Labirinto di Yogurt – Racconto

Mi ritrovo in un vicolo cieco.

Dopo tanto girare ed annaspare tra questi cunicoli tutti uguali, fatti di pareti bianche levigate, sono in una strada senza uscita.

Qui non ci sono finestre e nemmeno porte.

Intorno a me solo luminose mura a delimitare angustissimi corridoi scavati dentro ad un viscerale silenzio.

La ricerca dell’uscita è quantomai complicata, in assenza di una direzione.

O, più banalmente, in assenza di una planimetria.

Avessi una mappa sarebbe tutto più semplice.

O forse solo più banale.

Di fronte a questo ennesimo angolo, identico in tutto e per tutto agli altri incontrati fino a questo momento, indistinguibile da altri angoli, per la prima volta mi siedo a terra e mi interrogo sul da farsi. Alle mie spalle la strada da cui sono venuto si divide in biforcazioni che non ho mai percorso ma che probabilmente mi avrebbero portato comunque in questo punto. Mi guardo indietro e vedo un dipanarsi di mura che si perdono a vista d’occhio senza alcuna logica.

E’ solo il ripetersi ossessivo di una complessità prevedibile.

Andare a ritroso per una strada diversa non mi sembra una buona idea. Soprattutto perché non so in che punto di questo mostruoso complesso architettonico io mi trovi. Potrei essere al cuore come all’esterno.

Le pareti sono troppo alte per essere scavalcate.

Lisce e senza appigli.

Guardo il cielo e la momentanea presenza di una candida nuvola mi immerge in un bianco vellutato. Mi sento immerso in un vasetto di yogurt.

E io odio lo yogurt.

Mi gioca sempre brutti scherzi.

Proprio non vorrei dover cercare un bagno in questo momento. Che poi, cosa significa “questo momento”? Da quanto tempo mi trovo qui? A quando risale l’ultima volta in cui sono realmente entrato in un bagno? Più di tutto, quando sono entrato qui?

E perché non mi sono portato almeno un gomitolo?

Mi lascio andare di schiena contro la parete, la mia mano si posa nel punto in cui muro e pavimento si incontrano.

Percepisco una sensazione strana sulla punta del dito medio.

Una piccola asperità.

Mi volto e tolgo il dito solo all’ultimo per non lasciarmi sfuggire il primo particolare eterogeneo di questa omogenea vastità.

Una fessura quasi impercettibile, nera e buia, rompeva la perfetta monotonia di quello spazio così asettico, eppure prevedibile.

Mi chino per studiarla da vicino.

La sfioro con l’indice quasi ammirato e rapito.

Sembra un capello.

Provo ad infilare un dito e con stupore scopro che entra.

Mi ritraggo.

Poi passano anche la mano e il braccio fino alla spalla. Anche il resto del corpo con lentezza riesce ad attraversare quel passaggio. Le ossa scricchiolano e si comprimono per l’adattamento, si rimpiccioliscono fino a diventare infinitesimali. Il tutto senza alcun dolore.

Stanno ancora passando i piedi che la mia testa si trova già dall’altra parte del muro.

Mi arpiono con le dita al pavimento freddo ed esco di colpo in un movimento fluido facendo il rumore di una bottiglia appena stappata.

La breccia mi ha condotto in un altrove inesplorato.

Non è lo stesso posto in cui mi trovavo prima.

Qui è tutto molto più liscio, molto più levigato, molto più bianco.

Nel cielo non ci sono nuvole.

Nulla a che vedere con lo yogurt.

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