Il piano di Maggie – Rebecca Miller

Maggie (Greta Gerwig) è un’insegnante newyorkese che, non avendo ancora trovato l’uomo della sua vita, decide di ricorrere all’inseminazione artificale per diventare madre. La scelta del donatore ricade su Guy (Travis Fimmel) un commerciante di cetrioli con seppellite ambizioni da matematico ma nel frattempo, a causa di un disguido burocratico, la ragazza fa la conoscenza del collega John (Ethan Hawke), brillante antropologo in crisi matrimoniale con la moglie Georgette (Julianne Moore), il quale le chiede aiuto per eddooecorreggere le bozze di un romanzo a cui sta lavorando e…da qui in poi sarebbe meglio lasciar perdere il film.

Francamente è molto difficile riuscire a capacitarsi dell’esistenza di recensioni positive su questo film: eppur ci sono e hanno per giunta un rating di valutazione che inspiegabilmente va oltre un giudizio che dovrebbe attestarsi tra lo scialbo e il trascurabile.

Se da una parte è certamente lodevole l’intento di analizzare con occhio moderno l’evoluzione delle relazioni umane con leggerezza e senza particolari clamori o scandali (la scena in cui Guy va a donare lo sperma a casa di Maggie avrebbe potuto essere di una volgarità inarrivabile invece riesce ad essere ironica senza eccessi e naturale quasi al punto di intenerire) dall’altra tutto ciò non è assolutamente sufficiente a garantirne l’originalità. Infatti è esattamente il contrario, perché pare una copia scimmiottata (e quindi non riuscita) di narrazioni già viste e sviluppate infinitamente meglio da altri. Il piano di Maggie vorrebbe muoversi nei terreni della commedia alla Woody Allen (persino le scelte dei temi musicali la richiamano) senza tuttavia averne la stessa brillantezza dei dialoghi (che infatti a tratti sono noiosetti) e nemmeno la personalità, non dico di Manhattanimagese o Io e Annie, ma almeno degli ultimi fiacchi lavori del periodo turistico-europeo di uno dei migliori registi di sempre nel campo dell’umorismo. Allo stesso modo vorrebbe prendere anche spunto dalla sognante commedia francese nei tratti ingenui di alcuni suoi/sue protagonisti/e ma senza esserne all’altezza e senza risultare in un qualche modo una emulazione posticcia e raffazzonata. Personalmente non amo la commedia francese (ho sempre trovato irritante Il favoloso mondo di Amelié), e quindi c’è parzialità, però inevitabilmente è un genere a cui si riconosce uno stile ben definito e genuino che semplicemente può piacere o meno in base ai gusti ma che possiede indubbiamente una propria dignità cinematografica, qui assente e sfumata nell’anonimato.

Si può anche soprassedere su questi malriusciti tentativi di ispirazione (“Tu mi dai fastidio perché ti credi tanto un Dio”. “Beh, dovrò pur prendere qualcuno a modello a cui ispirarmi, no?Woody Allen docet) ma non su quella che sembra essere una grossa lacuna dal punto di vista registico o di scritturaindexsssss. Tutto il film sembra totalmente privo di intenzioni, motivazioni e moventi, nel senso che ogni avvenimento, decisione o scelta sembra dettata non da un fatto contingente alle situazioni vissute dai protagonisti (ad ogni azione corrisponde una reazione) ma da una scelta a monte di uno sceneggiatore che dall’alto sembra imporre la propria legge nel dire “ora succederà questo e ora quello perché mi gira così” senza preoccuparsi di fornire una seppur vaga giustificazione o un contesto che faccia intuire le motivazioni di una scelta con cui identificarsi nei protagonisti senza pensare: “l’ha deciso uno sceneggiatore”. E’ come se ci fossero solo le reazioni a fronte di nessuna azione chiaramente metabindexssolizzata dallo spettatore. Questo modo di procedere lascia un attimo smarriti e crea un senso di freddezza e meccanicità che male si sposa con un film sentimentale in cui, generalmente, sarebbe meglio trovarsi in una situazione di maggior coinvolgimento (cosa che non accade). Invece qui ci si trova a guardare una diga improvvisamente sfondata da un’alluvione ben sapendo che dietro c’era solo un fiume in secca e si pensa: “vabbè, se lo dici tu”, in una macchinosa successione di eventi che conducono, con effettivamente alcuni divertimenti, pure ad un finale pure piuttosto prevedibile.

Non c’è la ricerca di una plausibilità di narrazione (necessaria per film come questo) ma solo l’urgenza di sciorinare dei fatti decisi a priori.

Sorvoliamo poi su cosa sarebbe il demenziale “Piano di Maggie” da cui il titolo…

Di tutto il cast si salvano Bill Hader nel ruolo dell’amico di Maggie, Travis Fimmel più che altro per la sola folkloristica presenza e forse Julianne Moore anindexseeeeche se in un ruolo piuttosto macchiettistico, probabilmente penalizzato dal doppiaggio (come mi hanno fatto notare), ma di cui non sono troppo convinto. Ethan Hawke è non solo invecchiatissimo, del resto sono passati 15 anni da Training day, ma anche sottotono e insipido. Greta Gerwig è troppo anonima e senza mordente (magari anche volutamente), a tratti riprende la gestualità e le modalità espressive tontolotte della stramba Michelle di American Pie ma nel contesto di un film che finisce per renderla poco credibile e fuori luogo.

Un film pare molto ben accolto che non sembra funzionare come vorrebbe, con molti limiti e qualche pregio. Non ho nessun dubbio che, visto il materiale, il libro di Karen Rinaldi a cui si è ispirato sia decisamente migliore perché in un romanzo certe situazioni hanno sicuramente una maggiore efficacia.

Giudizio in minuti di sonno: Sveglissimo al cinema dall’inizio alla fine in una sala vuota. Se non fossimo andati noi probabilmente nemmeno avrebbero fatto la proiezione ma è stata una scelta forzata: nell’altra sala c’era Tarzan….vuoi mettere?

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