Una lunga attesa – Racconto

Gli alberi non sanno di essere alberi.

Orhan Pamuk

Marco Lissa era scomparso nel nulla da due anni.

Alla moglie incinta disse solo che avrebbe comprato l’ultimo pacchetto di sigarette della sua vita e sarebbe tornato subito, il tempo di dire “pantasfoglie”.

L’imminente nascita del primogenito maschio lo aveva dissuaso dal continuare a fumare i consueti due pacchetti giornalieri che gli avevano fatto ingiallire gli interni della sua Mercedes CLA durante i lunghi viaggi verso il lavoro. Andare nel suo ufficio all’ultimo piano dell’azienda ultimamente non riusciva più a dargli quella stessa soddisfazione che negli ultimi vent’anni era stata il motore delle sue giornate. Il lusso sfrenato e il potere acquisito grazie ad azzardate scalate finanziarie coltivate all’ombra di amicizie influenti sembravano improvvisamente un’esperienza vuota di fronte alla nascita di un figlio, suo figlio. Ancora non riusciva a capacitarsi di quanto quell’evento avesse iniziato a cambiare realmente la sua vita dal profondo. Proprio lui che aveva ordinato senza alcun rimorso un maxi licenziamento di massa alla vigilia dell’anno nuovo in funzione di “delocalizzare la produzione”, ma con la giustificazione di facciata della crisi, negli ultimi tempo sentiva uno strano prurito alla coscienza da quando aveva iniziato a visualizzarsi come padre. Non aveva mai avuto nessun contatto diretto con gli scrupoli e questa sensazione gli giungeva strana. Un senso di vuoto incolmabile lo prese alla fronte, affliggendolo con dei dolori alla testa proprio nell’esatta ubicazione della sua fredda mente calcolatrice, che inaspettatamente venne invasa da uno strano calore e da uno sfocato desiderio di empatia. Perché all’improvviso vide i soldi del suo conto in banca lordi del sangue di tutte le famiglie che aveva spolpato, dissanguato e mandato sul lastrico. Padri di famiglia che non potevano più mantenersi a causa dell’operazione di licenziamento che permise di raddoppiare il fatturato e dimezzare le spese.

Padri come lui.

Non c’era stata nessuna perdita economica. Avevano però fatto scalpore all’interno dell’opinione pubblica quei due suicidi tra i sui ex operai e quel capoturno che aveva sparato a tutta la famiglia poco dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento. Una certa stampa schierata lo aveva perseguitato per un breve periodo ma poi, come sempre, la questione era finita nel dimenticatoio e il biasimo era svanito nel nulla. E fortuna volle che nessuno di quegli imbrattacarte fosse sufficientemente motivato per andare a scavare ulteriormente nel suo passato e attuale presente fino a scoprire ricatti sessuali e l’ampia rete di corruzione e di agganci politici che lo tenevano ben saldo alla sua posizione.

Così, il proprio cinismo e spregiudicatezza negli ultimi tempi iniziarono a nausearlo.

Guardava il pancione della moglie e l’incredulità verso il proprio essere prendeva il sopravvento. Le notizie di padri che faticavano ad arrivare a fine mese lo toccavano. Lucia una sera lo sorprese a piangere di fronte al telegiornale che dava la notizia del crack finanziario di una nota banca e subito pensò che si trattasse della loro. Ebbe attimi di panico prima di realizzare che era solo un istituto di poca importanza, di quelli a cui solo i poveri possono andare ad affidare il proprio denaro. Si sentì subito sollevata e pensò di tranquillizzare Marco facendogli sentire il loro bambino che si muoveva. Il pianto non si placò ma aumentò in latrati animaleschi che andarono scemando dopo alcuni minuti.

Stava ancora seduta sul divano quando lui la raggiunse e appoggiò delicatamente l’orecchio sulla sua pancia abbracciandola all’altezza del ventre. Lo accarezzò passandogli la mano tra i capelli e rimasero in silenzio.

Fu da quel giorno che Marco Lissa iniziò manifestare chiari segnali di cambiamenti che volevano sfociare in una rozza redenzione. Iniziò a cercare riscatto per la propria anima in quello che aveva più vicino, in quella stessa azienda le cui manovre economiche stavano tuttora devastando famiglie di operai. Imbastì quindi una serie di operazioni occulte atte al riparare i danni e a fare giustizia ma tutte le sue mosse non sfuggirono agli occhi del vigile consiglio di amministrazione che provvide subito a sbarazzarsi dell’elemento impazzito, casualmente proprio il giorno stesso in cui stava trafugando importanti documenti dagli uffici direttivi contenenti le prove di tutti gli illeciti di compagnia. Li aveva riposti in una fodera di plastica trasparente sigillata che poi affidò ad una busta di carta affrancata con l’indirizzo della questura.

Rientrato in ufficio dopo la chiusura, all’insaputa dei colleghi e della moglie che lo sapeva dal tabacchino, quando uscì non ebbe il tempo di arrivare alle poste.

Marco Lissa sparì nel nulla.

La sua mano riprese a muoversi due anni dopo, scavando nella terra di un cantiere in cui era stato seppellito senza alcuna premura. Una frana notturna aveva smosso una parte di collina liberando il cadavere dai metri di terra che lo separavano dall’aria delle prime giornate primaverili. Animato dall’improvvisa vitalità e dalla mancanza di pressione del terreno compattato sopra il torace , iniziò a dimenarsi fino a fuoriuscire dal cumulo smosso alle prime luci dell’alba. I suoi occhi vitrei ricoperti di patina videro lo stesso cantiere, ancora in corso, che fu l’ultima immagine prima di morire. Indossava il medesimo vestito di quella notte, un completo Armani blu scuro con camicia azzurrina e cravatta a righe, di cui ormai rimaneva quasi nulla dell’eleganza che da sempre lo distingueva nelle fotografie da rotocalchi. Sporco e sdrucito, gli abiti strappati, si mise in piedi con enormi difficoltà affrontando il torpore dei muscoli atrofizzati e inattivi da troppo tempo. Cadde diverse volte con la faccia a terra e il sedere gli rimase incastrato dentro una buca prima di poter ritrovare l’equilibrio perduto.

La sua situazione non gli sembrava particolarmente agevole ma nemmeno poi tanto sgradevole in particolare quando si rese conto di non sentire nulla nonostante un pezzo di ferro arrugginito piantato nell’avambraccio che, in un impeto di conservazione di una residua integrità corporea, decise di estrarre lentamente.

Il dolore in tutte le sue forme era inesistente nella sua nuova condizione, se si escludeva la fame lancinante che lo straziava interiormente.

Lasciò cadere il ferro a terra e vide un plico di fogli avvolti in una busta sigillata in plastica trasparente spuntare dalla tasca mezza masticata della sua giacca.

Il sole si stava sollevando lentamente mentre illuminava tutto a discapito di un blando freddo che ancora tardava a ritirarsi. Le macchine scavatrici erano ferme, gli alberi leggermente mossi da una brezza lieve che agitava le prime foglie con delicatezza, mentre il verde smeraldo dei campi circostanti brillava di rugiada incastonata a piccoli diamanti tra i fili d’erba. Gianni Condo rimaneva sempre ammirato dalla bellezza di quei giochi di bagliori, nella solitudine delle mattine in cui era il primo a giungere al cantiere. Parcheggiava la sua vecchia Tipo vicino al cancello e poi si sedeva sul cofano con una Diana Blu a penzolare tra le labbra mentre in ampie boccate si prendeva il tempo per osservare il silenzio e la pace di cui poteva godere solo in quei cinque minuti prima di aprire il cantiere. Mentalmente provava a rispolverare qualcuna delle poesie imparate a memoria durante le scuole dell’obbligo ma ormai aveva fatto tabula rasa di tutto e gli unici due versi che ancora permanevano indissolubili erano: “Chi vuol essere lieto, sia: di doman non c’è certezza” senza che ormai sapesse più di chi fossero. Del resto, nemmeno gli interessava saperlo. In vita sua Gianni aveva sempre pensato che l’importante fosse “sapere fare due più due. Il resto non serviva veramente a nulla.” Aveva cresciuto i suoi tre figli con lo stesso medesimo pensiero per evitare che si facessero troppe aspettative di vita. Per questo motivo ogni volta in cui li vedeva impegnarsi per prendere bei voti e fare una bella figura con la loro maestra ripeteva loro che studiare non aveva alcuna utilità.

Aspirò l’ultimo boccata di nicotina prima di sospirare a bassa voce

– Di doman non c’è certezza..

come se stesse ripetendo un proverbio di saggezza popolare e poi saltò giù dal cofano con un balzo svogliato. Si frugò nella tasca dei pantaloni tutti sporchi e imbrattati di vernice rossa per trovare la chiave del lucchetto ed entrò dopo aver lanciato il mozzicone tra gli arbusti.

Marco Lissa percepì un rumore appena accennato seguito dopo poco dallo sbattere di una porta. Il suo istinto primordiale lo portò a dirigersi nella direzione da cui provenivano i suoni.

Gianni Condo uscì dal gabinetto chimico pulendosi le mani sulla maglia e trascinando i piedi con passo demotivato si diresse verso una delle ruspe che avrebbe dovuto spostare prima dell’arrivo dei colleghi. Alle sue spalle Marco Lissa camminava ondeggiando ad ogni passo, aprendo e chiudendo la bocca come un pesce nell’acquario. Gianni Condo ondeggiava allo stesso identico modo alternando sbadigli a grattate feroci sul sedere che interruppe solo quando salì i gradini, aprì la portiera e si sedette nell’abitacolo. Marco era ancora troppo lontano per poterlo raggiungere quindi Gianni accese il motore del mezzo che rombò ferocemente e si allontanò rapidamente senza accorgersi di nulla. Durante la manovra riprese placidamente i suoi cicli di sbadigli e grattate. L’altro intanto si trascinava nel vano tentativo di raggiungere la ruspa che si faceva sempre più lontana all’interno del cantiere, fino a sparire dal suo campo visivo.

Per la rabbia Marco iniziò a sputazzare zolle di terra che si erano ormai compattate nella sua gola insieme ad un paio di lombrichi che ne avevano fatto la propria dimora privilegiata e che, appena usciti fuori, iniziarono a contorcersi su sé stessi.

Si guardò intorno annusando l’aria senza scorgere alcun odore commestibile.

Iniziò a vagare all’interno del cantiere senza una meta precisa, sbattendo contro attrezzi lasciati incautamente a terra e cadendo ancora un paio di volte. Trascorse più di un’ora girando a vuoto tra quella distesa desertica di scavi, incrociando Gianni che ritornava per spostare gli altri mezzi. Ogni volta non riusciva mai nemmeno lontanamente ad avvicinarsi a lui che, nel frattempo, aveva almeno smesso di grattarsi il sedere ma non di sbadigliare. Il suo trascinarsi perpetuo a destra e a manca ebbe fine quando incappò casualmente nel cancello d’ingresso lasciato aperto e prese la via dei campi verso la città.

Dietro di lui i primi operai si presentavano puntuali sul loro orario di lavoro.

Rebecca Coniglio “corri!” si diceva mentalmente per spronarsi a battere il suo ultimo tempo record segnato esattamente due giorni prima sulla tabella di preparazione alla maratona cittadina con in palio tre prosciutti come primo premio. Si chiedeva quale decerebrato potesse aver proposto un premio simile in una competizione di persone che tendenzialmente cercano di tenersi in forma ma, tutto sommato, la questione aveva poca importanza perché l’obiettivo era solo quello di vincere per poi accedere alle selezioni regionali. La sua tutina rosa fluorescente spiccava in mezzo al verde come una discoteca nel buio di un deserto ed era altrettanto rumorosa e pacchiana a confronto con la pace silenziosa da cui era circondata. Paonazza, sfiatava come un mantice e sudava copiosamente nei suoi vestiti completamente fradici mentre un ritmo ossessivo le trapanava il cervello dalle cuffie del lettore mp3 che pompava musica verso i timpani. I capelli raccolti a coda ondeggiavano ritmicamente con le ampie falcate mentre il florido seno era immobilizzato da una stretta fascia contenitiva.

Si fermò a metà percorso per fare alcuni esercizi per rinforzare la muscolatura in uno spiazzo a lato della strada.

In lontananza si stava avvicinando Marco Lissa che si trascinava dentro al campo scavalcando erbe lasciate a crescere selvaggiamente da diversi anni. Iniziò ad emettere alcuni indefinibili suoni gutturali di gioia nello scorgere quel puntino rosa che si dimenava impazzito.

Accelerò il passo per raggiungerla.

Rebecca nel frattempo si era coricata a terra e stava eseguendo una serie di ripetizioni per gli addominali dando le spalle al campo. Marco inciampò in qualcosa a terra e cadde in avanti completamente lungo, talmente a peso morto da infilare per sbaglio l’intera mano sinistra dentro un barattolo aperto in alluminio, scivolato via da un sacchetto dell’immondizia strappato che qualcuno aveva gettato in campagna piuttosto che buttarlo via. Si rialzò con il barattolo ancora sulla mano, ormai definitivamente incastrato, proprio nel momento in cui Rebecca riprese il suo itinerario e corse lontano da lui.

Marco Lissa osservò il punto rosa che se ne andava saltellando e iniziò a seguirlo a distanza con il suo incedere lento e scomposto mentre rapidamente svaniva dalla sua vista. Camminava con la testa reclinata verso destra e le braccia aderenti al corpo putrido e maleodorante seppur inspiegabilmente ben conservato. I capelli erano più lunghi e scarmigliati anche se parzialmente mancanti in alcuni punti in cui era visibile il solo cuoio capelluto.

Camminava incurante e inconsapevole di ogni cosa.

Un ramo più sporgente degli altri si agganciò all’orecchio destro che si strappò via da quanto era molle e tenuto attaccato per miracolo. Rimase attaccato all’arbusto mentre Marco continuava a camminare attirato dall’enorme luce rossa di un’ insegna al neon. L’ennesimo passo falso lo fece cadere di testa dentro un fosso pieno d’acqua a margine della strada. Riemerse completamente zuppo e monco di una mano. Il barattolo si era incastrato tra dei rottami metallici mai rimossi e aveva tenuto con sé anche buona parte dell’avambraccio sinistro.

Giunse nei pressi del parcheggio di un centro commerciale, rumoreggiando umidamente ad ogni passo, quando vide una ragazza con lo zaino di scuola che andava nella sua direzione. Se ne stava chiusa nelle spalle dentro una giacca molto più grande di lei, con lo sguardo totalmente rapito dallo schermo di un cellulare luccicante di ultima generazione il cui dorso era costellato di brillanti che andavano a comporre il disegno di un teschio. Le dita volavano rapidamente da un angolo all’altro dello schermo mentre gli occhi vitrei fissavano vacui le colorate luminescenze dei cristalli liquidi. Marco le si parò di fronte mezzo imbalsamato ed estraendo la mano destra dalla tasca fece cadere la busta di plastica davanti ai di lei anfibi neri che scansarono prima l’oggetto caduto a terra e poi lui, sfiorandolo appena sul lato sinistro. Si era già allontanata di alcuni passi quando Marco Lissa si girò e cercò inutilmente di afferrarla per le spalle grugnendo e soffocandosi con rigurgiti di acqua salmastra.

Tra di loro improvvisamente si frappose tale Luigi Scaglione, di professione impiegato ma invasato di arti marziali, che sospettando stesse per avvenire un’aggressione decise di intervenire. L’uomo in realtà sperava con tutto il cuore di potersi trovare in quella situazione perché giusto il giorno precedente una sua compagna di corso si era pavoneggiata baldanzosa per essersi difesa da un attacco da parte di un malintenzionato con tanto di sommo plauso del loro maestro e di un giornale locale. Per quanto alcuni rumors sostenevano che fosse tutta una trovata commerciale del proprietario della palestra per farsi pubblicità, Luigi non voleva essere da meno e voleva dimostrare a tutti di essere anche lui un duro quindi si fece avanti spintonando e apostrofando con parole razziste il malfermo che, nel frattempo, lanciò un frustrato urlo gutturale interpretato dall’uomo come una chiara dichiarazione di ostilità.

Deciso quindi a sfruttare gli insegnamenti ricevuti afferrò il polso destro dell’avversario per imporgli una rotazione del torso ma prima ancora di esercitare la sua forza si ritrovò a stringere tutto l’arto destro di Marco Lissa.

Luigi Scaglione impiegò un paio di secondi prima di realizzare quanto fosse successo e rimase paralizzato in un’espressione incredula che rapidamente divenne di terrore. Iniziò a gridare in preda al panico, lanciò il braccio sul volto di Marco Lissa e scappò via correndo a perdifiato con più terrore nelle vene di quanto sangue potesse avere mentre l’altro, ormai senza braccia, lo inseguiva incautamente sulla strada in cui sopraggiungeva un’automobile a velocità sostenuta.

L’impatto sul cofano fu tremendo: il rumore sordo di un tonfo da sacco di sabbia buttato sul cemento misto al contorcimento della lamiera e dei vetri che si incrinavano. Marco Lissa era coricato immobile sull’asfalto quando scesero i due conducenti, due giovanissimi ragazzi che andavano a lavorare insieme.

– Cristo! Lo hai ammazzato!

Disse quello che non stava guidando all’altro che nel frattempo stava piagnucolando frasi incomprensibili con una faccia devastata dall’immediata visione di tribunale e prigione.

– Oddio oddio! Che facciamo adesso?

– Cosa vuoi fare? Chiamiamo un’ambulanza.

Il conducente si riprese subitaneamente senza alcun preavviso o passaggio intermedio, la sua espressione si fece d’improvviso glaciale. Si guardò in giro attentamente e non vide nessuno nei paraggi. Non c’erano case abitate, solo il centro commerciale ancora vuoto per via della mattina di chiusura e qualche capannone lontano da loro.

– No.

– Come no?

– No. Ormai è morto cosa ce ne frega? Vuoi farti rovinare la vita? Guarda! E’ pure senza braccia! Come minimo magari è un veterano invalido di qualche guerra, sai che culo ci fanno se viene fuori? Dobbiamo farlo sparire. La pala ce l’abbiamo in macchina. Prima di ritornare in cantiere lo andiamo a seppellire da qualche parte in campagna. Tanto Gianni non si accorgerà del ritardo.

– Sei pazzo..

– Non lo troverà mai nessuno. O preferisci andare in galera? Dai, dammi una mano a caricarlo nel bagagliaio.

Uno determinato e l’altro poco convinto si avvinarono al cadavere per afferrarlo ma questo si rianimò e iniziò a rantolare rumorosamente.

– E’ vivo! Siamo ancora in tempo!

Ma quello che guidava rimase interdetto solo il tempo di andare a recuperare la pala dal bagagliaio e piantarla dritta in testa a Marco Lissa.
In quel preciso momento smise di muoversi definitivamente.

– Muoviti. Non abbiamo tempo da perdere.

Gli disse gelido mentre rimetteva a posto la pala e si guardava nuovamente in giro.

I documenti compromettenti contenuti nel foglio di plastica furono raccolti poco più tardi da un incaricato delle pulizie che, vedendo ben chiaro il nome dell’azienda che un paio di anni prima si era resa responsabile di vergognosi licenziamenti di massa, si limitò a gettarlo tra i rifiuti senza nemmeno leggerlo, sperando dentro di sé di aver creato una qualche forma di danno ad un capoccia delle alte sfere che si era perso dei fogli importanti e di aver reso giustizia alle migliaia di vittime dello strapotere economico senza pretendere nulla in cambio per il suo generoso atto civile di vendetta proletaria.

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