Storie di ordinaria follia – Charles Bukowski

Celeberrima raccolta di racconti dello scrittore americano in cui, tra riferimenti fortemente autobiografici e situazioni surreali, mette nero su bianco pezzetti della propria vita divisa tra donne, alcolismo, disoccupazione, gioco d’azzardo e barboni.

In origine era intitolata “Erections, Ejaculations, Exhibitions and general tales of ordinary madness” e conteneva 62 racconti ma in Italia si è preferito invertire l’ordine del titolo e derubricare la prima parte a sottotitolo, per renderlo suppongo meno volgare, oltre a dividere il materiale in due raccolte separate “Storie di ordinaria follia” (42 racconti) e “Compagno di sbronze” (20 racconti) pubblicate indipendentemente.

Tra i banchi del liceo Bukowski andava alla grande, tutti ne parlavano e tutti lo citavanostorie come mentore ed esempio. Credo che in parte fosse il fascino della persona autodistruttiva (non a caso a quei tempi era motivo di vanto dire di essersi “devastati” il sabato sera), dedita all’alcol e al sesso (in generale è difficile trovare piaceri migliori e in particolare durante l’adolescenza quando gli ormoni galoppano e si necessita di un solvente sociale per rompere le inibizioni e darsi un’aria vissuta) che coltiva un grande talento ai margini della società, in una nicchia ritagliata solo per sé. Alcol e genio diventano elementi imprescindibili di una relazione diretta dai tratti distorti. Si beve fino a massacrarsi sperando che esca il genio ma il rapporto è inverso: il talento e la sensibilità ci sono a prescindere ed è per questo che ci si ammazza d’alcol, non il contrario. In assenza di quello si è solo dei beoni senza talento. In Bukowski c’è voluto del tempo per riconoscerlo ma ci si è arrivati. A causa di questa esaltazione (percepita) esclusivamente rivolta agli aspetti legati solo alle scopate, al sesso e al bere, non mi sono mai sentito particolarmente attratto da questa lettura. Quando chiedevo di raccontarmi qualcosa era sempre una sequela poco chiara di aspetti meramente sessuali “pensa, si è fatto fare un pompino mentre leggeva il giornale e non la cagava”, “in un racconto c’è un tizio che si fa una sega per un tot volte per potersi fotografare mentre sborra” (che in Storie di ordinaria follia viene citato in sei righe nel racconto Un matrimonio di rito Zen che penso poi diventi il soggetto di “Dieci seghe” in Compagno di sbronze) oppure di adorazione sul fatto che fosse un porco, marcando il nome con una “F” inesistente “BukoFFFFFFski” per dargli forse un’inflessione che lo accorpasse molto di più al filone russo-mistico-sovietico-sinistrorso (KorsakoFFFFFF, KalashnikoFFFFF, ZoFFFFF) di quanto non fosse la sua pronuncia originale che lo vuole “Biukoski”, nell’adattamento americano di un cognome originariamente polacco per un uomo tedesco di nascita.

Qualcuno ha provato a farmi cogliere una certa poesia proponendomi un racconto ma ero ancora troppo influenzato da anni di osannamento insensato per poter andare oltre l’apparenza che mi era sempre stata rimandata.

Fermarsi all’ipotetica trasgressione, alle scopate, all’alcol, significa non aver capito un cazzo di Bukowski.

In Storie di Ordinaria follia non sono quelli gli elementi di fondo della sua narrazione anche se sono temi ricorrenti. La sua vera natura si ritrova in una indifferenza atta a proteggere una malcelata estrema sensibilità che traspare nei suoi scritti in diverse riprese (nel racconto dedicato alla leva militare in cui alla visita psichiatrica il medico scrive su di un foglio “..cela una estrema sensibilità sotto una scorza di indifferenza..”, farsi sfuggire questa frase tra le “scopate” e le “sorche” significa perdere tutto.) e con una frequenza maggiore di quanto non siano le volte in cui tromba. C’è un senso di abbandono, di resa, di malinconia, che sono oltre il compiacimento dell’averlo “infilato in una sorca”, il vero significato è oltre il manifesto, nella solitudine, nel senso di fragilità dell’esistenza. Bukowski si diverte sicuramente ma c’è in lui qualcosa di profondamente afflitto e tormentato che vuole intenzionalmente annegare nell’alcol. Il dolore è insopportabile per chi non riesce ad affrontarlo. Il suo sguardo è disilluso, a volte rassegnato, a volte acuto, a volte compassionevole, a volte irriverente, a volte intelligente, a volte ironico e sempre autentico e grezzo nella ricerca di uno stile asciutto che riporta al realismo sporco di cui è uno dei rappresentanti insieme al grande Raymond Carver. Soprattutto, a dispetto dall’aria trasandata e da barbone, era una persona evidentemente colta, che leggeva e ascoltava musica il cui disprezzo andava alle pose, agli schemi alla mancanza di autenticità.

Per questo quando mi sono finalmente deciso a leggerlo la prima reazione è stata di stupore nel non trovare nulla di tutto quello che mi era stato raccontato, non è stato amore a prima vista, ma sicuramente rispetto.

Bukowski dissimula il mondo interiore seminando briciole di poesia su lenzuola sporche di sperma. Poi sta a chi guarda scegliere su quale dei due elementi dare maggior attenzione.

E’ la gente che m’ha reso infelice.

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