Alì – Michael Mann

Cassius Clay (Will Smith) è un pugile talentuoso (la storia lo definirà come il migliore) quanto spavaldo. Divenuto campione del mondo battendo Sonny Liston, perde la tessera della federazione pugilistica perché si rifiuta di fare servizio di leva e finisce per ritrovarsi sul lastrico, cerca di risalire battendosi con Joe Frazier, rimane sconfitto, ma riesce nell’impresa di battere George Foreman in un’incontro spettacolare organizzato nello Zaire. Dietro aindexwww tutto questo, i conflitti con la moglie, l’amicizia con Malcolm X (Mario Van Peebles), l’adesione all’Islam e la decisione di cambiare nome assumendo quello con cui entrerà nella leggenda della boxe e…da qui in poi è meglio guardare il film.

Biopic dedicato all’intramontabile figura di Muhammad Alì, gode di una strutturazione incentrata più sulla figura del pugile che sugli incontri veri e propri che, sono una parte importante e avvicente, ma non il fulcro principale, a differenza di quanto si è altrove visto in altri film più commerciali, come la saga di Rocky, in cui il momento agonistico occupava monopolizzava l’attenzione (testosterone e botte e basta, in particolare negli ultimi).

Qui la commistione è più ampia e abbraccia una parte politica e personale che va oltre la spettacolarizzazione spaccona e machista ma senza mai andare eccessivamente nel profondo. La narrativa è sempre piuttosto dinamica, senza essere impersonale o banale, Michael Mann sa comunque il fatto suo a proposito di azione (Heat, Collateral) senza scadere per questo nel trito e ritrito o nel totale anonimato fine a sé stesso. I suoi film, generalmente, si muovono sul versante commerciale ma senza cadere nella macchietta e mantenendo una dignitosa trattazione epica dai risvolti spesso inaspettatamente profondi nella delineazione psicologica di personaggi dalle molteplici sfaccettature.

E non fa eccezione nemmeno in questo caso.

A parte Heat, lineare e pulito ma travolgente, gli altri film sembrano ammantati da una sorta di sospensione temporale in cui le sequenze sembra si muovano cristallizzandoindexw istanti e rallentando all’inverosimile il dinamismo del momento (Nemico pubblico – Public Enemies, che non è comunque dei suoi migliori), come se il tempo psicologico primeggiasse su quello reale, creando un ritmo talmente peculiare che alcune pellicole è come se proseguissero anche dopo il loro termine (cosa evidente in Alì che termina con un’immagine suggestiva, un fermo immagine glorioso, ma che, si sa, prosegue oltre).

Si rimane insoddisfatti perché Mann lascia con l’amaro in bocca di aver scelto solo alcuni frangenti, trascurandone volutamente altri, sui cui rimane una morbosa curiosità. In Alì sceglie di narrare, a suo modo, un’ascesa inarrestabile in maniera lineare ma ramificata, approfondendo ma senza smarrirsi nel plot o nella necessità di mettere luce in ogni angolo.

E’ un film d’azione ma non troppo, è un film “impegnato” ma non troppo.

Passando al cast, diverse star hanno partecipato in vari ruoli, tra cui Jamie Foxx, Jon Voight e Mario Van Peebles, ma l’attenzione è ovviamente tutta rivolta a Will Smith, nel suo primo ruolo di un certo spessore. Protagonista indiscusso, non se la cava male ma indexeenon convince fino in fondo nel rendere le sfaccettature del vero Mohammad Alì che, almeno nelle sue apparizioni pubbliche, aveva un fuoco che gli ardeva nello sguardo, spavaldo ai limiti dell’arroganza, da bulletto, mentre quello che Smith riporta è una versione un po’ più edulcorata e “scostata” del personaggio reale (mentre le parole sono formalmente aderenti, lo sguardo parla diversamente,indexaa lasciando intendere conflitti e fragilità insospettabili, capacità attoriale in cui si riscontra comunque una precisa scelta stilistica e una bravura non indifferenti, ma poco veritiere), anche se si attiene a quello che probabilmente era il vissuto reale del pugile. In diverse interviste infatti pare che il vero Alì avesse detto di simulare solo l’atteggiamento, mentre dentro dubitava della riuscita (o almeno mi pare di ricordare).

Considerazione che, comunque, non toglie nessun valore alla sua straordinaria interpretazione.

Ottima la scelta di Mario Van Peebles nel ruolo di Malcolm X, fisicamente molto più somigliante di quanto non fosse Denzel Washington nell’omonimo film,indexcc ma di cui bisogna riconoscere i limiti nel tenere alta la credibilità in un film come quello di Spike Lee. Anche perché, alla fine, escluso Gunny, gli altri suoi film a caso sono Gunmen (che comunque da bambino avevo gradito un sacco), Solo, Higlander 3.. definibili tranquillamente come delle troiate inguardabili lontane dal padre Melvin Van Peebles che ha comunque il merito di essere considerato il fondatore di un genere (Blaxploitation).

Guardabile a pieno, con un colpo al testosterone e uno alla storia, in modo da apprezzare sia l’uno che l’altra. Da qualche parte definito eccezionale, diciamo che da non perdere è più che sufficiente.

Giudizio in minuti di sonno: Sveglio, poche interruzioni e molta concentrazione.

 

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