Isole nella corrente – Ernest Hemingway

Romanzo in tre parti: il protagonista è Thomas Hudson un pittore ormai “affermato” che si è ritirato a Bimini (da cui il titolo della prima parte), isola delle Bahamas, in cui vive della sua produzione artistica. E’ in attesa dei suoi tre figli per trascorrere insieme a loro un’estate durante la quale si inseriranno nella sua routine, tra scazzottate di amici, prese in giro a turisti e pesca d’altura fino al giorno del ritorno a casa. Nella seconda parte, Cuba, Thomas Hudson è sempre immerso nel suo isole-nella-correntequotidiano fatto della memoria dei suoi trascorsi con una principessa, l’incontro prima con Honest Lil, una prostituta gentile, e poi con la sua ex moglie, il tutto mentre la seconda guerra mondiale è ormai scoppiata. Nella terza parte, In mare, il pittore si trova in guerra impegnato a cacciare un manipolo di soldati tedeschi naufraghi insieme ad altri soldati.

Dopo la passione di Per chi suona la campana, il coinvolgimento di Addio alle armi (su cui comunque condivido e sottoscrivo il commento di Pat Solitano nel film Il lato positivo) e l’esistenzialità profonda de Il vecchio e il mare, confrontarsi con Isole nella corrente è abbastanza un patimento. Considerate le alte vette poetiche, la notorietà del personaggio e il talento come scrittore, non penso di intaccare nulla della sua grandezza se mi concedo la libertà di dire che è stato veramente un rompimento di coglioni, secondo solo a Il tamburo di latta di Gunter Grass (che, ad ora, rimane ancora l’apice inavvicinabile di tutti i rompimenti di coglioni).

Quando si raggiungono certe mete è quasi inevitabile non riuscire a mantere regolarmente il medesimo alto standard di qualità (volendo potremmo parlare anche del Victor Hugo de I lavoratori del mare) e nessuno fa eccezione a questa regola, considerando che è piuttosto normale non riuscire ad infrangere nuovamente una certa soglia una volta che la si raggiunge. Criticare un’opera poco entusiasmante di un genio non ha nessun effetto, se non quello di aver espresso un (opinabile) dato di fatto (contestabile). Nulla viene intaccato della sua memoria specialmente perché chi scrive non è un suo detrattore ma un suo ammiratore (per quanto io sia sempre stato infastidito dal suo uso continuato della congiunzione “e”). Hemingway è e sarà sempre l’emblema dello scrittore ideale (oggettivamente un po’ troppo idealizzato dalla sinistra) intramontabile e immortale ma, dopo queste premesse, bisogna convivere con l’eventualità che anche lui possa annoiare e che non lo si possa difendere solo per il nome che porta o per quello che ha rappresentato/rappresenta.

Isole nella corrente  era stato pensato come una trilogia e poi una tetralogia che avrebbe dovuto comprendere anche Il vecchio e il mare ma che alla fine fu considerato indipendente e pubblicato a parte. Nonostante siano stati scritti all’incirca tutti nello stesso periodo compreso tra il ’46 e il ’51 (dall’Introduzione) si percepisce una chiara differenza stilistica che tuttavia può essere spiegata dal fatto che questo romanzo uscì postumo dopo la revisione di Mary Hemingway e non dello scrittore stesso di cui, seppur probabilmente fatta nel migliore dei modi possibili, si sente la mano. Per quanto lo conoscesse e abbia cercato di fare un lavoro di revisione come avrebbe fatto lo stesso Hem, a tratti ci sono buoni motivi di dubitare della sua bontà, se non altro per la presenza di alcune banalità che non gli si addicono (“si aspetta sempre qualcosa che non arriva” o “non puoi fuggire da tutto per tutta la vita“); la stessa Fernanda Pivano nell’introduzione si chiede quali parti Ernest avrebbe voluto che fossero lette dal momento che nulla “è stato riscritto” poiché è ovvio che durante l’operazione di riscrittura molte sequenze vengano inevitabilmente sacrificate.

Per rispettarne il lavoro nulla è stato toccato ma cosa fa supporre che certi tagli non li avrebbe fatto lui stesso? A maggior ragione se si pensa che ci sono moltitudini di riferimenti personali o persone a lui vicine facilmente riconoscibili magari anche importanti. Banalmente ci sono parti di Hemingway che emergono o che inevitabilmente vengono collegate alla sua persona e ai suoi trascorsi (“se fossi un uomo abbastanza buono avrei potuto essere un buon pittore. Forse sono solo abbastanza figlio di puttana per essere un buon scrittore“, “il non bere potrà non curarmi ma il bere non mi serve proprio“) ma che non sembrano sufficienti a dare corpo ad una narrazione indimenticabile. Al contrario viene solo da pensare ad un lungo, vagamente autoreferenziale, racconto che lo scrittore fa a sé stesso e che nel finale si dice “Tu non hai mai capito chi ti ha voluto bene“.

Quello che ne risulta è infatti un romanzo che comincia molto bene ma poi si perde lentamente nella staticità e nella noia dei discorsi. Non c’è lo spirito avventuriero che aleggia in tutti i suoi scritti ma c’è, al suo posto, molta lentezza che a tratti può avere dei significati ma in altre sequenze non ne ha. La narrazione ha diversi pregi, è evocativa, mescola ironia (“<< Se trovo qualche crucco lo posso far fuori?>> << Tutti meno uno, ha detto il colonnello>> disse Thomas Hudson . << Cerca di risparmiare uno sveglio. >> << Prima di aprire il fuoco gli misurerò il quoziente di intelligenza. >> << E il tuo te lo sei misurato?>> << Il mio deve essere bassissimo altrimento non sarei qui.>>“) a riflessioni pregevoli (“se per guarire dal dolore basta qualcosa di meno della morte, è molto probabile che non fosse un vero dolore“, “una spiaggia dice molte bugie ma in qualche punto sta sempre scritta la verità“) ma non basta a non far desiderare che il tutto finisca il prima possibile perché spesso assume i contorni di un discorso a vuoto, che insegue sé stesso, freddo. Peraltro, si possono già immaginare le dinamiche conclusive se si conoscono le altre sue storie famose (o lo spezzone del film con Bradley Cooper precedentemente citato): in ogni occasione possibile muore sempre qualcuno.

Tuttavia, viste le particolari condizioni di questo romanzo postumo non si può che essere indulgenti e consolarsi pensando che molto probabilmente se avesse avuto modo di rimaneggiarlo di persona sarebbe sicuramente uscita una versione migliore, certo, se solo non fosse stato troppo impegnato a spararsi un colpo di fucile in bocca e ad oscurare così la morte, avvenuta giusto il giorno prima, del molto meno amato Louis-Ferdinand Céline.

Così, per il solo gusto di fare un collegamento.

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