Captain Fantastic – Matt Ross

Ben Cash (Viggo Mortensen) è anticapitalista, anticonsumista, antisistema (più molti altri anti-qualcosa) e in quanto tale ha scelto insieme alla moglie di portare i suoi sette figli a vivere in isolamento tra i boschi, dove le condizioni estreme del contesto naturale richiedono intensi allenamenti fisici orientati alla sopravvivenza e alla caccia. La famiglia conduce una vita selvaggia (o Rousseauiana se si preferisce) ma senza abbrutimento, gli apetti educativi non sono trascurati e ognuno di loro è estremamente competente e preparato in materie che spaziano dalla politica, la letteratura, la fisica, la musica, e così via, a livelli abbondantemente sopra la media. La morte improvvisa della madre li obbliga a rivalutare le proprie scelte e riconfrontarsi con una società lasciata alle spalle e..da qui inindex poi è meglio guardare il film.

Se Into the Wild raccontava la storia vera di Alexander Supertramp (pseudonimo di Christopher McCandless), un giovane ragazzo che decise di allontanarsi da famiglia e società ritirandosi in solitudine in Alaska, Captain Fantastic ne é una sorta di seguito: ottenuto l’isolamento e un preciso stile di vita in linea con un pensiero politico (o filosofico) ben definito, si approfondiscono gli aspetti legati al suo consolidamento e al confronto successivo con la realtà distante.

Partendo dagli aspetti più cinematografici la regia non gode di particolari virtuosismi visivi o eccellenze estetiche (seppur abbia avuto diversi riconoscimenti di critica e nomination in Festival del cinema indipendente) ma trova la sua espressione migliore nella scrittura della sceneggiatura, per mano dello stesso regista Matt Ross.

Se da una parte le aspettative vengono deluse perché si opta per alcune soluzioni troppoindexee facili nello sviluppo, dall’altra le riflessioni che scaturiscono sono comunque numerose. In generale l’impressione è quella di un film in cui siano state cucite insieme una serie di situazioni di confronto senza avere a monte un intreccio particolarmente complicato. Si presenta la famiglia, le si dà uno spartiacque e poi vari momenti di messa alla prova (prima incontra questo, poi vanno lì, ecc.). Da questo punto di vista è tutto piuttosto lineare ma è un espediente necessario per far emergere il confronto tra due mondi e tutte le loro contraddizioni, il che rappresenta il nucleo di pregio di questo film. Se si esclude la leggera deriva drammatico-stucchevole che cerca di prendere il largo verso la fine (quei soliti mezzucci quando si vuole a tutti i costi cercare la commozione, magari riuscendoci pure) il film ha non pochi spunti di pensiero.

La famiglia Cash infatti attacca e disprezza le ipocrisie e le contraddizioni di una società consumistica, frivola e bigotta rispondendo con autenticità e sincerità, seppucr in un clima di estremistica esaltazione che facilmente può sfociare nell’ortodossia o nel ridicolo (festeggiare il compleanno dello stimatissimo Noam Chomsky al posto del Natale). Il processo di disvelamento è infatti a doppio binario perché in entrambi i mondi si rivela la presenza di diversi limiti evidenti. Non esiste una superiorità ma solo un confronto fatto ragionevolmente di pro e contro. I Cash sono persone colte, intellettualmente vivaci, sensibili, atletiche ma allo stesso tempo completamente incapaci di relazionarsi efficacemente con un mondo diverso dal loro in maniera naturale e non giudicante, o senza l’implicito pensiero del “sono un po’ sopra di te” (che su alcuni aspetti potrà pure essere vero ma nel renderlo palese sottolinea una chiusura). Atteggiamento mentale che peraltro condividono con le stesseimagese persone che criticano di cui emergono gli altrettanti limiti nell’ignoranza, nella ristrettezza di vedute e nell’ipocrisia culturale del dover, per esempio, proteggere i figli dalla realtà sgradevole ma anche da quella potenzialmente piacevole (la sessualità) o del non accettare che il lutto e la morte possano essere vissuti come un evento naturale individuale (basterebbe leggere Storia della morte in Occidente di Philippe Aries per realizzare quanto la percezione della morte sia cambiata culturalmente nell’arco dei secoli) in cui è possibile conservare una certa leggerezza, mantenendo il suo carattere triste contemporaneamente al sollievo dal ricordo.

Le soluzioni estreme non sempre sono le migliori, in particolare quando nel ricercare libertà da un sistema, si pensa di trovarla nel solo capovolgimento delle regole senza trovare una propria autonomia da esse. Se rigetto tutto quello imagesache mi viene proposto in favore di un suo contrario, avrò sempre l’occhio rivolto a quello che viene fatto dall’altra parte (senza potersi concedere che qualcosa di buono vi potrà pur venire) e mi limiterò ad un suo opposto che, di per sé, ha poco significato perché ha da esso una dipendenza implicita. Il capovolgimento di un principio non gode di una sua origine indipendente ma di un legame forte con il suo opposto a cui deve la sua stessa esistenza (per usare un esempio mutuato da Derrida per chiarire la relazione : la presenza è il risultato della possibilità della sparizione). Per questo da un certo punto in poi ci si avvicina a soluzioni di mediazione in cui alcune contraddizioni inevitabili finiscono per essere tollerate (la coerenza è un fatto interiore, dall’esterno tutti potremmo apparire incoerenti agli occhi degli altri perché a loro sono sconosciuti i parametri di scelta che usiamo).

Da qualche parte dice che il film abbia un finale buonista, non sono per nulla d’accordo e credo dipenda dai punti di vista. Una chiave d’interpretazione è nel silenzio. Quello iniziale era sempre complice, comunicativo, partecipativo mentre quello finale presenta delle persone che sono diventate elementi isolati tra loro. Hanno guadagnato qualcosa ma hanno anche perso qualcosa, hanno fatto sicuramente dei cambiamenti, ma rimane il dubbio che non siano necessariamente buoni.

Viggo Mortensen assolutamente straordinario (e su questo sono d’accordo con la critica), salta da un ruolo all’altro in diversi imagessfilm con una disinvoltura ammirevole e senza mai risultare sottotono o sopra le righe. Un vero talento, oltre a questo film basta pensare a La promessa dell’assassino, A History of Violence, The road, Il signore degli Anelli, per avere un’idea delle sue capacità. Sostanzialmente il film si regge su di lui e questo nonostante tutti gli altri interpreti siano decisamente bravi. Menzione per John MacCay perché ha un viso talmente particolare da indurre a pensare da averlo già visto anche se non lo si ha incontrato prima. A meno che non abbia interferito la somiglianza con Alan Tudyk (vedere per credere). C’è da segnalare tra il cast un saccheggio di ex comparse di Friends con Missi Pyle (anche in 50 volte il primo bacio, era quella che pensava di essere ubriaca dopo aver bevuto un analcolico) e Steve Zahn che faceva in una delle prime serie il marito gay di Phobe che chiedeva il divorzio per potersi risposare con una donna. Tanto per aggiungere robe a caso.

Film drammatico con momenti di commedia (in)volontaria da cui era lecito aspettarsi qualcosa in più; sicuramente da vedere filtrando dai commenti di una critica troppo entusiasta ma il cui pregio più evidente sta nell’aprire diversi spunti di autoconsapevolezza nei confronti di una società sempre più denaturara e inconsapevole della propria direzione al futuro o, peggio ancora, del proprio alienato presente.

Giudizio in minuti di sonno: Sveglissimo come sempre quando si tratta di cinema e persino graziato dall’onnipresente parlottare che si trova in tutte le sale. Ha quasi regnato il silenzio.. quasi.

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