Mean Streets – Martin Scorsese

Charlie (Harvey Keitel) vive a New York nel quartiere di Little Italy ed è perfettamente integrato con la violenza dell’ambiente che lo circonda, fatto di risse, sbronze e qualche furto insieme alla combricola di amici con cui trascorre le giornate. Tra di loro c’è “Johnny boy” (Robert de Niro) una testa calda imprevedibile ed incontrollabile che ha seminato debiti tra gli usurai del quartiere ed in particolare con Michael (Richard Romanus) che minaccia di spezzargli entrambe le gambe. Charlie cerca di mediare tra i due non solo perché Johnny boy è un amico d’infanzia ma anche perchéindexd ha una storia con sua cugina Teresa (Amy Robinson) e…da qui in poi è meglio guardare il film.

Partenza con il botto sulle note di “Be my baby” e un paio di pezzi dei Rolling Stones, per il film che fu il trampolino di lancio per Martin Scorsese verso il successo, fino ad assestarsi al livello definibile come “embrionale” mantenuto dignitosamente per il resto della pellicola. Questo perché in valori assoluti Mean Streets non sembra avere nulla di eccezionale e che faccia gridare al capolavoro di per sé se preso nella sua singolarità, nonostante qualcuno ne osanni la visione antropologica nel presentare autobiograficamente la propria infanzia trascorsa a Little Italy (che, per carità, è piuttosto evidente nella sua precisione). Al contrario, se rapportato a tutta la cinematografia del regista italoamericano, in senso relativo sono già evidenti, seppur ancora appena accennati, i prodromi di tutte le caratteristiche peculiari delle regie del miglior Scorsese che verranno infatti sapientemente sviluppate nei capolavori a seguire come Taxi Driver, Quei bravi ragazzi, Toro Scatenato, Cape Fear, Casinò, (e rimaniamo sui classiconi che li preferisco al “periodo Di Caprio”). Mean Streets in indexnquesto senso è realmente niente più che un embrione in potenza di quella che sarà la caratteristica “poetica” (leggi “temi principali”) di Scorsese che, in questo frangente, pare voglia solo tastare il terreno per osservare le reazioni senza avere ancora il coraggio di osare fino in fondo. Operazione più che lecita, ovviamente non gli si può imputare nulla, perché queste sono tutte riflessioni a posteriori in luce del successo ottenuto nel momento in cui ha saputo esasperare ed estetizzare (ma si, usiamo qualche parolona..) proprio gli stessi aspetti esplorati solamente in maniera marginale e senza la potenza visiva ed evocativa che saprà infondere, non solo dal punto di vista registico, ma anche temaindexdddtico, alle sue pellicole successive fatte di critica, tensione e iperviolenza realistica. Pochi sono i registi che come Scorsese sanno riprendere scene capaci di entrare con prepotente naturalezza nell’immaginario comune e restarvi per così tanto tempo (“Stai parlando con me?“) in maniera platealmente identificabile senza sbiadire e senza perdere forza (personalmente non ho mai dimenticato il pestaggio con le mazze da baseball in Casinò).

Cast ovviamente ineccepibile e di ottimo livello a partire dagli interpreti secondari David Proval, Richard Romanus e Cesare Danova perfettamente a loro agio nei ruoli che ricoprono, di cui arriva la forza della presenza scenica ben oltre lo schermo. Magnindexcetici e carismatici seppur non indimenticabili. Alla pellicola presero parte in due ruoli ridotti anche i fratelli David e Robert Carradine che totalizzano forse qualcosa in più di 5 minuti e meritano più che altro la menzione al merito. Non particolarmente strepitosa Amy Robinson che infatti può vantare solo questa partecipazione a quello che può essere definito un film di una certa importanza visto che gli altri della sua filmografia sono trascurabili. Discorso a parte meritano Harvey Keitel e Robert de Niro i cui destini furono divergenti a partire da questo film. Bravi entrambi ma forse migliore il secondo (seppur non in un ruolo eccelso) che infatti da qui in poi esplose come talento hollywoodiano partecipando subito dopo ad una sequenza diimages capolavori epocali come Il padrino parte II, Taxi Driver e Novecento. Robert De Niro non ha fatto altro che collezionare successi fino allo spaventoso declino progressivo iniziato nel 2000 e che continua a proseguire senza battute d’arresto (salvo qualche fiammata quà e là: la maggior parte di quello che fa ora è merda pura). Dopo Mean Streets Harvey Keitel invece non ebbe la stessa occasione  e infatti si perse in diversi film non particolarmente eccelsi ma conservando le opportunità migliori per il futuro: Le iene, Il Cattivo tenente e Pulp Fiction, in cui riesce ad essere indimenticabile in 5 minuti (“Sono il signor Wolf, risolvo problemi“), tanto per citarne alcune.

Non è oggettivamente un film degno del miglior Scorsese ma in esso è già visibile tutta la maestria del talentuoso regista, ammirabile in una sua forma acerba e chiaramente tangibile. Il valore di questo film non è intrinseco ma contenuto nell’aver fatto da apripista a tutta la produzione successiva fatta di capolavori indimenticabili (magari non sempre bene accolti al momento dell’uscita nelle sale cinematografiche) pienamente degni per essere definiti pietre miliari del cinema.

Giudizio in minuti di sonno: Al primo tentativo riesco a vedere i primi dieci minuti (o probabilmente solo i galvanizzanti titoli di testa) prima di crollare miseramente. Faccio passare parecchi mesi prima di riprovarci e al secondo tentativo arrivo quasi pienamente cosciente fino al 45esimo minuto, dopo il quale inizia a diventare tutto nebuloso ed un patchwork di scene senza senso (che potrebbe comunque definire piuttosto precisamente il film in questione). Riavvolgo diverse volte senza un risultato che  non sia quello di vedere la restante ora mancante il giorno successivo.

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