Incontri ravvicinati con la polizia di frontiera tedesca

Si sa che le frasi migliori sono sempre quelle che non riescono mai a vedere la luce e rimangono ben nascoste a riposare nei meandri del cervello.

Le occasioni per dire qualcosa spesso non vengono colte anche se l’imperativo di proferire verbo si presenta lampante e chiaro come il tabellone luminoso delle partite di baseball. La tentazione è fortissima, la situazione è ben delineata, la frase è perfetta ma i motivi per evitare hanno la meglio.

A volte con ragione, altre volte no.

Poco più di una settimana fa stavo guidando nell’autostrada che collega i Paesi Bassi alla Germania, sul tratto che porta direttamente a Berlino. Avevo appena passato il confine quando una macchina nera mi sorpassa, mi si para davanti e sul lunotto posteriore appare la scritta “polizei” alternata a “follow” e a suppongo “folgen” (ho cercato la traduzione perché di mio non ricordavo cosa dicesse).

Ora, questo è il dato di fatto riconosciuto a posteriori di quanto è evidentemente accaduto, ma all’interno dell’abitacolo nessuno si era accorto di nulla e il successivo dialogo con il mio Compagno di Viaggio si è svolto più o meno in questi termini:

I: – << C.d.V. guarda la macchina davanti. C’è scritto Polizei. Ma ce l’ha con noi? >>

Il C.d.V. alza la testa dal cellulare.

C.d.V. – << Ma c’era anche prima? >>

I: – << Boh, non ci ho fatto caso. Che facciamo? Comunque dice “follow”.. >>

C.d.v. – << Non so. >>

A nostra discolpa rispetto all’ovvietà della situazione posso dire che probabilmente non ci eravamo ancora svegliati completamente. La macchina nera nel frattempo mette la freccia per entrare in un’area di sosta con i bagni.

I : – << Vabbè, comunque devo andare a pisciare. Nel dubbio seguiamoli, al massimo vado al cesso. >>

Appena entrati troviamo nel parcheggio un paio di camionette della polizia ad aspettarci mentre l’agente in borghese dalla parte del passeggero si butta fuori dall’auto per fare segno su dove fermarci, poi si avvicina al mio finestrino seguito subito dopo dal collega alla guida.

E’ biondo e tarchiato, avvolto in una giacca nera (o forse una roba tipo bomber) che lo fa sembrare piuttosto grosso. Dice qualcosa in tedesco, che ovviamente non capisco, con uno sguardo serio e per nulla rassicurante.

In quel momento ho solo due pensieri:

1) Cazzo, sono veramente stato così stronzo da oltrepassare il limite di velocità in uno dei pochi tratti in cui in Germania non si può andare come missili?

2) Ma perché insistono a parlare sempre prima in tedesco se abbiamo una targa italiana?

Chiedo di parlare in inglese, il poliziotto rimane inespressivo e senza scomporsi minimamente mi indica il distintivo che gli pende al collo come nei film americani (finalmente scopro che lo portano davvero in quel modo). Si presenta come polizia di frontiera tedesca e olandese introducendo il guidatore, un tizio sorridente, con i capelli grigi e radi vestito in un giubbotto blu, decisamente più rilassato del primo, che nel frattempo ritira i nostri documenti e li porta alla camionetta.

Non possa fare a meno di chiedermi se non abbiano già iniziato il gioco di poliziotto buono e poliziotto cattivo.

Quello che a questo punto nella mia testa era il poliziotto cattivo prosegue a parlare con noi e ci chiede da dove arriviamo e dove stiamo andando. Come se ci avesse colti in flagrante nel sentir nominare Den Haag (L’Aia) passa subito al motivo del nostro incontro chiedendoci se abbiamo qualcosa da dichiarare, armi, marijuana, droga in generale.

Ovviamente non abbiamo nulla ma credo che la mia apparenza costituita da barba lunga incolta, i piercing alle orecchie e i vecchi vestiti ciancicati non lo convincano molto della veridicità della nostra risposta. Si fa indagatore e ci chiede come mai ci troviamo da quelle parti ma accompagna la spiegazione sul lavoro che facciamo con una espressione leggermente sorpresa e meno severa di quella con cui ci aveva accolti.

Si tratta solo di un’istante di debolezza perché subito dopo ci invita a scendere e ritorna nel suo ruolo.

E qui scatta il dialogo che avrei tanto voluto avere con il poliziotto.

Mi si avvicina, mi guarda negli occhi e mi avverte in maniera piuttosto neutra:

<< We have dogs. >>

E dentro la mia testa, a caratteri cubitali scritta sopra un tabellone luminoso da baseball appare la risposta che avrei tanto voluto dare:

<< Good for you, I have a cat at home. >>

Ma fortunatamente non sono così coglione da cercami delle grane con un poliziotto, di frontiera, tedesco, circondato da altri poliziotti, tedeschi e olandesi, mentre sto lavorando, all’estero, quindi mi limito ad un laconico “ok”.

Mi avvicinano il cane che inizia ad annusarmi la felpa e poi passa a c.d.v. a cui dico:

<< Però devo ancora andare al bagno. Dici che farlo ora potrebbe risultare un gesto tanto sospetto? >>

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4 thoughts on “Incontri ravvicinati con la polizia di frontiera tedesca

  1. Vedo che comunque tutto il mondo è paese. Pensavo che solo le FdO nostrane chiedessero “cosa ci fai da queste parti”. Che io mi son sempre chiesto che cacchio di domanda sia, come se uno poi rispondesse “Guardi, sto andando dal mio socio per la rapina in banca, però prima ci fermiamo in una villa per una incursione stile Arancia Meccanica, ah ovviamente strafatti di droga, anche se non sappiamo dove andare a prenderla…lei conosce qualche buon posto, buon uomo?”

    • C’era giusto una barzelletta su questo tenore.. Dentro di me spero che non sia tanto la risposta ad essere in esame quanto le reazioni fisiche ed espressive, giusto per non pensare che facciano come le comari di paese.
      Ho sempre avuto la tentazione di dare una risposta del genere!

Secondo me....

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