuttavia dato sapere se l’aggettivo  attribuitogli a più voci (che comunque gli si addice perfettamente) sia dato solo da una qualità intrinseca o dal fatto che nel 1944 ne è stato tratto un film di Fred Zinnemann, con Spencer Tracy nel ruolo di Georg Heisler, che fu un discreto successo. Il libro effettivamente si presta molto alla trasposizione cinematografica e, vista la tematica, il periodo storico e la struttura, non poteva che avere gioco facile ad essere trasformato in un film, ovviamente fuori dalla Germania.

Divenne in effetti un successo internazionale, tranne che in patria, per la sua dimensione di denuncia nei confronti del regime nazista, peraltro scritto in un periodo in cui ancora non sia aveva completa conoscenza degli atroci crimini perpetrati ai danni delle persone.

L’entusiasmo nei confronti di questo testo risente sicuramente di una parte di dimensione politica perché, al lato pratico della tipologia di scrittura, mi sembra che ci siano pochi aspetti di valore concreti da questo punto di vista. L’impressione, confermata anche da un saggio a fine libro di Thomas von Steinaecker (scrittore regista giornalista tedesco), è che la scrittura non abbia nulla di eccezionale e anzi che venga utilizzata una prosa “polverosa” e una costruzione molto confusiva che non permette di distinguere i personaggi gli uni dagli altri e che, in alcuni casi, sono quasi inutili, se non come mero riempitivo. Tutto questo inficia nell’apprezzarne il reale valore che sfugge ad una riflessione subitanea influenzata dalla sofferenza di una lettura macchinosa e piatta, in cui l’emozione sembra congelata o relegata ad alcune situazione ridotte di numero e fa  raramente capolino, esclusivamente incorniciata in una fredda struttura intellettuale fatta di troppi pensieri.

Annoia un poco e non coinvolge ma, proprio andando oltre questi limiti evidenti, è lo stesso Thomas von Steinaecker a suggerire quale sia il suo più grande valore, ed è quello di essere una delle poche dirette testimonianze del funzionamento quotidiano della società nazista, oltre allo sforzo di tracciare una linea tra quello che è giusto e quello che è sbagliato, narrando una storia in cui alcuni protagonisti non riescono a cogliere la follia e l’orrore dilaganti, che diventeranno evidenti a tutti solo negli anni successivi, quando ci si è svegliati da un incubo in cui l’uomo aveva perso la sua bussola.

Una bussola che è messa a dura prova ogni volta in cui dimentichiamo cosa significhi essere umani.

 “Ad ogni passo si ripeteva che il successivo sarebbe stato l’ultimo, ma ogni nuovo passo era sempre il penultimo“.

Secondo me....

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