Le particelle elementari – Michel Houellebecq

Michel Djerzinski, ricercatore in biologia molecolare, e Bruno Clément, professore di letteratura, sono fratellastri, figli della stessa madre ma non dello stesso padre. Entrambi abbandonati in giovane età patiscono l’incuria parentale con conseguenze totalmente diverse sulla loro personalità. Tanto il primo è un brillante scienziato chiuso in sé stesso e immolato allo studio, anaffettivo e privo di una qualsivoglia vita sentimentale o sessuale, quanto il secondo è invece totalmente ossesionato dal sesso e impegnato a condurre una vita poco vicina ai successi e molto di più al disagio psichico (in una forma diversa dal fratellastro che non si può definire anche lui propriamente “quadro”). Nonostante siano 2195207-MHleparticelle300dpi-285x431 due persone diametralmente opposte, entrambi sono tuttavia accomunuati dalla medesima insoddisfazione nei confronti della propria vita e da una profonda infelicità, che sono i leitmotive della loro esistenza, frutto non solo delle proprie scelte, ma anche della società in cui vivono e delle radici famigliari a cui attingono.

Michel Houellebecq è recentemente tornato a far parlare di sé in corrispondenza dell’uscita del suo ultimo libro Submission, romanzo in cui si ipotizza un futuro con una Francia completamente assoggettata all’Islam (verso cui lo scrittore non nutre grande simpatia, infatti a seguito di alcune sue dichiarazioni nel 2001 venne accusato di “islamofobia” e poi portato a processo ma vinse la causa), esattamente come era riuscito a fare nel 1998 quando era uscito “Le particelle elementari“. Per il suo cinismo, per il gusto alla provocazione (ma talvolta anche per una malcelata misantropia) e la ricerca dello scandalo spesso è stato visto come naturale continuatore (o parallelo vivente) di Louis-Ferdinad Céline con cui, tanto per cominciare, condivide sicuramente una certa trascuratezza della propria persona.

A distanza di 17 anni dalla sua uscita risulta un attimo difficile comprendere appieno quale possa essere il nucleo di scandalo di questo romanzo, ai tempi acclamato all’estero e criticato in madrepatria. Se è vero che lo stile è crudo, a tratti disturbante, diretto e senza fronzoli nonché sessualmente esplicito, una tale scelta non può di certo costituire la partenza per uno stato di accusa. E in fin dei conti, nemmeno la sua visione critica dei rapporti e il cinismo esistenziale di cui è impermeato lo scritto possono in qualche modo rappresentare una grande colpa. Il ritratto impietoso dell’amore libero e delle generazioni hippy potrà anche non essere condivisibile e forse parziale, ma non è nemmeno poi così irrealistico o distante da quella che può essere una parte di verità. Huelllebecq è, in questo caso, una voce fuori dal coro, scomoda, fastidiosa e forse per questo anche in qualche modo necessaria. Perché i grandi ideali si fermano sempre un passo prima delle conseguenze che scatenano.

Se da una parte la libertà sessuale rappresentava un’urgenza indispensabile, il suo salto estremo all’opposto non ha valutato i potenziali effetti sulla generazione successiva rappresentata da Bruno e Michel i quali, privati dell’affetto e della presenza di due figure genitoriali, sono cresciuti nella totale incapacità di gestire una qualunque forma di relazione (“I bambini sopportano il  mondo che gli adulti hanno costruito per loro, fanno del proprio meglio per adattarvisi; e successivamente, in genere, lo riproducono.“) in maniera sana e costruttiva. Il vuoto che li divora è percepibile nell’incomunicabilità dell’affetto, nel muro di distanza che viene innalzato tra i protagonisti e la possibilità di creare un rapporto autentico e profondo che non sia solo un riempitivo momentaneo per attenuare angosce devastanti. Le accuse di pornografia risalenti agli anni ’90 sono ormai cadute poiché evidentemente sciocche (ormai si leggono romanzi più spinti e pure vacui).

Non è la descrizione di un’ammucchiata a rimanere scolpita in memoria ma la desolazione post coito successiva ad una penetrazione “a batteria dai maschi locali” di una riflessione come “la nostra infelicità raggiunge il livello massimo solo quando intravediamo, sufficientemente prossima, la possibilità pratica della felicità”  o la constatazione ingenua che “la tenerezza è anteriore alla seduzione” prima che il mondo adolescente con le sue pulsioni venga invaso da un mondo adulto privo di freni, ma più di tutto, privo di sentimenti. A ricoprire il ruolo principale di questo romanzo sono l’incapacità di amare e la solitudine  di questi personaggi alla ricerca di un calore che pensano di trovare giovamento nel sesso compulsivo o nella sua totale assenza, per poi arrivare alla conclusione che “gli uomini non fanno l’amore perché amano, lo fanno perché sono eccitati.“; sono il disagio e la superficialità o l’amarezza dell’esistenza i veri protagonisti, i corpi nudi sono lo specchietto per chi si ferma all’apparenza.

Un romanzo di difficile definizione perché sebbene sia una sorta di biografia inventata su due personaggi fittizi (con chiari riferimenti autobiografici) aggiunge elementi reali ad elementi di fantasia in un’amalgama coerente e allo stesso tempo bizzarra poiché si muove attraverso critica, cinismo, riflessione esistenziali, dolore e persino fantascienza quando si concede lo spazio per un’escursione profetica in un futuro in cui l’umanità inutile e rassegnata viene sostituita da un’evoluzione di laboratorio (che lascia alquanto perplessi), il cui senso nell’economia della narrazione non è proprio chiarissimo, se non ai fini di un giudizio misantropo sulla bassezza attuale dell’uomo.

Nel complesso, amaro eppure a suo modo anche struggente.

Per concludere si possono usare le parole di Giuseppe Rizzo, giornalista di Internazionale (basta scrivere “Houellebecq” su google e il secondo risultato è il suo articolo), che definisce lo scrittore francese come “una carogna. Un miserabile misantropo e opportunista, un cialtrone, un provocatore, un impostore, un vigliacco, uno che bluffa, uno che esagera ” ma che pure ammette “Sono attratto dalle carogne, penso che arrivino a toccare da più vicino quella cosa che chiamiamo verità. Definisco il concetto di verità: lo specchio rotto in cui ciascuno può vedere cocci di oscenità e speranza, violenza quiete e salvezza, mediocrità, compassione e perdizione, incanto, dolcezza. A questo specchio rotto molti danno anche il nome di “vita”. Le carogne ai miei occhi si assumono il peso di tutto questo, mentre noi possiamo guardarle sbagliare al posto nostro, possiamo biasimarle, condannarle, imparare qualcosa“.

E questo è assolutamente vero quanto lo è per l’altrettanto scomodo Céline.

Quali che siano le caratteristiche di coraggio, di sangue freddo e di humor che uno può sviluppare durante la propria vita, si finisce sempre e comunque con il cuore spezzato. E a quel punto di smette di ridere. Alla resa dei conti rimangono sempre e soltanto solitudine, freddo e silenzio. Alla resa dei conti non c’è altro che la morte.

P.S. A distanza di un anno e mezzo dal termine della lettura mi imbatto all’interno di “Il punto di svolta” di Fritjof Capra in questa citazione di Henry Stapp dell’Università della california: “Una particella elementare non è un’entità non analizzabile, dotata di un’esistenza indipendente. Essa è, essenzialmente, un’insime di rapporti protesi all’esterno verso altre cose.

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