Rocco e i suoi fratelli – Luchino Visconti

La famiglia Parondi, madre e quattro dei suoi cinque figli, si trasferiscono dalla Basilicata a Milano in cerca di lavoro. Ricongiungendosi con il quinto figlio Vincenzo (Spiros Focas), che già risiedeva nel capoluogo lombardo, creano subito scompiglio nella vita di questo alla festa del suo fidanzamento con Ginetta (Claudia Cardinale) e a causa loro è costretto a seguirli in una sistemazione di fortuna. Da qui ognuno dei fratelli inizia a prendere una strada diversa, Simone (Renato Salvatori) si inserisce nel mondo della boxe ma, per quanto talentuoso, viene penalizzato dal proprio atteggiamento incostante, Luca (Rocco Vidolazzi) sta a casa con la madre, Ciro (Max Cartier) studia alle scuole serali e poi diventa operaio in Alfa Romeo, Vincenzolocandina riesce a ricucire con la famiglia della fidanzata mentre Rocco (Alain Delon) troverà lavoro presso una lavanderia. Quando in casa Parondi entra la vicina Nadia (Annie Girardot), una ragazza libertina che fa la prostituta, Simone se ne invaghisce ed inizia a frequentarla  ma causa dei suoi comportamenti scorretti mette in difficoltà la famiglia ed in particolare Rocco, su cui cadono la maggior parte delle responsabilità e..da qui in poi è meglio guardare il film.

Capolavoro del neoralismo diviso in cinque presentazioni separate per ognuno dei fratelli anche se, in realtà, a monopolizzare la storia sono le vicende di Rocco e Simone che occupano la maggior parte del film. Personaggi antitetici, si trovano agli estremi opposti: tanto il primo è la spalla su cui vengono buttati tutti i pesi della famiglia che, aderente al ruolo di Cristo a lui richiesto, si fa carico di ogni responsabilità comprese quelle che non gli appartengono, quanto il secondo è la parte “deviante” di una famiglia fondamentalmente onesta e lavoratrice come dimostrano i fratelli Ciro e Vincenzo.

Simone è affamato di bella vita e di denaro facile, è pigro e giustificato in ogni sua azione da una madre che lo vezzeggia a discapito di tutti gli altri poiché a lui tutto è concesso. Questa esigenza lo porta a scelte rapide che lo tengono lontano dalla faticosa imagescostruzione quotidiana e lo rendono debole e fragile, suscettibile allo scherno e al dileggio degli amici. L’assenza di un punto fermo all’infuori di sé stesso lo rende facile vittima di una discesa verso l’autodistruzione. Al contrario Rocco un punto fermo lo ha: la famiglia. Ma è anche un punto talmente inammovibile e granitico da darvi la priorità assoluta sopra ogni cosa, compreso sé stesso e le proprie aspirazioni che vengono fagocitate dalle necessità altrui. Rocco è l’emblema di chi non sa dire NO e mette davanti a sé tutto e tutti offrendo le proprie spalle e la propria esistenza al sacrificio del destino.

Sono entrambi due elementi disfunzionali anche se in due modi diversi e seppur il secondo si presenti apparentemente in una maniera socialmente accettabile poiché laindexe solidarietà familiare rappresenta universalmente un valore (“Il duca di She, dialogando con Confucio, disse: <<Nel mio paese vi è un tale chiamato “l’onesto”. Un giorno suo padre rubò una capra ed egli lo denunciò>>. Confucio disse: <<Nel mio paese gli uomini onesti agiscono diversamente: un padre copre il figlio e questi il padre. Ecco dove si trova l’onestà.>>  Confucio, Dialoghi, Einaudi p. 155) ma non dal punto di vista della personalità quando questa ne viene schiacciata. L’accondiscendenza di Rocco e il suo accettare ogni richiesta assurda come se fosse dovuta, lo porteranno anche verso dei successi, ma insieme alla completa morte interiore e alla disfatta delle proprie aspirazioni.

Le uniche persone sane sono i fratelli Ciro e Vincenzo che sanno prendere le distanze indexwdalle pretese illeggittime e non si lasciano assorbire dalla figura del buon samaritano che deve salvare tutti perché sanno mantenere il doveroso limite della tutela di sé stessi. Anche loro hanno interiorizzato il valore della famiglia ma ne sanno anche riconoscere le richieste irrealistiche e come tali le rigettano. In particolare Ciro si fa autore dell’unico gesto necessario per porre termine ad una tragedia famigliare che avrebbe potuto solo peggiorare.

Dietro tutte queste dinamiche non c’è solo l’invischiamento familiare ma anchimagesce il trauma   dell’emigrazione e del pregiudizio, della lontananza dalle proprie radici e origini marcatamente segnate dal contrasto tra il dialetto lucano dei fratelli Parondi e quello milanese in un’Italia in crescita e in continuo mutamento in tempi in cui fiumane di persone finivano dentro le catene di montaggio delle case automobilistiche, quando i primi slanci industriali prendevano il volo e quando iniziavano a demarcarsi quegli eterni solchi di povertà tra chi era e sarebbe rimasto ricco e chi quel denaro avrebbe solo potuto inseguirlo.

Cast straordinario ed eccellente e sulla regia di Visconti c’è solo rispettoso silenzio. Di fronte ai maestri non c’è mai molto da dire che non siano parole di ammirazione dal puntoimagesee di vista registico (inquadrature, cura del particolare), della narrazione (tempi, atmosfere) e questo nonostante quasi tre ore di film che, una volta entrati nella visione, si rimane totalmente coinvolti.

In tempi giovanili il titolo creava ilarità perché il riferimento ad un altro “Rocco” era quasi obbligatorio e quindi era uno di quei film impronunciabili se si voleva essere presi sul serio (la stupidità liceale) parlando di cinema, visto da adulti (ma a volte altrettanto stupidi) è assolutamente imperdibile.

Certo, l’altro film che ho visto di Luchino Visconti è La caduta degli dei e dopo Rocco e i suoi fratelli inizio a pensare che fosse fissato con gli stupri ma, a parte questo, un grande capolavoro.

Giudizio in minuti di sonno: addormentato alla prima visione dopo nemmeno 5 minuti, mi sveglio dopo un’ora e (sigh) porto e a termine da quel punto perché non potevo chiedere a chi era stato sveglio di riavvolgere dall’inizio. Recuperata la prima parte in un secondo tempo.

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