Un falò notturno – Racconto

I due ampi porticati ai lati della strada erano un unico brulicare di persone.

Le luci dei primi addobbi natalizi riempivano di colori il buio mentre le vetrine dei negozi brillavano per attirare gli sguardi dei passanti.

Bardo era appoggiato con la schiena al muro.

Rannicchiato a terra teneva gli occhi fissi sulla colonna antistante, chiuso in un silenzio meditativo. Solo ogni tanto abbassava lo sguardo verso il cappello pieno di monete. Se vedeva una mano andargli incontro a volte sorrideva, a volte ringraziava. Quando gli era possibile scrutava negli occhi dell’altro per cercare una scintilla della loro anima e con essa, anche la propria.

Intravedeva qualcosa, opaco e sfuggente, ma solo negli altri.

A lui era rimasto solo il carrello.

La musica di un sassofonista di strada si diffondeva rimbalzando lontana lungo le antiche arcate. Una ventata fredda spostò la sciarpa di una studentessa che subito si portò una mano alla bocca per sistemarla e ripararsi il volto.

Bakunin si avvicinò a Bardo con i suoi sacchi in mano senza dire una parola.

Ogni giorno lo andava a prendere sempre alla stessa ora e rimaneva immobile nella posizione del soldato che attende un ordine. Bardo faceva passare una manciata di secondi poi si sollevava in piedi, raccoglieva il cappello e si infilava il denaro raccolto nella tasca dei pantaloni.

Solo dopo essersi riappropriato del proprio ruolo di essere vivente andava nel vicolo adiacente a recuperare il suo carrello. Ritornare in piedi era come respirare, perché vivere ai margini equivaleva ad essere nulla più di un ingombro ad una passeggiata domenicale.

Bardo si affiancò a Bakunin, che gettò i suoi sacchi nel carrello, ed iniziarono a camminare.

Due barbe lunghe e incolte sfilavano in vestiti pesanti e sporchi. Mani nere e sudicie dentro le tasche di uno, fuori e ben in evidenza quelle dell’altro. Non si dissero nulla fino alla mensa dove la coda di attesa era già lunga. Ad attenderli c’era Zecca, con i suoi inseparabili vecchi scarponi bucati che facevano capolino da un lungo giaccone militare. Sulle spalle un enorme sacco con i rimasugli di una vita.

A distanza di tempo tutte le vite si riducono a rimasugli.

Il soprannome veniva dal suo continuo ripetere che prima avrebbe potuto permettersi di comprare la Zecca di Stato da quanto era ricco.

Ognuno aveva la propria storia incisa nel nome assegnato, il quale sicuramente tradiva qualcosa, reale o meno che fosse. La voglia di condividerne i dettagli era molto relativa. C’era chi si immergeva nei fasti di vecchie glorie, chi si chiudeva in un misterioso mutismo e chi semplicemente creava dal nulla fantasiose esistenze.

Bakunin doveva il suo non tanto ad una adesione all’ideale anarchico quanto piuttosto ad una somiglianza fisica con l’omonimo. Tale origine però si perse in un vociferare indistinto che lo voleva come un attentatore datosi alla macchia e finito ai margini delle strade.

A Bakunin questo andava comunque bene visto che gli creava un vago alone di intoccabilità e di timore.

Bardo aveva guadagnato il suo quando si era scoperto il contenuto del carrello. Vi teneva i libri che era riuscito a conservare dopo aver perso la casa e la famiglia. Erano tutti ben avvolti in plastica nera da immondizia.

Fu Aqualung a svelarne il contenuto il giorno in cui prepotentemente gli si avventò contro, convinto che stesse nascondendo una montagna di denaro. Aggredì Bardo alle spalle gettandolo a terra e gli sbatté la testa contro un muro per tramortirlo. Rovesciò avidamente il carrello strappando la plastica e sparpagliando a terra una montagna di libri. Aveva cercato il denaro persino in mezzo alle pagine prima di cedere all’evidenza e se n’era andato sbraitando con la voce impastata dall’alcol.

Aqualung fu molto lesto nel prenderlo alla sprovvista.

Bardo di quel giorno portava ancora una cicatrice.

Fino ad allora aveva sempre reagito rabbiosamente nei confronti di chiunque si avvicinasse al carrello senza il suo permesso.

Tutti i presenti ricordavano Bardo mentre con la testa sporca di sangue tirava via i libri da una pozza d’acqua per rimetterli al sicuro. Più di tutto ricordavano la disperazione inconsolabile di uomo a cui era stato violato l’ultimo residuo di spirito.

Zecca si avvicinò ai due compari senza dire nulla.

La conversazione tra loro era ormai verbalmente inesistente, tacita, non si parlavano ma si capivano con un’occhiata. Si erano ritrovati insieme per pura sopravvivenza e la compagnia era divenuta un’abitudine consolidata dal tempo.

Si misero in fila per il pasto sperando di riuscire ad entrare, la coda era già lunga e arrivare tardi spesso significava non trovare più nulla.

Nei bar o nei supermercati non erano sempre ben accolti, bastava solo saper scegliere l’orario giusto e anche la persona adatta da cercare dietro al bancone. Dopo anni erano ormai conosciuti nella zona e qualcuno manteneva un contatto minimo, seppur la maggior parte di loro optasse per l’indifferenza.

Riuscirono ad avere un pasto caldo.

Seduti in una lunga tavolata eterogenea continuavano a non parlarsi, testa china sul piatto anche se un vociare indistinto riempiva di colore le bianche pareti fatiscenti. Il carrello era vicino al muro dove Bardo lo poteva controllare. Dopo l’accaduto aveva perso di livore nei suoi intenti protettivi e se ne preoccupava molto meno.

Si guadò intorno ma non scorse il suo avversario. Era ormai un mese che Aqualung non si vedeva alla mensa. Si diceva che avesse molestato qualche bambino di troppo e la polizia lo avesse arrestato.

Se ne andarono subito dopo aver mangiato. C’era da preparare per passare la notte.

Solitamente si avvolgevano in un pesante piumone e dormivano insieme per scaldarsi nel porticato nascosto di una grossa banca del centro. Era un punto defilato e discreto ma soprattutto sicuro. Chi lavorava nell’edificio era a conoscenza di quell’uso. L’importante era sparire di primo mattino e lasciare tutto come l’avevano trovato.

In quell’angolo puntava una telecamera che serviva da garanzia affinché nessuno potesse coglierli nel sonno con cattive intenzioni.

Lo trovarono già occupato.

Avrebbero potuto disputarsi la proprietà ma non era quella la serata per farlo.

Conoscevano altri posti in cui trascorrere la notte.

Uno fianco all’altro camminavano per il lungo viale che tagliava il quartiere, Bardo stava indietro rallentato dal suo carrello. Dall’altra parte della strada vide una giovane famiglia. Il padre e la madre tenevano per mano un bambino imbacuccato e lo facevano saltare tirandolo verso l’alto. Il piccolo rideva forte e quando scendeva si lasciava cadere sulle ginocchia costringendo i genitori a tirarlo su nuovamente.

Entrambi avevano un sorriso felice in volto.

Bardo distolse lo sguardo e si appoggiò pesantemente sul carrello.

Entrarono nel rudere di una vecchia fabbrica di cioccolata non lontana dal centro, passando per un buco nel muro che delimitava il cortile esterno. La luna illuminava i parcheggi dei dipendenti riflettendosi sul bianco delle strisce. Era un posto noto e di solito occupato da diverse persone, qualcuno a volte lo usava per andare a bucarsi. Furono i primi ad arrivare. L’interno era insolitamente deserto anche se restavano i segni di passaggi precedenti.

Il primo a cadere fu Zecca.

Bardo e Bakunin lo seguirono quasi subito.

Una scarica di colpi li investì mentre erano ancora a terra lasciandoli tramortiti ma coscienti.

Un raggio di luna illuminò il volto di uno dei loro aggressori. Era un ragazzino senza nemmeno un filo di barba con i capelli curati e ben pettinati. Teneva in mano un bastone. I suoi occhi erano soddisfatti e compiaciuti quanto il sorriso che gli deformava il volto.

Un odore di benzina arrivò alle narici di Bakunin.

Il gruppetto sequestrò i loro sacchi, li radunò in un angolo, li cosparse di combustibile e li incendiò.

La luce del fuoco si diffuse nella stanza illuminando i volti dei presenti. Erano cinque, tutti molto giovani, ben vestiti, maggiorenni da poco probabilmente. Bardo ne riconobbe uno solo. Una volta gli aveva persino dato dei soldi.

Era uno del quartiere.

Zecca sentì ordinare : << Ora loro. >>

Quello che teneva la tanica si avvicinò a Bakunin il quale senza esitare gli si rivoltò contro.

Gli strinse forte i genitali fino a farlo piegare e assestargli una testata in pieno setto nasale. I rimanenti subito gli si avventarono addosso con i bastoni. Ne arrivarono solo due perché Bardo fece lo sgambetto ad uno con un paio di jeans neri e Zecca ne trattenne un altro afferrando il bastone e sferrandogli un calcio in mezzo alle gambe.

Li disarmarono e li colpirono diverse volte prima di correre in soccorso di Bakunin che stava subendo ripetute percosse.

Sentendo Zecca e Bardo gridare nella loro direzione, e vedendo i loro compagni a terra, i due rimasti in piedi si spaventarono e si allontanarono ad una distanza di sicurezza mollando la loro preda. Zecca soccorse Bakunin mentre Bardo gridava in direzione dei due ragazzi ormai terrorizzati e senza più la protezione del gruppo.

Il ragazzo che aveva impartito l’ordine, ripresosi, vide una chiazza di benzina che si andava allargando dalla tanica e con un movimento rapido diede un calcio al falò per gettarvi qualche tizzone e scatenare un incendio. La pozza non venne raggiunta ma i pantaloni gli presero fuoco. Riuscì comunque a creare un diversivo perché Bardo fu costretto con il bastone a circoscrivere nuovamente il falò.

Il capo riuscì a spegnersi le fiamme con le mani e a recuperare i suoi che si stavano rialzando.

I cinque ebbero il tempo di fuggire e dileguarsi correndo verso il cortile.

Doloranti i tre si rialzarono in piedi.

Avevano appena perso i loro sacchi, comprese le coperte. La notte fuori era gelida. Chiusero la tanica di benzina e con degli stracci trovati in giro assorbirono la rimanenza a terra; poi li gettarono nel fuoco.

Delimitarono il falò con delle lamiere trovate in giro.

Si misero intorno per scaldarsi. Nessuno riusciva a dormire. Silenziosi guardavano le fiamme ardere i resti delle loro vite.

Travolti dalla malinconia, Bakunin ripensava alla sua prima ragazzina, quella che aveva baciato alle giostre durante la fiera annuale, Bardo ripensava alla famiglia che aveva visto in strada.

Zecca rivide il fuoco acceso della notte in cui aveva soffocato Aqualung nel sonno. Pensava che il male andasse estirpato. E dopo quello che aveva fatto a Bardo, insieme alle voci che circolavano su di lui, c’era già a sufficienza per condannarlo all’inferno.

Ne aveva il potere, Zecca era l’angelo di Dio mandato sulla terra per redimere tutti i peccatori.

Quando le fiamme iniziarono a diminuire d’intensità Bardo si alzò, spinse il carrello intonso accanto ai compagni e ne rovesciò il contenuto. Prese tra le mani uno dei libri, aprì una pagina a caso e ad alta voce lesse:

<< Esco con Barbie. Tre pomeriggi a settimana, mentre mia sorella è a lezione di danza, porto Barbie via da Ken. Mi esercito per il futuro. >> (*)

E poi lo gettò nel fuoco per animarlo.

Per le restanti ore della notte non fecero altro. Estraevano un libro dal mucchio, ne leggevano ad alta voce alcune frasi a caso e lo gettavano nel fuoco, fino a che non rimase più nulla.

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(*) A. M. Homes, La sicurezza degli oggetti, Feltrinelli

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