I 400 colpi – François Truffaut

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) è un ragazzino solo e fondamentalmente non voluto dai genitori, la madre (Claire Maurier) lo tratta quotidianamente con disprezzo mentre il patrigno (Albert Rémy), per quanto sia gentile, non pare curarsi più di tanto della sua presenza. A scuola la situazione non è migliore dove, a parte René (Patrick Auffay), non ha nessun amico e per giunta viene preso di mira dal professore per le sue bravate. Antoine infatti è “indisciplinato”, salta la scuola per andare ali_400_colpi cinema e sulle giostre del luna park ed arriva a dire che la madre è morta per coprire la propria assenza. In un gioco al rialzo escogita di…e da qui in poi è meglio guardare il film.

Unanimemente riconosciuto come il capolavoro di Truffaut, I 400 colpi è meritatamente anticipato da una fama che ne ha fatto risuonare il titolo tra gli amanti del cinema e che ancora lo fa permanere tra le opere francesi più note al grande pubblico. Deve il titolo ad un modo di dire che è il corrispettivo dell’italiano “combinarne di tutti i colori” ed è la narrazione autobiografica dell’infanzia del regista, di cui Antoine Doinel altro non sarebbe che l’alter ego ripreso in altri film a seguire per portarne avanti la storia.

Truffaut costruisce con il suo primo lungometraggio un ritratto delicato e commovente dell’infanzia violata da un crudele e impietoso mondo adulto che, partendo da ricordi personali, diviene specchio universale delle umiliazioni subite da qualunque persona nel preciso momento della vita in cui si è piùimagesee fragili e nella quale ogni forma di abuso rischia di ripercuotersi negativamente sul resto dell’esistenza. Esattamente quello che avrebbe potuto accadere al regista stesso le cui “inquietudini” furono probabilmente indirizzate nella giusta direzione dal critico cinematografico André Bazin, il quale evidentemente riconobbe prima di altri il talento di Truffaut e gli offrì un lavoro per la rivista Cahiers du cinéma, attualmente una delle più prestigiose ma che ai tempi era appena stata fondata e che vedeva tra i suoi collaboratori una buona parte dei futuri rappresentanti della Nouvelle Vague. Truffaut molto probabilmente aveva una chiara idea di questo suo debito di riconoscenza nei confronti di quello che fu il suo mentore e non a caso dedicò I 400 Colpi proprio alla memoria di André Bazin, scomparso la prima notte delle riprese di questo film.

Difficile non riconoscersi nelle sofferenze del suo piccolo protagonista, identificarsi nella sua disperata ricerca di attenzione e di affetto la quale non può che suscitare tutta la comprensione e compassione dello spettatore che non vede un teppistello, un cattivo ragazzo, ma solo un bambino infelice costretto, suo malgrado, ad imageseun ruolo che non gli appartiene impostogli da personaggi miopi e mediocri i quali purtroppo occupano posizioni determinanti nell’influenzare lo sviluppo di una persona. Genitori e insegnanti sono infatti quelle figure di riferimento che hanno un ruolo determinante per l’infanzia e nel momento in cui si ha la sfortuna di incontrarne alcune indegne (ce ne sono molte e del resto non si possono scegliere) tutto quello che segue è lasciato alla casualità o al talento personale. Chi ha la fortuna di averlo o la determinazione di coltivarlo ha qualche possibilità di tirare fuori la testa oltre la soglia di merda che sommerge tutto, a tutti gli altri invece..

La regia risulta più matura nelle opere successive (vedi per esempio Jules e Jim) seppur non ci si trova ovviamente di fronte all’occhio di un ingenuo, due sono infatti le scene indimenticabili, da antologia del cinema: il finale in cui la camera segue la corsa di Doinel verso il mare è semplicemente spendindexsido ed intriso di poesia malinconica; altrettanto struggente è la scena dell’intervista dalla psicologa in cui Doinel risponde con innocente sincerità. In tutti i film della produzione successiva, Fahrenheit 451, La sposa in nero, La mia droga si chiama Julie, Finalmente Domenica!, Jules e Jim, (parlo di quello che ho visto, ovviamente), c’è in bella evidenza tutta la maestria crescente di un grande del cinema ma molto del suo cuore lo ha messo tutto nella  sua prima opera e si sente dall’inizio alla fine.

Una visione consigliata per tutti gli adulti chiusi nella loro dimensione deresponsabilizzata dai danni di ogni singolo gesto e parola che rivolgono sprezzanti a chi si trova nella posizione di non potersi difendere e che hanno dimenticato cosa significasse “essere bambini”, non essere creduti e ripetutamente umiliati da grandi prepotenti.

Un François Truffaut indimenticabile e assolutamente imperdibile. Autentico e sincero.

E pensare che l’avevo sempre evitato perché il titolo, chissà poi perché, mi evocava qualcosa di pomposo..

Curiosità inutili: Mi pare che Truffaut appaia in un cameo nella scena della giostra, impressione confermata anche da altri parti su internet.

Omaggio all’usanza di Hitchcock di apparire brevemente in tutti i propri film, forse.

Giudizio in minuti di sonno: Al primo tentativo inserisco nel computer il DindexVD nuovo, appena scartato dalla pellicola, ma dopo diversi tentativi non si decide a partire. Prendo in prestito un altro pc ma il problema continua a sussistere quindi mi arrendo e guardo Signore e signori Buonasera e mi addormento dopo meno di mezzora. Recuperata un’altra copia procedo alla visione senza intoppi di sonno ma con qualche problema tecnico perché ogni tanto, senza motivo, l’audio passava dall’italiano al francese. Curiosamente lo stesso fatto mi era accaduto proprio in altri due film di Truffaut: La sposa in nero e La mia droga si chiama Julie.

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