Il dottor Jekyll e Mr.Hyde – Robert Louis Stevenson

Londra 18**. L’avvocato Utterson sospetta che lo stimatissimo Dottor Henry Jekyll, figura integerrima di cui custodisce le ultime volontà, sia in qualche modo alla mercé di un losco figuro che risponde al nome di Edward Hyde. Sotto suggestione del cugino Enfield, che gli rivela di aver visto quest’ultimo calpestare una bambina con impietosa indifferenza, Utterson inizia delle personali indagini per scoprire cosa si nasconda dietro il rapporto tra questi due personaggi così agli antipodi.

Questo romanzo ha un’unico grande difetto: quello di possedere una così marcata genialità da essere ormai troppo conosciuto per destare sorpresa perché tutti sanno la storia, i nomi, i 88-07-90048-8_Stevenson_Il dottor Jekyll e Mr. Hyde.inddpersonaggi. Diversamente significa aver trascorso un secolo in una caverna a contare pietre o magari ad ammirare sederi, lobotomizzati davanti alle tv berlusconiane.

La narrazione è semplicemente perfetta nei tempi di svolgimento, nelle atmosfere lugubri, nelle tematiche e nelle scelte stilistiche di sviluppare un’indagine entusiasmante attraverso diverse modalità, punti di vista ed espedienti. E in tutto questo se proprio bisogna dirla tutta non è da considerarsi nemmeno un romanzo, per la lunghezza è più un racconto, eppure quelle poche pagine sono entrate prepotentemente nell’immaginario comune alla pari delle altre due figure sfruttate dall’industria cinematografica, Dracula e Frankenstein, senza avere tuttavia la stessa potenza visiva che, invece, preferisce rimanere ancorata alle pagine di Stevenson piuttosto che alla pellicola.

Il tema non è la doppia personalità o la contrapposizione tra bene e male ma la commistione tra questi due aspetti inscindibili della natura umana, che in ogni momento convivono all’interno dei nostri modi di essere, amalgamati in una mistura inseparabile (si accenna addirittura all’esistenza potenziale di una molteplicità di “personalità” seppur nello specifico caso ne emerga solo una oltre alla principale) . Stevenson dona ai due personaggi connotazioni fisiche molto diverse, tanto Jekyll e bello quanto Hyde è basso e dai lineamenti ripugnanti, per evidenziarne una palese contrapposizione, ma si tratta in realtà della stessa persona consapevole della propria dualità (“[..] quando in quello specchio guardavo quell’idolo orribile, non provavo un senso di ripugnanza, piuttosto uno slancio di accettazione. Quell’uomo ero sempre io. “), quindi un unico uomo che subisce momentaneamente l’accentuazione di alcuni suoi aspetti profondi.

Jekyll infatti è una persona integerrima solo di facciata perché costretto dalla società e dall’apparenza. In realtà dentro cova desideri laidi e bestiali (mai detti esplicitamente) che rimangono inespressi perché non sono consentiti e che quindi devono essere soffocati e tenuti al guinzaglio. Questo romanzo risale al 1886, stesso anno in cui Freud inizierà i suoi studi sull’isteria che pubblicherà insieme a Breuer solo nel 1895. Basti pensare che la teoria strutturale di Freud (Io, Es e Super io) risale al 1922  (“L’io e L’Es“).

Così, tanto per fare qualche collegamento e qualche riflessione su quanto Il Dr.Jekyll e Mr.Hyde (conosciuto anche come Lo strano caso del Dr.Jekyll e Mr.Hyde) precorresse i tempi o fosse il perfetto rappresentante della sua epoca, che dir si voglia.

Questa visione non era una banalità una banalità allora e non la è nemmeno adesso che si tende a sacrificare i propri istinti all’altare dell’apparenza ed in primis l’aggressività (ovviamente non intendo nelle sue esasperazioni estreme), che già da piccoli ci viene insegnato a non esprimerla, a soffocarla, ad essere gentili (salvo poi uscire in forme sgradevoli di invettiva fine a sé stessa e non filtrata, quando a separarci dall’altro c’è solo uno schermo o l’altrui fragilità). E non c’è nulla di male in tutto ciò fino a quando non la si soffoca anche quando avrebbe la sua naturale funzione difensiva nei confronti di un’aggressione. “Porgere l’altra guancia”, un cazzo. Bisogna imparare a far uscire quella parte aggressiva nelle giuste circostanze e con i giusti modi. Sorridere o ingoiare merda e soprusi non serve a migliorare la propria condizione.

Censurare i propri pensieri senza lasciarvi la giusta espressione (siamo sempre in termini di ragionevole civiltà e non da faida di quartiere o isterismo da internet) è dannoso, Mr. Hyde (cazzo, sono anni che leggo il nome e solo leggendo il saggio finale di Barbara Lanati lo associo a to hide, nascondere) deve uscire e dire la sua quando è necessario. Se aggrediti bisogna difendersi, non porgere l’altra guancia, ma con modalità quanto più possibile assertive. I paletti di limite nelle relazioni vanno messi subito, anche a costo di non sembrare cortesi, in primo luogo per tutelare sé stessi e la congruenza con il proprio stato interiore.

E’ a questo che deve servire Hyde, a proteggere Jekyll, e viceversa.

Non è solo la compresenza contemporanea di due aspetti opposti nella stessa persona ad essere messa in evidenza o la necessità della parte sgradevole di noi che non vogliamo rendere pubblica ad essere esplorata in questo libro, ma anche il rapporto conflittuale con quella parte che ci appartiene e che rinneghiamo, pur nella consapevolezza di cedere al suo fascino alla prima occasione. Perché ci sono scelte imposte e scelte che in un qualche modo necessitano di venire legittimate dall’interno prima che dall’esterno (“Tutto quindi sembrava portare a questo: stavo lentamente perdendo il controllo della mia parte migliore, del mio originario io, e mi stavo accorpando al mio secondo e peggiore io. Ora sentivo che sarei stato costretto a scegliere tra i due. [..] Per singolari che fossero le circostanze i termini della questione erano banali e antichi come l’uomo: ogni peccatore, al momento della tentazione e della paura, si trova a dover scegliere tra le stesse lusinghe e le stesse ansie. E, come per la maggior parte del genere umano, fu così anche per me: scelsi il lato migliore per trovarmi poi nella condizione di non sapere come restargli fedele. “) per riconoscere se stessi nelle proprie azioni e non in quelle richieste dalla società.

Allontanandosi dall’opposizione tra lato buono e lato malvagio (che in realtà vivono in compresenza con un’accentuazione delle proprie tendenze e non come entità separate) e avvicinandosi ad una visione metaforica, distante da una interpretazione letterale che legittimi la violenza e l’omicidio, l’idea è che ci siano parti sgradevoli che vanno reintegrate nella persona come elementi che ne fanno parte per poterla considerare intera e finita nella sua complessità, fatta di sfumature e di facce poliedriche. L’idea che ci siano delle parti di noi di cui sentiamo l’esigenza e che tendiamo a soffocare è malsana e deleteria e ha conseguenza negative al punto di renderci scissi da noi stessi.

Chissà quanti aspetti di noi siamo costretti a celare per sentirci accettati e come gli altri e per questo ne abbiamo sofferenza (“Non era ormai l’orrore della forca che mi sconvolgeva, bensì l’orrore di essere Hyde.“).

In fondo anche queste parti hanno una spinta energica così forte da indurre pensieri indulgenti nei confronti di una creatura patetica, crudele eppure così straordinariamente attaccata alla vita da renderla fragile.

Ma l’amore che Hyde prova nei confronti della vita è stupendo; dirò di più: ogni qualvolta io, che solo a pensarlo mi sento venir meno e sento il sangue farsi ghiaccio, ricordo l’abiezione e la passione che lo lega alla vita, quando mi rendo conto di quanto tema il potere che ho io di recidere quel legame a essa attraverso il suicidio, sento, nel profondo del mio cuore, di avere pietà di lui.

Uscendo dalla storia letterale il messaggio non può che essere quello di essere indulgenti con se stessi ed imparare a condividere e lasciar sfogare in una maniera controllata la parte che più di noi odiamo ma di cui abbiamo bisogno perché, alla fine, siamo sempre noi.

Un capolavoro di straordinaria profondità.

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