La fine del mondo – Edgar Wright

Gary King (Simon Pegg) è un alcolizzato dalla parlantina facile che vive nel ricordo di una serata passata con i suoi vecchi amici del liceo nella città di Newton Haven. In quell’occasione avevano tentato il “miglio dorato”, impresa che consiste in una sequenza di dodici pub in cui bere una media di birra per ognuno, senza riuscire a completare il percorso e arrivare all’ultimo pub, il World’s End appunto. In preda alla nostalgia e alla mancanza di evidenti obiettivi, Gary richiama i quattro compagni, Peter (Eddie Marsan), Andy (Nick Frost), Steven (Paddylocandina Considine) e Oliver (Martin Freeman) al solo scopo di ripetere l’impresa e portarla fino in fondo. Ormai assorbiti dalla vita adulta i quattro si dimostrano riluttanti ma finiscono per lasciarsi convincere dall’idea di una rimpatriata. A Newton Haven tuttavia qualcosa non sembra più come lo ricordavano e.. da qui in poi è meglio guardare il film.

Terzo capitolo della Trilogia del Cornetto (spero di ripeterlo solo a me stesso che é chiamata così perché in ognuno appare l’omonimo gelato. Un po’ come la vecchia con la spazzatura nella trilogia dei colori di Kieslowski, solo molto più tamarra e insensata) di Edgar Wright, preceduto da La notte dei morti dementi e Hot Fuzz che, alla pari degli altri due film, può essere definito con una sola parola: geniale. O sicuramente un Cult.

Veramente.

Dopo aver affrontato il genere horror e il thriller, entrambi in salsa di commedia, è la volta della fantascienza in un film che mescola i momenti inquietanti del primo capitolo con il delirioimageseees totale del secondo. La struttura narrativa è decisamente più elaborata rispetto agli esordi perché si è fatta molto meno lineare e, calcando le scelte già fatte con Hot Fuzz, procede con un andamento degenerativo totalmente imprevedibile (anche se non particolarmente originale poiché intenzionalmente citazionistico) rispetto alle premesse iniziali (in realtà, a ben vedere, c’è uno schema comune per ognuno dei tre). Edgar Wright scrive insieme a Simon Pegg una sceneggiattura “a briglia sciolta” in cui subentrano nella commedia elementi di follia come se fossero pane quotidiano. Non c’è mai una linea di aspettativa definita perché nonostante i dati iniziali non si sa miaindex dove si andrà a parare. Ed è per questo che i suoi film risultano piacevoli: non c’è alcun limite al bizzarro. Certo, per poterlo apprezzare bisogna stare al classico gioco del pescatore che racconta di essere andato al lago e di aver preso all’amo un ittiosauro grande come un dirigibile: se lo si ascolta senza prenderlo troppo sul serio ci si diverte, altrimenti è meglio spostarsi altrove e ascoltare il tizio che racconta le sue prodezze sessuali della sera prima.

Altrettanto inventate, ma più plausibili per chi non vuole sospendere l’incredulità.

La comicità che propongono i due non ha la raffinatezza di Woody Allen ma non è nemmeno coimageseeesì demenziale o becera come potrebbe essere quella di altri film decisamente sopravvalutati (e non sto parlando di cinepanettoni per vincere facile); semplicemente va a rispolverare tutta quella serie di giochi di parole e dialoghi pieni di malintesi orientati al nonsense resi immortali dai Fratelli Marx i quali, uniti alla travolgente parlantina di Simon Pegg, funzionano egregiamente.

Nella versione in lingua originale almeno.

Il protagonista è sicuramente il primo fra tutti gli attori, in particolare se si pensa ai suoi mutamenti nei vari ruoli che ha affrontato. Sicuramente ha dalla sua parte un nutrito cast “british” che lo sostiene in maniera determinante, ognuno di loro infatti contribuisce a suojjfj modo nel creare la situazione e i tempi comici in maniera impeccabile, ineccepibile. Eddie Marsan, vista la sua fisicità, sembra un poco legato ad una certa tipologia di ruoli ma è comunque capace di divedersi tra ruoli comici e drammatici con maestria, come dimostra nel confronto tra La fine del mondo e Still Life. Nick Frost è la spalla comica per eccellenza, buffo e cazzuto allo stesso tempo, un grande. Martin Freeman è un degno comprimario e ha molti film sul groppone anche se sospetto che debba la maggior fetta della sua notorietà al ruolo di Watson nella serie Sherlock che, in realtà, non gli rende merito. Per Paddy Considine potrebbe valere un po’ il medesimo discorso con l’unica differenza che non ha partecipato a nessuna serie Tv. In conclusione si possono spendere due parole sul regista, Wright, di cui non si può negare che abbia un buon occhio sia per le sequenze comiche come altrettanto per quelle d’azione, per quanto serpeggi il forte sospetto che gli sia riuscita bene solo la Trilogia del cornetto, ma è meglio sospendere il giudizio in attesa del suo nuovo film previsto nel 2017..

Immeritatamente trascurato, sottovalutato e spesso deriso (o almeno ogni volta in cui mi capita di parlarne) senza nemmeno aver provato a guardarlo.

Meschini loro, non sanno cosa si perdono.

Giudizio in minuti di sonno: Due tentativi andati a vuoto: durante il primo i continui riavvolgimenti non bastano a farmi andare oltre i primi venti minuti mentre nel secondo non arrivo nemmeno oltre la soglia dei dieci minuti e mi risveglio quattro ore e mezza dopo, nel pieno della notte. Praticamente svenuto, oltre la soglia del coma ma il lato positivo è che ho potuto guardare in diretta alcune gari olimpiche. Il terzo tentativo è quello buono, il terzo giorno consecutivo, in cui riesco a guardarlo dall’inizio alla fine senza nemmeno un pisolino di qualche minuto.

Che orgoglio.

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