La visita ignota – Racconto

Oggi sono depresso.

E quando sono depresso l’unica soluzione è bere. Perché niente potrà salvare la mia anima marcia di alcol. Seduto a questo tavolino ci siamo solo io e te. E qualche donzella di vetro. Anche tu sei vuoto ma ogni volta ti riempo per svuotarti nuovamente. E’ un gioco piacevole anche se alla lunga mi provoca qualche cedimento alle gambe e alla coscienza, che scivola via tremante tra le ginocchia.

Sei un bel bicchierino.

Squadrato, trasparente, l’unica tua pecca è che la scritta che tanto mi inorgogliva nell’esibirla agli amici si sia sbiadita negli anni. Anche in questo non siamo poi tanto diversi. Anzi, tu sei l’esatta rappresentazione di quello che negli anni sono diventato. Una specie di ubriacone sbiadito senza identità.

Ma se proprio dobbiamo dirla tutta non me ne frega niente. Al punto in cui sono arrivato dovrei spegnermi una sigaretta sul braccio per riuscire a provare qualcosa per questo mondo schifoso e per il pattume che sono diventato. Eppure nemmeno mi vergogno. Semplicemente me ne frego. L’importante è che tu ci sia, sempre pieno, sempre torbato.

Il tavolo è coperto di giornali per evitare di sporcare. Non perché io li compri, sia ben chiaro. Li chiedo alla vicina di appartamento senza nemmeno leggerli. Sono polifunzionali e vanno bene per tutto. Ci apparecchio persino la tavola. A dire il vero l’ho fatto una sola volta e poi non l’ho mai più cambiata. Li uso come tovaglioli, per assorbire macchie di vomito e per faccende simili. L’altro giorno avevo finito la carta igienica e ho usato un articolo di politica internazionale. Avrei voluto chiedere al presidente della Colombia cosa si prova ad avere la faccia strisciata di merda ma, tutto sommato, non avevo alcun interesse a sapere quale fosse la risposta.

Il bicchierino vuoto sembra quasi che canti insieme a me e reclami di essere nuovamente riempito con quella sua bocca ingorda e avida. Ho sempre pensato fosse affamato di Whisky ma forse in realtà è me che vuole. La mia anima liquida si travasa poco per volta dentro quel bicchiere ed evapora nel nulla fino a quando non ne rimarrà che una nuvoletta di fumo.

O forse solo un lontano olezzo tra le narici di dio.

Davanti a me tre bottiglie: Talisker, Lagavulin e Jura. Non ricordo quanto ho impiegato per vuotarle in questi giorni ma non mi ci vuole molto per rendermi conto che sono finite. Mi alzo in piedi e subito tutto inizia a girare vorticosamente. Mi appoggio al tavolo con entrambe le mani. Di fronte a me c’è la faccia di un uomo con un finto sorriso stampato che vorrebbe vendere conti correnti agevolati suonando un ukulele in un deserto abitato da pinguini. Dice di chiamarsi Malcolm Angstrom. Perché poi dovrebbe avere un nome inglese? Da piccolo davo sempre nomi inglesi ai miei amici immaginari. Credo che mi sembrasse di renderli più credibili ma in questa circostanza lo stratagemma non sembra funzionare poi così bene. In realtà nemmeno per le creazioni della mia fantasia.

Mi viene da vomitare.

Non sono così sicuro che sia solo per l’alcol. Le pubblicità idiote possono fare questo effetto. Barcollando mi dirigo verso la credenza dove sono certo ci sia ancora una bottiglia di Jack Daniel’s. Mi ha sempre fatto schifo il pessimo bere ma all’occorrenza butterei già anche dell’alcol etilico denaturato, magari con una spruzzatina di aranciata amara. Soprattutto in un momento come questo in cui più che mai le conseguenze delle mie azioni hanno il valore e la forza di un respiro controvento. Frugo tra liquori vari, troppo leggeri per essere d’aiuto, e trovo il buon vecchio generale Jack. Mi aveva sempre impressionato la scena di Animal House in cui John Belushi con una sola golata si scolava un’intera bottiglia. Ho sempre sospettato fosse the, ma mi piace pensare ugualmente che fosse stato capace di una tale onorevole impresa.

Ci provo anche io ma senza risultato.

Non è del tutto vero.

Questa volta ho vomitato sul serio.

Ed ecco che i giornali ritornano utili.

Quando tutta l’editoria passerà sul digitale con cosa cazzo pulirò? Con uno schermo gigante?

Mi sforzo di stare in piedi mentre sparpaglio giornali sul pavimento cercando di non sentire l’acre acidità che viene dal basso. Mi annuso la manica per concentrarmi su altri odori e per filtrare l’aria. La puzza della mia felpa, un intenso misto di fumo, sporco e sudore, non è molto più piacevole ma rappresenta sicuramente la migliore delle alternative disponibili in questo momento. Prendo la bottiglia ancora mezza piena, orgoglioso di me stesso e del vedere finalmente qualcosa di mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto, senza per questo sentirmi un inguaribile ottimista, poi chiudo la porta e vado a sistemarmi nel salottino dove tre cumuli di giornali a terra mi ricordano le vomitate dei giorni precedenti che ancora non ho pulito.

Fortuna che l’aria è ancora respirabile.

O forse mi sono solo abituato.

Sprofondo sul divano coperto di giornali usati per nascondere la colpa di chissà quale espulsione corporea e accendo la televisione. Sarebbe più corretto dire “Provo ad accendere la televisione” perché realizzo che mi hanno appena staccato la corrente.

Butto il telecomando a terra e mi prendo una bella golata del mio solvente di pensieri.

Un miagolio lontano mi distoglie dall’intorpidimento.

Un piccolo batuffolo con il codino dritto e con la voce sottile si avvicina e reclama la mia attenzione. Ho l’impressione che mi abbiano tagliato le gambe da quanto le percepisco instabili come pastella. Anche le braccia non stanno molto bene. Una specie di tremolio sembra comandarle in vece mia.

Il miagolio insiste e salta sullo schienale per strofinare il suo muso umidiccio contro il mio naso. Maledetta pallina di pelo. Ho capito cosa vuoi. A fatica mi rialzo ciondolando di nuovo verso la cucina. Mi viene male solo all’idea di riaffrontare quel fetore ma lo faccio. Recupero i suoi croccantini mentre si aggrappa ai miei jeans con le unghie e sale fino alla coscia. Credo di essere troppo anestetizzato per sentire dolore e cammino fino al corridoio appoggiandomi al muro. Arrivo alla ciotola con lui diviso tra lo stare aggrappato alla mia pelle e il miagolare insistentemente ma appena sente il rumore della plastica che si riempe salta giù e si avventa sul cibo.

Chissà da quanto non gli davo nulla.

Inizio a non sentirmi troppo bene.

Mi accascio a terra vicino a lui e lo guardo mangiare mentre poco a poco mi assopisco.

Quando mi risveglio ho la faccia sul pavimento tra la ciotola dell’acqua e quella dei croccantini. No, solo la seconda perché la prima devo averla rovesciata cadendoci sopra. Il micio è acciambellato nella sua cuccia che dorme tranquillo. Vorrei tanto fargli una carezza ma è già molto difficile muovere un braccio per rialzarmi senza cadere penosamente a terra. Mi sostengo al muro con la schiena e faccio indietreggiare i piedi fino ad aderire con i talloni allo zoccolo per poi inarcarmi e darmi una spinta con le gambe. L’operazione sorprendentemente riesce ma il contraccolpo mi ribalta sul muro opposto a cui mi devo fermare con le mani per non picchiare la testa.

Mi posiziono meglio e mi dirigo verso la cucina.

Un uomo in abito lungo e scuro se ne sta in piedi al centro del salotto.

Impiego qualche istante per mettere a fuoco i suoi lineamenti.

Non l’ho mai visto prima d’ora.

Sotto il suo sguardo entro nel salotto, recupero la bottiglia dal divano e mi siedo davanti alla tavola. Agguanto un bicchiere già usato in cui riposava una sigaretta spenta e con la mano destra tutta tremolante butto via il mozzicone prima di versare una goccia di whisky. Sciacquo per portar via i residui di cenere poi butto tutto a terra. Riempo il bicchiere fino all’orlo e lo bevo in un fiato per poi riempirlo nuovamente.

<< Non credevo ci saremmo rincontrati così presto. >>

dico rivolto al whisky

<< Parli da solo? Il delirium tremens è prematuro. >>

mi dice la figura che fino a quel momento era rimasta immobile.

<< Certo. SONO da solo. >>

<< E io chi sarei? >>

<< Non lo so, non ti conosco. Se sei qui per rubare caschi molto male. Non ho nulla. Ma se riesci a trovare un bicchiere pulito da qualche parte, posso sempre offrirti da bere dell’ottimo Jack! >>

Tracanno tutto il contenuto del bicchiere e faccio un brindisi immaginario.

Il tizio si avvicina. E’ lui a parlare.

<< Non hai paura? >>

<< E di che? Guardati intorno. Ti sembra l’appartamento di qualcuno che abbia qualcosa da perdere? Non c’è cumulo di merda che tu possa aggiungere alla latrina in cui sto sguazzando senza che la cosa possa in qualche modo peggiorare più di tanto la mia situazione. >>

Si avvicina alla mia faccia molto lentamente. I suoi occhi nerissimi sembrano risucchiarmi l’anima dal profondo. Tremo leggermente mentre l’adrenalina mi blocca l’intestino e all’improvviso mi passa il senso di intorpidimento da sbronza. Un brivido mi congela la spina dorsale come un bastoncino di merluzzo ma non lascio trasparire nulla ed esibisco la mia migliore aria di strafottenza.

<< Ti sembro qualcuno con cui sia prudente mettersi a scherzare? >>

<< No. Suppongo che arriverei comunque in ritardo per fare qualcosa di nuovo. Immagino che lo abbiano già fatto in tanti prima di me. Natura compresa avrei detto, ma non volevo essere banale. >>

Poi sorride senza scomporsi. Si allontana. Le mie parole non lo hanno nemmeno sfiorato. Ma l’alito lo colpisce eccome. Meglio conservare questo vantaggio e fare un altro giro di whisky.

Osserva la stanza molto lentamente, si guarda intorno e io lo squadro. Bel portamento, ha l’aria di essere atletico, in un corpo a corpo contro di lui me la caverei malissimo visto come sono ridotto.

Probabilmente farei la stessa pessima fine anche lottando con un bambino di cinque anni.

Vestito tutto di nero ricorderebbe il corvo se solo non avesse i capelli corti. Sembra disgustato dal degrado del mio appartamento.

In effetti, proprio non me la sento di dargli torto.

Fino a poco fa pensavo fosse del cibo avariato ad impestare l’appartamento con questa puzza nauseabonda poi, a seguito di un’analisi molto più approfondita, concludo senza ombra di dubbio che si tratta delle mie ascelle.

<< Deve essere stata una festa esaltante. Rischio di trovare qualche persona coricata a terra? >>

<< Di che parli? >>

<< Nessun uomo può fare tutta questa sporcizia da solo. >>

<< Ma ti manda il ministero della sanità? E’ già maleducato entrare in casa d’altri senza essere benvenuti in più ti metti pure a criticare? Guarda che sei…già, chi sei? >>

Mi dà le spalle senza dire niente.

Inizia ad irritarmi questo suo atteggiamento. A casa mia solo io posso irritare gli altri! Il tizio invece inizia a toccare i soprammobili e guardare tra i miei oggetti. Non trova nulla che lo incuriosisca a sufficienza. Sono l’unica vittima di furto a sentirsi svilita dal fatto che il ladro non trovi nulla di interessante nel proprio appartamento.

Prende uno di quei soprammobili in ceramica e lo lascia cadere a terra. Si infrange in mille pezzi. Qualche frammento arriva fin sotto la mia sedia.

Cerca il mio sguardo ma sono totalmente indifferente.

Ne prende un altro e lo fa cadere. Uno ad uno rompe tutti i dieci soprammobili che ho, beh a questo punto “avevo”, sulla credenza.

<< Vivo tra i giornali che uso per coprire il vomito, secondo te può fregarmene qualcosa di quegli oggetti? >>

<< Vero. Ma se non ti fossero interessati probabilmente non avresti nemmeno parlato. >>

<< Se apri quel cassetto ce ne sono degli altri da rompere. >>

Gli dico in tono di sfida per non dargli alcuna soddisfazione.

<< Questo qui? >>

<< No, non quello.. >>

Mentre il tizio estrae una piccola cornice argentata di me e lei abbracciati la mia espressione muta in maniera impercettibile. Lo sento. E nemmeno a lui sfugge il cambiamento.

<< Questa posso romperla? >>

<< E’ già rotta. >>

Il tizio la esamina con attenzione in ogni sua singola parte. Si sofferma anche sui dettagli della foto stessa, il volto sorridente di lei, aperto, delimitato dalla luminosità della sua espressione.

<< A me sembra in perfette condizioni. >>

<< Non parlavo della cornice. >>

<< Quindi ti fa soffrire questa foto. Allora è meglio metterla qui, sul tavolo, in modo che tu possa vederla bene. Cosa ne dici? >>

Non parlo.

Riempo un altro bicchiere mentre guardo la foto. Io e lei. L’ultima vacanza insieme prima che finisse tutto. Eravamo andati a Parigi. Nemmeno ci volevo andare. Ho sempre detestato la banalità e il luogo comune per cui fosse universalmente riconosciuta come la città degli innamorati. Avevo fatto ostruzionismo ed opposizione con tutte le mie forze ma non era bastato. L’aveva avuta vinta lei. E alla fine mi ero innamorato di quella città, ci sarei tornato mille altre volte. Allo stesso modo in cui ero innamorato di lei. O forse non ho mai smesso di esserlo. La sua presenza mi rendeva vitale, esuberante, affamato di esistenza quanto lo ero del suo corpo. A Parigi ricordo quel giorno in cui iniziò a piovere improvvisamente e ci rifugiammo tutti bagnati nell’androne di un palazzo non lontano dalla stazione di Brochant. Salimmo alcuni scalini per non stare troppo in vista e percepii una sorta di tensione accesa che divampava tra di noi. I suoi capelli bagnati si adagiavano sulle spalle inumidite dalla pioggia. Alcune goccioline scivolavano dal collo verso l’incavo della scollatura del suo vestito beige e nero. Rimanemmo alcuni secondi con le bocche aperte e vicine a guardarci negli occhi, poi la afferrai con forza per i due lembi della maglia e la tirai verso di me per baciarla appassionatamente mentre le sue mani si posavano decise sul mio volto per premermi ancora più contro le sue labbra. Quando ci staccammo l’uno dall’altra il fiato si era fatto corto quanto la volontà di resistere all’eccitazione momento. Iniziammo a salire le scale per cercare un pianerottolo in cui almeno non essere sulla strada. Ad ogni passo mi lasciava avvicinare quel tanto che bastava da sentire il suo profumo e poi si allontanava guardandomi con occhio di sfida. Percorrevo quei gradini sentendo il desiderio crescere ad ogni sussulto mentre un sottilissimo filo mi teneva aggrappato al suo sguardo. Ero prossimo a cadere nel suo respiro. Arrivammo così all’ultimo piano, fermandoci di tanto in tanto per stuzzicarci a vicenda. La sfiorai ogni volta in cui riuscivo. A volte mi lasciava avvicinare abbastanza da usare una presa più forte. In una sola occasione mi concedette abbastanza tempo da far salire una mano lungo la schiena e a graffiarla ma poi, divertita, si allontanò. Quando i piani finirono si mise con le spalle al muro. Poggiai la mano sinistra sul suo volto e con l’altra iniziai a sfiorarle quella zona di pelle scoperta che stava tra l’orlo della gonna e il ginocchio. Quando penso a noi ho sempre un fermo immagine di quel momento, la tensione, la passione, la voglia irresistibile che avevo di mangiarla.

<< E se fossi uno spirito del passato? >>

Mi dice sedendosi di fronte a me.

<< Benvenuto Dickens.. >>

<< Beh, Almeno ti ricordi ancora Canto di Natale.>>

<< Ho visto quello di Topolino. >>

Tracanno in una smorfia sofferta.

L’adrenalina non facilita l’entrata in circolo dell’alcol a quanto pare. Sto bevendo a raffica e sembra non mi succeda nulla, mi sento sobrio e lucido come non dovrei essere. Se ogni bicchiere fosse un chiodo con cui chiudere la mia bara dovrei essere già morto da un pezzo, invece sono qui con questo tizio che ancora non mi vuole dire chi sia.

<< Magari sono venuto per farti vedere quanto saresti stato felice con lei se le cose fossero andate diversamente. >>

<< Diversamente da cosa? L’esistenza è un circuito obbligato, fatte le scelte sono decisi anche i giochi. >>

E mi scappa un rutto torbato che vanifica la profondità dell’unico pensiero cosciente che riesco a formulare da quando ho ripreso a bere ma di cui il tizio subisce il contraccolpo. Lo percepisco perché anche se cerca di rimanere inespressivo allontana leggermente la testa all’indietro. Credo che la fragranza dei miei vapori sia arrivata a segno.

Se non ti colpisco con le parole trovo altri modi, mio caro.

<< Probabilmente hai ragione. E poi non mi sembri uno di quegli smidollati che finiscono per crogiolarsi nel ricordo…o forse si? >>

Per un solo impercettibile attimo mi guarda come se avesse già la risposta e poi prosegue

<< E il Whisky di cui mi avevi parlato? >>

<< Ti avevo anche detto di cercarti un bicchiere, spirito del passato duro d’orecchi. >>

Gli dico ironico.

All’improvviso si siede.

Come risposta alla mia provocazione raccoglie da terra un bicchiere e lo poggia sul tavolo con decisione per poi spingerlo lentamente verso di me usando il solo dito indice. La stanza viene riempita da un inquietante rumore di vetro che scorre lungo la superficie lignea. Sembra che abbia cercato di proposito l’unica parte non coperta di giornali. Ho brividi perché realizzo per la prima volta quanto il mio appartamento sia inghiottito dal silenzio, non ci sono suoni tra queste pareti. Nemmeno da fuori arriva nulla, non si sente nessun vociare di vicini, nessun cane abbaiare, acqua scorrere, niente di niente. Tutto sembra ovattato e focalizzato al solo scopo di dare un’enorme spazio a quel gesto insignificante. L’assenza di segnali vitali nella stanza mi trasporta in un limbo sospeso, sono trascinato a fondo dentro un oblio giallognolo che mi soffoca nelle sue acque melmose. Mi affanno. Il vuoto assoluto che impera non è dato dall’assenza di mobili ma da una mancanza esistenziale, meno tangibile, che trasuda vischiosa dalle pareti e dai pavimenti, oscillando ondosamente come pece. L’aria interseca quel moto liquido imperscrutabile fino ad annodarsi ad esso. Entrambi danzano insieme sfiorandosi appena. Si muovono come delfini al corteggiamento.

Mi sono perso nelle mie immagini mentali.

Sopraggiunge il terrore di guardare fuori dalla finestra e di non vedere più la luce del sole.
Capisco di dover distogliere lo sguardo dai suoi occhi ma non lo faccio per non dare segnale di resa.

Il dito giunge fino a me. Riempo fino all’orlo e lascio che il liquido strabordi. Il tizio si sporge poi prende il bicchiere tenendolo tra il pollice e il dito medio della mano destra lasciando l’indice drittissimo e rivolto verso di me. Quel gesto mi fa sentire giudicato, colpevole, quasi mi volesse accusare di un atroce delitto. Solleva l’avambraccio e in una rapida rotazione della mano lo afferra con il palmo e lo frantuma in mille pezzi nell’attimo di una stretta decisa. A quel punto distende le dita per mostrarsi completamente intonso, senza nessun taglio. Una piccola pozzetta di whisky è rimasta nell’incavo e prima che possa accorgermene le dà fuoco con un accendino. La piccola fiamma che si crea è come quella di quando si fanno le crepes ma l’odore per mia sfortuna non corrisponde. Sono orripilato ma occulto perfettamente il disgusto sollevato dalla carne bruciata. Il tizio rimane totalmente inespressivo e mi guarda sfidandomi in un modo di cui faccio fatica a comprendere le modalità. Si lascia abbrustolire per alcuni secondi e poi si avvolge la mano in un fazzoletto per togliere ossigeno alle fiamme.

L’odore è ancora fortissimo nella stanza ma la sua mano è nuovamente intonsa.

<< Peccato non ci sia con me James Randi. Lui sicuramente conosce il trucco. >>

<< La soluzione non è sempre negli oggetti. A volte risiede nei soggetti. Magari sono morto..e magari anche tu. >>

<< Certo, perché no? Sono passato a miglior vita senza nemmeno accorgermene. >>

<< Non mi dirai che veramente credi di essere vivo? Ti sei mai guardato ultimamente? >>

<< Le donne impazziscono per il look trasandato e la barba lunga di tre giorni. >>

<< Devi aver perso il conto dei giorni allora.. >>

<< Tu perderai quello dei colpi che ti darò. >>

Gli sibilo contro sorridendo con fare da sbruffone.

<< Sospetto che il suo amichetto le abbia detto la stessa cosa mentre erano a letto insieme.>>

Questa va a segno.

Centro pieno.

Ho solo il tempo di rammaricarmi per aver fornito ingenuamente un doppio senso così facile e subito mi alzo di scatto in preda ad una rabbia feroce. Non me ne accorgo ma sto già gridando

<< Non raccontarmi bugie, non sono un cane! >>

Non so come mi sia uscita questa frase.

Tremo tutto mentre una sensazione di calore mi pervade il volto e una sensazione più dolorosa si inerpica all’interno del mio stomaco. Sento le lacrime affiorarmi agli occhi. Ma già ho perso la pazienza per primo, non voglio dargli ulteriori soddisfazioni. Mi risiedo sconfitto e irritato. Il tizio è impassibile, segue con lo sguardo ogni mio movimento senza scomporsi.

Mi studia.

Mi riempo il bicchiere e bevo di nuovo.

Ci tengo comunque a ripetermi mentalmente che se non lo lancio sulla sua faccia è solo perché non voglio sprecare alcol.

<< Ascolti ancora quella canzone. “Don’t tell me lies, I’m not a dog”. >>

Fa una pausa per guardarsi la mano e poi riprende

<< Dice anche “Ho visto il Diavolo ridere” e “Ho visto le fiamme dell’inferno”. Questi due versi forse potrebbero essere più adeguati alla situazione se ora io ti proponessi un patto, non credi? >>

Lo guardo smarrito, sono travolto dai pensieri che iniziano a deragliare l’uno sull’altro mentre vorticosi vanno a costruire un’enorme matassa informe che mi intasa il cervello. Mi sento confuso. Non riesco a mettere a fuoco nulla. Visualizzo solo un enorme gomitolo di lana rossa. Vorrei piangere. L’alcol sembra iniziare ad intorpidirmi tutto d’un tratto come se avessi bevuto una damigiana di whisky che, in effetti, non posso nemmeno escludere di avere in circolo. Ho perso il conto di quante volte ho portato quel bicchierino alla mia bocca. Il tizio si alza in piedi e mi guarda con i suoi occhi infuocati, bui come la notte nera, quella più lunga, quella della morte.

Si avvicina al mio orecchio solo per sussurrare

<< Cosa vorresti in cambio della tua anima? >>

La pelle mi si gela dal terrore in un fremito che mi scuote le ginocchia e mi fa perdere tutta la baldanza. La vescica diventa all’improvviso sul punto di esplodere mentre una nausea mi trascina sul fondo dei miei stessi succhi gastrici intossicati dal mio etilismo.

<< Vuoi che la faccia resuscitare per fotterla ancora? La vuoi rivedere un’ultima volta? Non vuoi cambiare il tuo miserabile destino? Non hai altro che chiedere e firmare. >>

Il disgusto mi sta facendo girare la testa come se fossi in una lavatrice durante la centrifuga. Credo di essere sul punto di vomitare anche l’anima. Per un solo istante riesco anche a notare l’ironia di quest’ultima affermazione ma non ho il tempo di riderci su perché vedo il tizio alzarsi improvvisamente dalla sua sedia per andare spedito verso il corridoio dove ancora stava riposando il mio gattino.

Si chiama Miglio. Il nome lo aveva scelto lei.

<< La conversazione sta arrivando ad un punto morto. Credo tu abbia bisogno della motivazione adeguata. >>

Prende con una mano il piccolo micino che lancia un miagolio sommesso ed addormentato e se lo mette tra le braccia. Mi guarda dritto negli occhi mentre io fatico sempre più a trattenere i dolorosissimi conati che mi stanno esplodendo nella pancia.

<< E se gli fracassassi la testa sbattendola contro il muro? >>

Mi avvento contro di lui senza alcuna esitazione. Ma barcollando inciampo su me stesso e cado nel tavolino di vetro frantumando il ripiano in mille pezzi. Il fatto che anche questo fosse ricoperto di giornali purtroppo non basta a salvarmi da diversi tagli su tutto il corpo. Mentre sono a terra vomito immediatamente e nel silenzio del mio salotto scoppio a piangere come un fiume in piena.

Sono patetico, davvero.

<< Come pensi di conservare quello che ami in questo stato pietoso? >>

Non voglio guardare, non voglio aprire gli occhi.

Sento un rumore di fusa.

Vedo il tizio impegnato a solleticare affettuosamente il bianco mento peloso. Miglio da parte sua pare godersela molto. Mi si avvicina e lo lascia andare accanto a me. Vedo la sua codina evitare accuratamente la chiazza di vomito per poi camminarmi lungo la schiena fino a darmi un colpo con la testa. Sento le sue fusa rimbombarmi nel cuore e infine se ne va verso la ciotola.

L’uomo mi solleva come se non avessi peso e mi adagia delicatamente sopra il divano. Si siede al tavolo, distante da me.

<< Chi sei? >>

<< Ken Adams. >>

<< Non mi dice niente. >>

<< E tu chi sei? >>

<< Bruno Giordano. >>

<< Non mi dice niente. >>

Lo sconosciuto incrocia le gambe. Si fruga nel giaccone e dal taschino estrae una foto che mi ritrae da piccolo. Una foto fatta sopra un seggiolone a righe dai colori a pastello sbiaditi dal tempo.

Diversamente da come la ricordavo c’è un altro bambino accanto a me.

<< L’identità e la realtà sono costruzioni fittizie puramente mentali. L’illusione va di pari passo con la percezione. Il che significa che non esiste nulla che dia certezza di essere vero. La vita stessa è allucinazione. >>

Lo guardo perplesso mentre mi sorride.

Non mi aspettavo una predica a questo punto del nostro incontro.

<< La tua domanda ora è cambiata. Vorresti sapere se tutto questo è vero o meno. Chiudi gli occhi. Se sarò ancora qui quando li riaprirai avrai la tua risposta. >>

Chiudo gli occhi.

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Secondo me....

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