Guida per riconoscere i tuoi santi – Dito Montiel

Dito Montiel (Robert Downey Jr.) è uno scrittore ormai divenuto famoso che ritorna al quartiere di provenienza. Qui incontra vecchi amici, la ragazza di cui era innamorato (Rosario Dawson) ma soprattutto la madre (Dianne Wiest) e il padre (Chazz Palminteri), con cui aveva interrotto i rapporti da diversi anni. Il presente si alterna al passato e si ricostruisce la storia di un’adolescenza segnata da diversi traumi ma anche da un affetto che permane nel tempo nonostante il tentativo di lasciarsi tutto alle spalle e fuggire perché…eguida da qui in poi è meglio guardare il film.

A prescindere dalla qualità ammetto di avere da sempre un debole per i film che ripercorrono i trascorsi del passato risalenti ai periodi adolescenziali e fanno un raffronto con un presente differente (Sleepers, Bronx, per citare i primi due che mi vengono in mente), quindi non posso fare a meno di esprimere apprezzamenti che partano inevitabilmente da un parere tendenzialmente positivo a prescindere dalla qualità. Non è difficile capire perché mi faccia così piacere guardarli. Semplicemente perché il messaggio che ognuno di loro porta avanti è che qualunque cosa succeda si sopravvive e non si può nemmeno immaginare quanto sia possibile andare lontano se ci si lascia fermare dagli ostacoli che si incontrano durante il percorso.

E’ liberatorio vedere quanto gli uomini del presente siano stati i fragili del passato.

Il materiale del film è trattimageswo dall’omonimo romanzo autobiografico del regista Dito Montiel (ma che cazzo di nome è “dito”?), qui alla sua prima esperienza dietro la camera con un lungometraggio. Ed è un materiale decisamente ottimo, sviluppato con tutta la dirompente forza del ricordo. Il motore di tutto il film sta proprio nella carica affettiva legata agli avvenimenti e alla sincerità del narrato, molto prossimo alla mancanza di senso che solo la vita reale può avere nel suo essere sconnessa e priva di un piano premeditato. L’occasione di ritornare in tempo per tirare le fila dei propri errori e del proprio passato è una fortuna che solo a pochi privilegiati capita di poter fare  prima dell’inevitabile.

Non sono solo la nostalgia, l’irrisolto, l’amore, l’amicizia a fare da padroni ad ogni angolo di strada ma anche l’idea che incredibilmente, per quanta distanza una persona provi a mettere tra sé e le proimageseeprie radici, può anche succedere che i legami famigliari e di amicizia riescano a sopravvivere alla separazione mantenendo la stessa forza e autenticità originali (mentre rileggo mi viene in mente la frase “quando si chiede? quando si da? Quando si ama davvero” e su Ruggeri penso che ho appena buttato anni di musica metal ai maiali).

L’anima sotterranea inquieta di qualcuno che chiede di fare pace con momenti sospesi e mai affrontati.

La madre di Dito si chiede ad un certo punto come sia possibile che nel suo libro esprima così tanto amore per il padre senza essere capace di esternarlo nella realtà. Quanta schizofrenia quotidiana c’è nell’incomunicabilità forzata di un silenzio che vorrebbe gridare?

E’ un film piuttosto particolare perché, trattandosi di vita vera, non è chiaro e nemmeno prevedibile immaginare dove andrà a parare anche sindexee in qualche modo certi sviluppi drammatici sono nell’aria. Meno lo è invece il clima di riconciliazione con un passato che non abbandona e con dei legami che non vogliono allentarsi per quanto si voglia prenderli a calci. La commozione arriva alla fine, necessaria, richiesta, indispensabile. Il rapporto con il padre è struggente quanto commovente è l’incontro con l’amico Antonio anni dopo. Coinvolgente senza essere stucchevole.

Buono tutto il cast al giovanile, Melonie Diaz, Shia Lebeouf, Martin Compston e persino Channing Tatum, che rappresentano la base granitica di qualità di questo film, insieme al sempre bravissimo Chazz Palminteri, coadiuvato da Dianne Wiest. Rosario Dawson non ha bisogno di fare grandi sforzi interpretativi perché il suo viso buca loindex schermo ma se la cava bene, per quanto si possa vedere dai pochi minuti in cui appare. Quello che delude un po’ è in realtà Robert Downey Jr. che è sempre bravo ma qui pare un attimo anonimo e appannato. Sarà perché a confronto con il successo che ha ottenuto negli anni recenti, Guida per riconoscere i tuoi santi risale al periodo successivo al suo arresto e quindi quando ancora cercava di risalire. Sostanzialmente non sembra essere nella forma smagliante e istrionica che lo caratterizza in tutte le sue interpretazioni, ha fatto e può fare di meglio, ma nel complesso è più che adeguato.

Riassumibile nello spirito dinamico della canzone che accompagna i titoli di coda,  New York Groove di Ace Frehley, il chitarrista dei Kiss. Personalmente non mi è più uscita dalla testa. Un film che porta con sé energie assopite e una riappacificazione: da vedere.

Giudizio in minuti di sonno: Travolto da un sonno sconvolgente al primo e al secondo tentativo, quello buono alla fine è il terzo, un sabato pomeriggio dopo le 12 ore filate di coma della notte precedente e quindi nella quasi potenziale impossibilità di addormentarmi.

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