Storia di un uomo inutile – Maksim Gor’kij

Evsej Klimkov è un orfano che, dopo aver trascorso l’infanzia in campagna con lo zio e l’odiato cugino che lo picchiava sempre, viene portato in città per diventare l’apprendista di un libraio. Il padrone del negozio usa però la sua attività come copertura per vendere ai rivoluzionari libri illegali e denunciarli in un secondo tempo alla polizia. La situazione degenera e Evsej si ritrova improvvisamente ad essere assoldato dalla polizia segreta zarista nel ruolo di spia e a doversi muovere semprestoria di un uomo inutile all’interno di due barricate contrapposte, attratto nei confronti di una delle due ma comunque sempre vincolato anche all’altra (“di colpo si vide come diviso in due persone: una che viveva e agiva, l’altra che poteva raccontare della prima come se fosse un estraneo“).

Maksim Gor’kij è noto perlopiù per essere l’iniziatore del realismo socialista (forma di scrittura realista a contenuto socialista…. ovviamente…..), per la sua amicizia con Lev Tolstoj e Anton Checov e per una tale vicinanza agli ambienti rivoluzionari in periodo zarista da venire espulso dall’Accademia Russa delle scienze, vicinanza che però, durante il periodo sovietico, lo portò invece ad essere molto vicino a Stalin.

A differenza dei grandi della letteratura russa, in questo romanzo Gor’kij non manifesta la consueta prolissità dei suoi connazionali ma non possiede nemmeno lo stesso fascino autorevole e la scorrevolezza che tanto li rende gradevoli. Il suo stile è molto asciutto e sintetico, senza coinvolgimenti eccessivi, caratterizzato appunto da un formale distacco nella narrazione di un personaggio piccolo, schiacciato da una vita imposta.

Evsej infatti non sembra avere particolari piaceri nel fare la spia ma sembra semplicemente che suo malgrado si sia trovato invischiato in una situazione senza margine di uscita. Privo di grande volontà, dove lo mettono rimane, almeno fino a quando qualcosa non lo smuove in direzioni diverse. Non sceglie mai realmente nulla ma subisce passivamente quello che gli viene assegnato. Dal canto suo si giustifica sostenendo di essere un mero esecutore di ordini assegnati, portati a termine con una tale indifferenza da arrivare al punto di consegnare persone a lui vicine senza eccessivi ripensamenti. Questa ed altre sono scelte che fondamentalmente non lo conducono da nessuna parte che non sia una vita misera ed isolata, tracorsa nel sospetto e nella paura.

Il ruolo di spia è vissuto ed indicato come di un infame, di un viscido sottomesso che manovra nell’ombra che si cela, si nasconde e finge di apparire diverso da quello che é. Una combriccola di piccoli uomini è quella che viene usata dai governi per opporsi alle rivoluzioni che fermentano, motivo per cui in loro non c’è alcun idealismo ma solo tutta la banalità del quotidiano: gli interessi particolari vincono sempre sui grandi ideali in ambienti simili, ed è per questo che spesso le spie si denunciano tra di loro ai rivoluzionari solo per impedire ad un collega di fare strada o prendere uno stipendio maggiore. Le invidie e le questioni giornaliere hanno la meglio sugli interessi della Grande Russia come è ovvio che accada similmente un po’ in tutti i contesti con le medesime caratteristiche.

E quindi dove si arriva?

Da nessuna parte.

Una base corrotta non è altro che la diretta espressione dei meccanismi universali dei piani più alti. Ma è anche espressione di una umanità infiltrata, divisa, che dubita di tutto e di tutti, separata dalla fame e dalla miseria, che segue potenti figure politiche o si unisce a desiderosi rivoluzionari.

Alla fine tutto si riassume in maniera piuttosto semplice e condivisibile per entrambi con “sei una persona come me, fai dunque in modo che io possa vivere meglio, eccola la teoria dell’uguaglianza.

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