Lui è tornato – Timur Vermes

Adolf Hitler si risveglia nella Berlino del 2011 e giunge smarrito ad un’edicola dove viene aiutato a passare la notte. La mattina seguente l’edicolante gli presta alcuni vestiti puliti perché Hitler è costretto a portare la sua uniforme sporca in una lavanderia turca. Il mondo è completamente diverso da come lo ricordava rimasto al 1945, prima di suicidarsi insieme ad Eva Braun nel suo bunker, con i russi alle porte della capitale. Televisione, politica, società, cultura sono totalmente cambiate. Lui invece è rimasto lo stesso in un paese che però non lo prende sul serio e lo scambia per un attore misterioso totalmente calato nella parte.

Ed è tornato.

L’operazione era, da un certo punto di vista, rischiosissima per la delicatezza evidenteindex dell’argomento e sfociare nel cattivo gusto poteva essere un attimo. Timur Vermes invece finisce sul versante opposto perché, per quanto provi a graffiare, ha preferito (comprensibilmente) non osare troppo ed evitare spiacevoli inconvenienti.

L’inizio è spiazzante ma coinvolgente, la scrittura in prima persona crea problemi di schizofrenia nei tratti in cui ad Hitler sono attribuite opinioni condivisibili. La parte in cui evidenzia l’alienzione delle persone nel periodo contemporaneo, ad esempio. Per questo motivo, il sapere di pensarla allo stesso modo (seppur in maniera ipotetica) del dittatore crea una serie di ovvi scompensi disagianti. Quando invece si riferisce alla scena politica attuale e recente in Germania purtroppo Vermes sceglie di non calcare la mano e di fermarsi ad un livello che non comporti ulteriori conflitti mentali che, se da una parte è sano per il lettore, dall’altra parte indica, come detto prima, che non ha voluto osare più di tanto.

Il risultato è un bizzarro paradosso.

In questo caso la scelta di andare cauto è senza dubbio condivisibile e comprensibile ma non può esimersi dall’avere alcune ovvie conseguenze sul romanzo. Prima di tutto da un certo punto in poi inizia a diventare ripetitivo e senza particolari sorprese, viene reiterata la stessa situazione di malinteso e portata avanti in circostanze differenti. Senza dubbio l’idea di partenza era buona ma viene a mancare il coraggio di non fermarsi solo ad una buona intuizione e fare il botto, infatti al termine della lettura risuona la sensazione di inconclusione (“come puoi raccontarmi tutto questo senza un degno finale?”). Timur Vermes si adagia nella sua scelta “più facile” e la porta fino alla fine senza brillare in maniera eccelsa, ma giocando solo fugacemente con qualche sottointeso sospeso.

A parte questo, alcune trovate sono gustose e il surreale gioco generale è piacevole anche se ragionevolmente non si può pensare che possa tenere banco fino alla fine.

La vera sfida dell’autore sta nel costringere a rapportarsi con una figura storicamente scomoda e sgradevole, attribuendogli caratteristiche sia reali che immaginarie in modo da andare a provocare il pensiero comune, attraverso toni grotteschi. Non siamo nel terreno dell’apologia ma solo all’interno di sviluppi narrativi che presentano molti riferimenti storici e aneddoti ben documentati illustrati in un’appendice finale che si mescolano con la fantasia.

Dal punto di vista stilistico la scrittura è fluida e chiara ma anche talmente anonima e commerciale da risultare terribilmente troppo affine a quella di altri romanzi come Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson, per dirne uno a caso.

Per capirci, sono indistinguibili stilisticamente se non per l’oggettivo intreccio differente.

Si tratta di un’operazione commerciale perfetta perché porta avanti un’ottima idea, gestita tuttavia in maniera adeguata solo all’avere un folto seguito variegato piuttosto che a scavare nel profondo di contraddizioni o nell’intento di suscitare provocazioni artistiche.

In fin dei conti la storia avrebbe potuto anche svilupparsi dietro a qualche altro feroce e sanguinario personaggio, ma la verità è che il successo è arrivato proprio perché viene usato Adolf Hitler che, ragionevolmente, non viene scomodato ad uso di una comunicazione più leggera (anche se si possono ricordare i toni ironici di Stefani Benni in un racconto de L’ultima lacrima) perché ancora fresco in memoria per la ferocia e l’orrore che suscita (per esempio “Him” di Cattelan non rientra proprio nella categoria “leggerezza”) .

Diversamente questo libro non sarebbe stato così letto, diciamocelo.

Basti pensare ad una versione alternativa tipo “Idi Amin Dada è tornato!” per rendersi conto che il dittatore ugandese, pur non essendo propriamente un tenerone, non riesce a sortire lo stessa carica emotiva che la figura di Hitler riesce ad ottenere nei confronti dell’immaginario comune (credo che neppure “Stalin è tornato” possa ottenere lo stesso effetto, per quanto le atrocità siano paragonabili).

Chissà se al film tratto da questo romanzo è andata meglio..

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