Ero bambino

Parlare male dei viaggi su trenitalia riesce ad essere persino più facile che sparare sulla croce rossa.

In anni di università (e forse non solo in quelli) non ho collezionato altro che “ci scusiamo per il disagio” ma intanto dovevo comunque stare in stazione ad aspettare un treno perennemente in ritardo. Accetto le scuse volentieri a condizione che la volta successiva non mi si ripresenti lo stesso medesimo disagio.

Ma queste situazioni possono solo peggiorare.

Quindi per il viaggio successivo trenitalia mi fa trovare le carrozze con temperature tropicali, sono talmente sudato che se strizzo la maglietta riesco a recuperare la bottiglietta d’acqua che ho appena bevuto.

E so perfettamente che il caldo rende le persone più nervose e incazzate ma se mi fai stare in un forno, probabilmente, se dentro covo il desiderio di dare una capocciata a qualcuno, ho anche le mie buone ragioni.  Ma intendiamoci, non al controllore, non al macchinista o a tutti quelli che lavorano. La capocciata se la meriterebbero i piani alti, quelli che dalle scrivanie dettano ordine senza avere la minima vicinanza con le conseguenze della loro merdosa gestione.

Fatto sta che, mi pare ovvio dirlo, il treno che ultimamente mi tocca prendere (c’è solo quello) è ovviamente uno dei più sfigati, quello che non prende nessuno e in quanto tale sacrificabile. Quindi accumula ritardi perché tutti gli altri treni, più affollati, hanno la precedenza nel recuperare i loro ritardi.

Anche nel caso in cui avrebbero dovuto essere successivi.

Ha un solo, a mio avviso, innegabile vantaggio.

Non c’è praticamente nessuno.

E, almeno in questo periodo, si può vedere tutto il cambio di luce e di colore tra i campi.

Due vantaggi, allora.

Certo, rischio di morire per il caldo, soffocato dai fumi dei freni che non funzionano e che riempono tutto il mio scompartimento o di ritornare a casa dopo così tanto tempo che nemmeno i miei cari sarebbero più in grado di riconoscermi…ma quando non ci sono alternative c’è poco da fare, strizzi la maglietta, vai in apnea e guardi fuori dal finestrino.

E mi sono ritrovato a pensare ad un corso fatto più di un anno e mezzo fa.

In particolare ad un esercizio che chiedeva di visualizzarsi da piccoli e incoraggiare quel mini-me a prendere la propria strada senza tornare indietro o voltarsi, inizialmente a bassa voce per poi arrivare fino a gridare. Al momento di svolgerlo mi ricordo che dicevo al mio mini-me cose tipo “Dai vai! Non guardare indietro! Ma che cazzo fai? Non girare su te stesso! Non guardare me, pirla, vai avanti! Devi andare avanti! Vai, cazzo! Noooo, non indietro, dall’altra parte! Dove cazzo vai, cristo!“.

Un mini-rincoglionito.

Perché un po’ di ironia non fa mai male.

Che palle prendersi troppo sul serio.

Oggi però ho ripensato a quel bambino.

Non avevo nessuna voglia di gridargli cosa doveva fare e nemmeno volevo dirgli di andare via per la sua strada.

Per la prima volta quel bambino mi ha fatto tenerezza.

Per la prima volta ho capito che quel bambino fragile non è responsabile di tutto quello di cui l’ho incolpato.

Soprattutto di essere stato fragile.

Per la prima volta ho desiderato solo di avvicinarmi per non lasciarlo più solo, prendergli la mano e fare la strada insieme a lui.

 

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