Un pianto inconsolabile – Racconto

Era un luminoso lunedì di Maggio quando Tommaso iniziò a piangere.

Il sole era allo zenit e la terra era ormai completamente asciutta dalla rugiada del mattino.

Era seduto a terra, i fili d’erba gli solleticavano garbatamente le gambe scoperte mentre giocava con dei sonagli di legno chiaro e dei cubi colorati. I genitori erano in casa, la mamma cucinava e il padre lavorava al computer.

Nel giardino Tommaso stava all’ombra di un’alta pianta dalle folte fronde, circondato dal suo mondo di giochi silenziosi. Macchinine senza pile, strumenti musicali che non suonavano e oggetti che non facevano rumore per non disturbare nessuno.

Sbatteva il martello giocattolo avvolto nella gomma contro la corteccia dell’albero e produceva echi sordi e lontani, schiacciava inutilmente i tasti della pianola ma essi tacevano, muti come la chitarrina senza corde e il pupazzo di peluche a cui erano state amputate le corde vocali.

Tommaso ascoltava i rumori delle auto sulla strada mescolate al cinguettio dei passeri che dai rami dell’albero si tuffavano nel cielo screziato di nuvole, come fossero un vago sottofondo.

Almeno fino a quando il fischio di un treno lontano interruppe i suoi giochi solitari.

Qualcosa non andava in quel mondo ovattato e Tommaso gettò fuori tutta la sua disperazione.

Nessuno accorreva, le lacrime erano avvolte della stessa gomma dei suoi giochi e la sua voce cadeva in un silenzio inascoltato.

Il pianto di Tommaso era straziante ma inudibile dagli adulti vicini che proseguivano imperterriti il proprio lavoro o gli passavano accanto senza curarsi di lui.

Prostrato dalla propria frustrazione era immerso in un dolore senza nome, talmente intenso da coprire qualunque altro suono che non fosse quello della sua voce.

Per questo non si accorse del bambino di pochi mesi che, gattonando, attraversò il cancelletto aperto e arrivò fin sotto il suo albero.

Si appoggiò pesantemente sul sedere e si mise davanti a Tommaso che non dava cenni di smettere.

Il bimbo lo studiò per un istante e si mise a piangere a sua volta, prima piano, poi sempre più forte. Lo sforzo rendeva rosso il viso mentre lacrime sincere e altrettanto inconsolabili gli solcavano le guance.

Quando Tommaso si avvide di non essere solo improvvisamente si fermò, distratto ed incuriosito da quel suono che tanto gli ricordava la sua voce. Quando vide quei lineamenti deformati da una sofferenza quale la sua, un moto di stupore e di sollievo lo trattennero dal proseguire oltre.

Il bimbo sconosciuto smise a sua volta.

Agitò le braccia convulsamente, si morse il labbro inferiore sbavando leggermente e gattonando uscì dal giardino nello stesso modo in cui era arrivato.

Tommaso aveva smesso di piangere.

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