Un cono di luce rossa sulla fine – Racconto

Le porte finalmente si aprirono sbattendo con forza.

La luce illuminava a giorno tutto lo spazio disponibile.

Il colpo sordo rimbombò con prepotenza: << Giorgio è il solito incapace. >> pensò Franco senza mutare d’espressione. Stava al centro, circondato dai tre sacerdoti che cercavano di trascinarlo verso l’uscita laterale.

Entrarono i quattro cavalieri, armati di spade, con le casacche blu che scendevano fino al ginocchio, strette in vita da una cintura di stoffa dello stesso colore. Lo stemma sul petto brillava di riflessi dorati definendo il profilo stilizzato di un dragone. Si misero uno a fianco dell’altro e si rivolsero al gruppetto di sacerdoti, gridando spavaldi:

<< Dov’è Becket, il traditore del Re? >>

<< Dov’è Becket, il prete impiccione? >>

<< Vieni, Daniele, nella tana dei leoni. >>

<< Vieni, Daniele, per il marchio della bestia! >>

Franco si divincolò con veemenza dalla presa dei sacerdoti, uscì dal gruppo e si rese ben visibile agli occhi di tutti. Con un gesto imperioso del braccio fece loro cenno di andarsene. Una volta che furono spariti si mise a testa alta di fronte ai cavalieri e assunse una posa fiera.

La luce aveva iniziato a cambiare divenendo più cupa e delimitando una piccola zona all’interno di quello spazio.

<< Ti sei lavato nel sangue dell’Agnello? >>

<< Sei segnato con il marchio della Bestia? >>

<< Vieni, Daniele, nella tana dei leoni. >>

<< Vieni, Daniele, unisciti alla festa. >>

I cavalieri lo circondarono disponendosi ai quattro punti cardinali. Il terzo strizzò leggermente gli occhi per la troppa concentrazione di luce mentre Franco mentalmente si infastidiva, immobile nel volto.

<< Dov’è Becket la canaglia di Contrada Mercanti? >>

<< Dov’è Becket il prete infedele? >>

<< Vieni, Daniele, nella tana dei leoni. >>

<< Vieni, Daniele, unisciti alla festa. >>

Ai cavalieri Franco rispose con voce roboante e ferma, che risuonò potente lungo le pareti e li lasciò vagamente interdetti e schiacciati.

<< Solo l’uomo giusto, come un leone coraggioso, dovrebbe essere senza paura. Sono qui. Non sono un traditore del re. Sono un prete. Un cristiano, salvato dal sangue di Cristo, pronto a sopportare con il mio sangue. Questo è da sempre il segno della Chiesa, il segno del sangue. Sangue per sangue. Il suo sangue comprò la mia vita, il mio sangue pagherà la sua morte. La mia morte per la sua. >>

Al termine del suo discorso i quattro cavalieri iniziarono a muoversi lentamente verso di lui, facendosi molto più vicini, dopodiché ripresero a parlare con toni decisi.

Iniziò il Primo Cavaliere

<< Assolvete tutti coloro che avete scomunicato. >>

Proseguì il Secondo Cavaliere

<< Rinunciate ai poteri che vi siete arrogato. >>

Poi toccò al Terzo Cavaliere

<< Restituite al Re il denaro di cui vi siete appropriato. >>

Ma fu nuovamente il Primo a concludere

<< Rinnovate l’obbedienza che avete violato. >>

Franco prese un respiro impercettibile e guardandosi intorno trattenne un moto di nervosismo nel vedere un calzare messo storto ai piedi del Secondo Cavaliere poi, dopo un breve raccoglimento, riprese a a parlare con voce chiara e decisa

<< Per il mio Signore io ora sono pronto a morire, affinché la sua chiesa possa avere pace e libertà. Fate di me quello che volete, al vostro dolore e alla vostra vergogna; ma nessuno della mia gente, in nome di Dio, sia laico o chierico, voi toccherete. Io ve lo proibisco. >>

I Cavalieri si avvicinarono ancora e iniziarono a gridare sovrapponendo le voci l’uno all’altro in un chiasso indistinguibile ed impastato

<< Traditore! Traditore! Traditore! >>

Franco si rivolse al Primo Cavaliere, Giorgio, che avanzò verso di lui con un pugnale ben visibile appeso alla cintura. Gli altri tre non si mossero tenendo in mano la loro spada. La luce si fece ancora più piccola e cupa. Illuminava solo Franco e Giorgio, lasciando una piccola parte di riflesso ad illuminare i volti degli altri, soffusi e appena percettibili.

Erano ormai vicinissimi, uno di fronte all’altro

<< Tu, Reginaldo, sei tre volte traditore: Tradisci me come mio vassallo temporale, tradisci me come tuo padre spirituale, traditore di Dio nel profanare la sua chiesa. >>

Sprezzante Giorgio rispose

<< Non devo alcuna fedeltà ad un rinnegato. E quello che devo sarà ora pagato. >>

Poi guardò negli occhi Franco estraendo il pugnale dal fodero e rimase in attesa delle sue ultime parole

<< Ora a Dio onnipotente, alla Beata sempre vergine Maria, al beato Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, al beato martire Dionigi, e a tutti i santi, affido la mia causa e quella della Chiesa. >>

Giorgio pugnalò Franco e questi cadde a terra agonizzante.

Un cono di luce rossa esitò alcuni secondi sul suo corpo disteso.

Lentamente si alzarono le luci ai due lati del proscenio illuminando la posizione in cui stavano i cori di donne che presero a recitare la loro parte.

<< Merda >>

pensò Franco

<< Mi sono accasciato dalla parte sbagliata. E per giunta ora mi tocca aspettare la fine su ‘sto palco polveroso. >>

E maledisse chi non aveva dato una pulita al pavimento prima che fosse cominciato lo spettacolo. Ma anche tutto il resto di quegli approssimativi che recitavano con lui. Avrebbe voluto mettergli le mani al collo di persona. Incapaci di mantenere l’espressione sotto una luce e di indossare un costume in maniera decente. Possibile che non sapessero nemmeno vestirsi da soli?

Intanto si proseguiva tra cori conclusivi e monologhi rivolti al pubblico. Giorgio avrebbe dovuto parlare a breve. Franco da terra ascoltava la sua voce nel ruolo del Primo Cavaliere.

Ci sapeva fare, aveva studiato duramente per questo, ma non sarebbe mai arrivato ai suoi livelli. Né a teatro e nemmeno al cinema. Lui aveva lavorato con Ferraris, D’Anna, Giorello, Catino e il grande Rogerardo. Tutti ormai scomparsi portandosi dietro la bellezza degli anni ruggenti del Prepostneutralismo, una delle più grandi correnti mai nate in questo paese.

Giorgio invece aveva fatto film con Poppero e Moresa, al massimo. Poppero. “Ma puoi fare un film con uno che si chiama Poppero?” si chiedeva Franco nel turbine di pensieri incontrollati in cui sostava la sua mente.

Pensare al passato lo riempiva di malinconia e lo trasportava violentemente in un pozzo profondo nonostante il volo di adrenalina dello stare in scena. Finita la parte ritornava quella sensazione di vuoto che non sapeva come riempire.

La luce era sempre accesa, stava parlando il Quarto Cavaliere. Franco non si poteva ancora muovere.

L’inattività era una condanna. Stare fermo lo stava uccidendo e a breve, lo sapeva, sarebbero arrivati i pensieri di morte insieme a quella tristezza vitale che lo stava devastando.

Il Terzo Prete smise di parlare e lentamente arrivò il buio.

Franco si mise in piedi e in meno di cinque secondi raggiunse la sua posizione.

Partì una traccia musicale molto delicata e poi il piazzato illuminò tutto il palco a giorno.

Subito un boato travolse il Teatro del Primo Rintocco. Gli applausi furono scroscianti ed entusiasti.

Il cast al completo in attesa dietro alle quinte si presentò in proscenio per l’inchino.

Nell’esaltazione generale il pubblico fece una standing ovation quando apparve Franco. Al terzo rientro per l’inchino gli attori rimasero tutti sul palco ad applaudire nel tripudio generale.

Si chiuse il sipario e Giorgio si strinse al Terzo Cavaliere, subito seguito da tutto il resto del cast in un unico abbraccio di gruppo.

Il Secondo Prete disse eccitatissimo che i giornali avrebbero scritto ottime recensioni dopo questo successo. Il loro Assassino nella Cattedrale sarebbe stato ricordato come uno dei migliori della storia visto il plauso della critica, del pubblico e le numerose repliche a calendario.

Tutti volevano complimentarsi con la star, ma Franco Gori era già barricato nel suo camerino. Sprofondato nella sua altalenante depressione, stava seduto sulla sedia a fissare la propria immagine riflessa allo specchio con gli occhi ormai svuotati e immobili.

Perduti nello spettacolo della propria esistenza cristallizzata.

Sul tavolo un cesto di frutta e un mazzo di fiori profumavano l’ambiente. Franco era dentro i suoi pensieri, dentro al suo ego frastagliato, era ormai catatonico e afflitto, non vedeva più nulla.

Esistevano solo le sue esigenze interiori.

Un silenzio ovattato lo aveva inghiottito.

Non ascoltava nemmeno Giorgio che, appena entrato nel suo camerino, iniziò a parlargli dolcemente, in maniera infantile e supplichevole:

<< Come sono andato? Sono stato bravo? Papà?… Papà, ti sono piaciuto? >>

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I dialoghi in corsivo sono tradotti (e a volte personalizzati) da T. S. Eliot – Murder in the cathedral – Harcourt

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