Smetto quando voglio:masterclass – Sidney Sibilia

Pietro Zinni (Edoardo di Leo) sta pagando con la prigione la brillante idea di spacciare smart drugs a Roma con una banda di ricercatori universitari. Per quanto gli altri componenti non siano finiti dentro, nessuno di loro se passa molto bene : Alberto (Stefano Fresi) è finito in un centro per la disintossicazione dalle droghe pesanti dove trascorre il tempo costruendo madonne, Mattia (Valerio Aprea) e Giorgio (Lorenzo Lavia) fanno i facchini in un albergo, Andrea (Pietro Sermonti) lavora da uno sfasciacarrozze ed è incaricato di smascherare i laureati che si propongono in cerca di lavoro, Bartolomeo (Libero de Rienzo) è confinato in un campo sinti dove si occupa di smaltire la cacca di un cammello mentre Arturo (Paoloindexbb Calabresi) è l’unico ad essere riuscito a ritornare al suo lavoro originale alla soprintendenza dei beni culturali (o qualcosa del genere). Proprio per questo, di fronte alla proposta dell’ambiziosa ispettrice Paola Coletti (Greta Scarano) di collaborare con la polizia in cambio della cancellazione dei reati commessi, decidono di riformare la banda con tre nuovi elementi e..da qui in poi è meglio guardare il film.

Bisogna dire le cose come stanno: se l’inizio che riprende il precedente film, solo per poter inserire il personaggio di Paola Coletti e contestualizzarlo, è un modo palloso per cominciare, tutto il resto è veramente una piccola luce che illumina la giusta direzione nel buio universale dei cinepanettoni. Sono film come questi che fanno ritornare la voglia di andare al cinema (tanto poi ci pensa il pubblico a farmela passare) e di recuperare altre “commedie all’italiana”, quelle storiche ma anche quelle del recente filone che ne rivisita i capisaldi in maniera più commerciale e quindi, un pochino più superficiale.

Non manca nulla che non ci si possa aspettare da un film leggero: situazioni divertenti e assurde, dialoghi ben scritti e un ottimo ritmo narrativo che riesce a non avere tempi vuoti o cali di attenzione ma, al contrario, va a creimagesscere progressivamente verso il finale aperto che rimanda al terzo capitolo (Smetto quando voglio: Ad Honorem) che dovrebbe già essere stato girato ed è previsto per il 2018. Alcuni gag sono gustosamente esilaranti (il mezzo di locomozione “storico” che viene usato) nella loro demenzialità (nonostante la sala non rispondesse con lo stesso entusiasmo) ma evitiamo di parlarne per non incorrere in potenziali spoiler che già sono piuttosto chiari in alcuni frangenti. La dimensione artigianale sicuramente premia la pellicola perché dimostra come, se ci sono le idee e la capacità di adattarsi, i mezzi possono essere sicuramente d’aiuto ma non sono totalmente indispensabili (oppure si apre l’inquietante scenario del cosa potrebbe fare una persona di talento con dei mezzi adeguati..questione che, per rimanere in tema del film, non accade mai. Del resto come viene sottolineato non esistono cervelli imagesmin fuga ma cervelli che sono stati cacciati via dall’Italia), personalmente trovo sia un centro perfetto con qualche miglioramento rispetto al primo.

Certo, l’argomento ormai è diventato un “brand” con trama esile dallo sviluppo piuttosto prevedibile ma, fuori da questo, il divertimento è genuino e anche dall’altra parte pare sia molto sincero. L’unico neo, per quanto mi riguarda, è la fotografia: le luci alterate da diverse dominanti con picchi di saturazioni a volte sono al limite del fastidio. Ma se vogliamo darci una spiegazione razionale può essere una scelta voluta per stare in argomento smart drugs e sottolineare lo stato di alterazione che ne consegue (bla, bla,bla..). E’ una scelta stilistica ben precisa che distingue dal resto e rende ben identificabili che, devo ammettere, funziona egregiamente in questo senso ma dal punto di vista visivo mi irrita.

Oppure semplicemente a Sibilia e al direttore della fotografia piacevanimagesco così. Del resto De gustibus e quel che segue..

Il cast è decisamente troppo affiatato per non funzionare in ogni sua parte, comprese le nuove entrate che si inseriscono piuttosto bene nel contesto generale. Nessuno che brilli particolarmente ma il livello è in generale funzionale ai ruoli e quindi non c’è assolutamente nulla da dire. Bravi tutti, Greta Scarano ci regala l’interpretazione piuttosto fastidiosetta di un personaggio non proprio simpatico il cui ruolo pare avrà delle evoluzioni..

Da non perdere perché le occasioni di vedere del buon cinema sono sempre più rarefatte e quindi vanno colte al volo. Se non altro per godere dell’inestinguibile capacità degli italiani di saper ironizimagesnzare su se stessi, sulle loro magagne, sui loro malcostumi, ma anche sulle loro tragedie. Perché uno stato in cui le persone intelligenti sono costrette ad andare via, spesso con il biasimo di chi pure ti dice “se non ti va bene qui vai all’estero” per poi lamentarsi immancabilmente che le invenzioni migliori degli italiani nascono in altri nazioni, uno stato in cui le persone non riescono a trovare un loro spazio adeguato a causa di un sistema fatto di tutto, meno che di meritocrazia, è una tragedia. Di quelle i cui effetti concreti si vedranno solo tra tanti anni mentre tra chi ha una minima, basilare, capacità di proiettarsi al futuro essi sono già piuttosto chiari.

Buona Visione e aspettiamo Ad Honorem..

Giudizio in minuti di sonno: Sveglissimo, attento e divertito per tutta la visione.

Note negative:

  1. Il solito intervallo di 5 minuti tra primo e secondo tempo per vendere i pop corn (non finirò mai di lamentarmene ogni volta) ha l’effetto di una interruzione di ossigeno al cervello, seppur non tutti ne potrebbero accusare gli effetti.. altri ancora stanno accusando da una vita le conseguenze della medesima assenza senza averne coscienza..
  2. Il tizio seduto dietro di noi o non si lavava da qualche giorno oppure stava trasportando una padella di cipolla soffritta nascosta sotto l’ascella.
  3. I cellulari; non solo un telefono suona insistentemente ma qualche fenomeno consulta facebook nel mentre o fa delle riprese del film con lo schermo a luminosità impostata su “lanterna di Genova”..
  4. Ad un certo punto il rumore che la gente faceva ravanando i pop corn è riuscito quasi a coprire quello delle voci del film, per non parlare poi del merdaio incivile che si è trovato a fine proiezione l’addetto alla pulizia.
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