Stalker – Andrej Arsen’evič Tarkovskij

Un professore di fisica (Nikolaj Grin’ko) e uno scrittore (Anatolij Alekseevič Solonicyn) vogliono entrare in un territorio conosciuto come “La zona”. Si tratta di uno spazio creatosi senza un’origine ben definita, governato da leggi proprie e da una volontà indipendente, all’interno del quale le persone si avventurano alla ricerca di una fantomatica “stanza” capace di realizzare il desiderio più intimo e profondo delle persone che vi entrano. La zona è presidiata da un cordone militare e per potervi entrare è necessario introdursi illegalmente con la complicità di alcune guide clandestine chiamate “stalker”. Il professore e lo scrittore pertanto contattano uno di questi stalker (Aleksandr Kajdanovskij) che li conduca incolumistalker attraverso i numerosi tranelli della zona e..da qui in poi è meglio guardarsi il film.

Che non si tratti esclusivamente di un film di fantascienza è chiaro da subito, nonostante sia stato ispirato dal romanzo Pic Nic sul ciglio della strada, ascrivibile al genere.

La sequenza iniziale in toni seppia, la fotografia eccellente, le inquadrature ricercate, la cura dell’estetica visiva che riportano ad un linguaggio inquieto e desolante sospeso all’interno di un tempo indefinito, sono infatti tutti elementi che rimandano ad un cinema di livello.

L’impressione viene ulteriormente confermata, anche nonostante il cambio con le immagini a colori non appena i protagonisti entrano nella “zona”, dal proseguimento fatto di dialoghi filosofici, speculazioni intellettuali, metafore e simbologie che si mescolano in una assenza di trama ridotta ad una generica “ricerca” e forse ad un “percorso formativo”. La lentezza narrativaimages non è solo concreta ed estraniante, ma a tratti è pure maledettamente ingombrante, seppur abbia il sapore non di un’esitazione ma di un indugiare consapevole. Tarkovskij in questo senso non ha fretta e si prende tutto il tempo che ritiene necessario per mostrare le scene attraverso lentissime sequenze con un movimento di camera appena accennato che si avvicina (o si allontana) ai punti focali. Non c’è staticità (come in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, tanto per citarne uno recente) ma solo una dilatazione temporale che conserva aspetti di dinamicità intrinseca, c’è il gusto di esplorare lentamente, di godersi la scoperta di spazi sconosciuti (siamo molto vicini al rompimento di coglioni ma senza mai portarlo all’eccesso, perché la curiosità gioca spesso a suo vantaggio e Tarkovskij si sa fermare poco prima di oltrepassare il confine dell’insofferenza [pur andandoci parecchio vicino!]).

Dal punto di vista registico/visivo è palese la sua bravura soprattutto nel rendere esotiche eimagese soprannaturali ambientazioni che potrebbero tranquillamente essere state prese alla periferia di Milano. Ad un certo punto, per dire, i tre protagonisti si trovano in un campo talmente anonimo e privo di caratterizzazione che potrebbe essere quello dietro casa. Parlano di “Zona” come il posto più recondito del pianeta e magari sono in Val Brembana con qualche bergamasco a fare da comparsa. Eppure in qualche modo quelle stesse ambientazioni riescono ad essere credibili, forse perché non è il luogo a fare la differenza, ma la narrazione e la capacità di renderlo tale. Avrebbe le potenzialità del film trash, se lo si vedesse per esempio in quest’ottica: tre deficienti si muovono a caso in una risaia della bassa padana tirando dadi con dei lacci in modo da allungare la strada e aggirandosi all’interno di ruderi vuoti, vaneggiando sulla vita e convinti che un’entità li perseguiti mentre in realtà non gli succede mai un cazzo di niente. Tuttavia, è chiaro che ci sia qualcosa in più, perché i dialoghi hanno spessore, la vista è appagata e si coglie la presenza di un’idea.

Dietro alla supposizione di un messaggio finale e allo svelamento di motivazioni oscure, il film si protrae fino alla fine traimageseas momenti lenti, buffi, inspiegabili e riflessivi. L’attesa di una sbalorditiva spiegazione finale rimane parzialmente insoddisfatta perché tutto viene rimandato allo spettatore a cui spetta l’amaro compito di digerire il film e trarne delle conclusioni. E da qui ogni tipo di speculazione è tutto sommato lecita in quanto si può intravedere una metafora della vita, dell’imperscrutabilità della mente umana e dei suoi desideri, e chi più ne ha più ne metta, con qualche riferimento religioso (mi chiedevo comeimagesv avesse fatto un regista dell’Ex U.R.S.S. a girare un film in cui si parlasse di fede e di bibbia e la biografia di Tarkovskij me lo spiega chiaramente, in quanto pare fosse piuttosto osteggiato e ostacolato in patria). Quello che sicuramente colpisce di più è la tragedia del Porcospino raccontata a pezzi dai protagonisti, fantomatico personaggio che diviene l’emblema della non consapevolezza dei propri desideri più profondi, da cui scaturiscono considerazioni pessimistiche (ma forse realistiche) nei confronti dell’umanità e i suoi oscuri moti inconsci.

Pesantissimo, d’autore, da vedere sapendo a cosa si va incontro per mettersi alla prova sotto diversi punti di vista, perché in fin dei conti fu d’ispirazione per moltissime altre produzioni (tra cui un molto più digeribile albo di Dylan Dog intitolato Zed) e per provare a meditare su significati che trascendano il film.

In caso contrario anche una peperonata per cena potrebbe sortire l’effetto desiimagesdderato.

Giudizio in minuti di sonno: Steso da un sopore inenarrabile alla prima visione. Riesco a reggere fino all’arrivo al confine con la zona, mi addormento per cinque minuti, vedo il passaggio e il cambio di colore e mi riaddormento per altri cinque minuti, resisto fino allo scoccare della prima ora poi soccombo miseramente ad un sonno che mi accompagnerà fino alla fine del film. Recuperato in seconda visione durante un pomeriggio domenicale tengo duro fino alla fine trattenuto a forza dalla domanda “Dove cazzo andrà a parare?!

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