Primo bacio – Racconto

Il cambio faceva un rumore meccanico e quasi rugginoso ma sentiva che mai l’avrebbe abbandonato e lasciato a piedi.

Pedalava con costanza accompagnato dall’attrito dei copertoni ormai consumati dal tempo e dalle scampagnate tra strade sterrate e d’asfalto. La bicicletta blu notte con le forcelle colorate di verde fluorescente brillava sotto i raggi del sole che si riflettevano sulla carena, alternandosi insieme alle ombre degli alberi che stancamente cercavano di raggiungere la cima del cielo allungando a perdifiato i propri rami. Una vite di uva fragola senza frutti gli scorreva accanto sul ciglio della strada mentre l’approssimarsi di una piccola discesa gli permetteva di aumentare velocità con la sola aggiunta di un paio di pedalate e vivere di rendita per almeno una decina di metri di quel moto acquisito.

Fino a quel giorno in strada aveva sempre immaginato di essere un motociclista e di proposito cercava di piegare con la bici tenendo una gamba a squadra come faceva “Mick” Doohan, tuttavia senza gli stessi risultati e credibilità. Una volta infatti fece l’errore di pedalare mentre stava piegando, toccò a terra e si cappottò sull’asfalto facendosi piuttosto male, al contrario di tutte le volte in cui aveva simulato le cadute provando a scodare sulla ghiaia delle stradine sterrate frenando con la ruota posteriore per girarsi in derapata. Era il periodo di croste ed escoriazioni, quel genere di ferite che una volta adulto vengono soppiantate da sofferenze diverse, che crescendo finiscono per occupare uno spazio così lontano nel tempo da smarrire l’idea della loro stessa consistenza dura e rossa con striature giallognole. Croste che andavano ad ornare le ginocchia e i gomiti come gioielli nostalgici dell’infanzia, medaglie al valore di una vita spensierata in cui la sopravvivenza era data dal rialzarsi da una caduta sulla ghiaia e non dalle delusioni e dalle preoccupazioni. Quando ferirsi significava guarire in un tempo accettabile e indipendente dalla propria volontà. Quelle stesse decorazioni dell’esperienza vissuta erano visibili anche sui copertoni della sua bicicletta, ormai consumati fino ad arrotondarsi e a scoprire una parte di telaio, nonché nelle varie ammaccature, righe e abrasioni che la ornavano come cicatrici di altre vite.

Per raggiungere il paese doveva percorrere una strada secondaria che circumnavigava campi di grano e mais, attraverso un’ampia traiettoria a parabola che allungava il percorso ma che era preferibile in quanto molto meno trafficata della via principale. Le fantasie erano però molto diverse quel pomeriggio di primo sole primaverile stemperato da una leggera brezza fredda. Perché in quel momento non gli fregava nulla della moto, della bicicletta e nemmeno del suo eroe “Mick” Doohan. Stava andando da lei e quello era l’unico propulsore per i suoi polpacci. Si sentiva esile come un palloncino, l’aria gli fendeva la faccia e si insinuava delicata nei suoi polmoni mentre un piacevole senso di leggerezza gli divorava lo stomaco e lo faceva pedalare su soffici nuvole vaporose. L’undicenne ancora ripensava eccitato al sabato precedente, al loro inaspettato avvicinamento. Si sentiva in balia di correnti indomabili che attingevano a piene mani dalla forza dirompente della sua prima cotta e che allo stesso tempo risultavano difficili ed indecifrabili. Pensava al suo sorriso, ai suoi occhi, a come si sentiva liquefatto ogni volta in cui l’aveva accanto ma anche alla malizia con cui lei aveva finto di appoggiare involontariamente il suo seno sulla mano di lui, opportunamente aperta sopra le proprie gambe incrociate, mentre erano seduti uno di fronte all’altro. Imbarazzato e colpevole aveva ritratto subito la mano, ma non così rapidamente da non approfittare di quel morbido contatto per alcuni istanti. Lei era molto più spigliata e nemmeno alla suo prima esperienza. In un momento in cui l’altro sesso iniziava a diventare interessante, aveva già baciato molti altri coetanei. Ma non lui. Erano passati cinque giorni da quando si erano detti di piacersi, da quando aveva toccato il suo seno, ma ancora le loro labbra non si erano incontrate. Lei aspettava una sua mossa mentre lui era bloccato dalla timidezza e dall’imbarazzo perché sapeva che sarebbe stato il suo primo bacio.

Arrivò finalmente davanti a casa di lei, suonò il campanello e fu la madre ad aprire la porta verde. Non lo fece entrare ma con un grido chiamò la figlia che subito scese già pronta per uscire. La porta si chiuse alle loro spalle e rimasero soli in un viale di platani completamente deserto. Camminavano affiancati senza toccarsi, tenendo una sorta di distanza di sicurezza, lei con le mani dentro la giacchetta e lui sul manubrio mentre accompagnava la bicicletta tenendola sul suo lato sinistro per lasciare lei sul destro. Lei parlava e sorrideva mentre lui teneva lo sguardo basso e l’ascoltava anche se con la mente focalizzata al desiderio di volerla baciare, di riuscire a cogliere il momento giusto e l’atmosfera migliore durante quel pomeriggio in cui potevano stare insieme. Avrebbe voluto chiederle di stare appartati su di una panchina ma non voleva sembrare troppo sfacciato o interessato solo a baciarla. Si ritrovò quindi a proporle di andare insieme al bar, ipotesi che invece avrebbe dovuto evitare come la peste per non incappare nei loro compagni di classe e in una serie infinita di sfottò che avrebbero reso molto più difficile lo sciogliersi. L’intimità sembrava una condizione decisamente troppo influente per non farlo sembrare un meccanico Mazinga arrugginito, quale appariva nella sua perenne espressione facciale monolitica che non lasciava trasparire nessuno dei suoi marasmi interni ma nemmeno un poco del piacere che provava a stare con lei. Quel tanto sufficiente a non far sembrare che per lui fosse indifferente passeggiare affiancati o sostare davanti ad una discarica abusiva come se fossero la stessa identica cosa. Si maledisse interiormente per lo sciocco passo falso compiuto senza potervi fare più nulla perché ormai lei voleva prendersi qualcosa da bere. Mentre proseguivano per la strada la ragazzina gli raccontava tutto quello che le veniva in mente per riempire quello che sapeva essere il vuoto enorme d’imbarazzo che avrebbe creato la presenza di un solo momento di silenzio. Lui la ascoltava guardando insistentemente a terra e ogni tanto cercava con poco successo di dire qualche frase intelligente senza apparire più impacciato di quanto non fosse, ma la sua testa era comunque ossessionata dall’unico pensiero di baciarla.

Dentro era un fiume in piena, fuori una specie di burattino con la camicia contenitiva.

Arrivarono al bar della piazza principale, una specie di residuato intonso di altri tempi, sciatto e sporco, intonacato da tonnellate di fumo di sigaretta accumulatosi alle pareti in ere di indiscriminati attacchi alla salute degli uomini ma, al contrario della peggior previsione possibile, non trovarono nessuno dei loro coetanei a disturbare la loro uscita. Ed era una incredibile sovrapposizione di coincidenze fortuite perché solitamente si ritrovavano tutti in quel locale a trascorrere i monotoni pomeriggi di paese. Ordinarono una coca cola alla barista, una donna sovrappeso più simile ad un cinghiale che ad un essere umano, e si sedettero in un tavolino vicino alla vetrata coperta da tende ingiallite dal tempo, in una saletta totalmente deserta. Nessuno dei due parlava mentre sorseggiavano la loro bibita. Lui era sempre attento ad individuare il suo momento nonostante in nessun modo la distanza tra loro desse alcun cenno a diminuire e lei iniziasse ad annoiarsi.

Eppure non smetteva di trovare carino il suo essere imbronciato.

Ogni età ha le sue esibizioni di virilità e quando non si possono ancora vantare muscoli sviluppati, meriti sportivi, scolastici o qualità che ancora devono uscire, rimangono solo i videogiochi per far vedere ad una tua coetanea di undici anni di saper fare qualcosa. Una qualunque cosa. Anche qualora si trattasse di vincere contro dieci lottatori fatti di pixel in uno schermo bidimensionale. Estrasse quindi una monetina dalla tasca, la inserì nella fessura e con decisione si aggrappò alla manopola preparando la mano sui tasti, pronto ad uno scontro all’ultimo sangue per la sua bella che di buon grado, anche se un poco delusa, si alzò insieme a lui e si mise al suo fianco a fare il tifo. Fu la partita più breve della storia perché il videogioco andò subito in tilt senza che ebbe nemmeno il tempo di scegliere il suo lottatore favorito, una specie di pugile di strada con scarpe alte e calzoncini rossi seminascosti da una lunghissima chioma, che si resettò da solo dopo aver emesso un suono assordante accompagnato da una schermata blu sgranata.

Si fece restituire i soldi dalla barista che ora aveva iniziato a sudare assumendo molto meno l’apparenza di un cinghiale e più quella di un tricheco appena uscito dal mare e riprovò a giocare allo stesso videogioco. I primi incontri furono facili da vincere ma dal sesto in poi iniziò ad incontrare parecchie difficoltà. Non tanto di tipo oggettivo per sorpassare i livelli, solitamente di complessità crescente, ma di tipo più soggettivo perché nella concitazione dei combattimenti lei si stava facendo coinvolgere dalla scalata verso il boss finale e, nel fare un tifo insistente per sostenerlo, si faceva anche sempre più prossima a lui il quale, in questo modo, percepiva il calore del suo corpo vicino al punto da fargli annebbiare i sensi così tanto da non essere in grado di capire cosa stesse facendo. Tra l’ottavo e il nono quadro gli strinse il braccio e appoggiò la testa alla sua spalla per alcuni istanti prima di lasciarlo giocare. Nel suo cervello mille pensieri si susseguirono in un’esplosione fiammeggiante di sinapsi iperattive ma, più di tutto, si faceva chiara la necessità di vincere assolutamente la partita per avere un abbraccio. Lo stomaco stava diventando piccolo come una pustola e il cuore pompava sangue fino alle più remote parti del suo corpo facendolo sentire accaldato e sudato come il tricheco dietro al bancone. Tra i tanti pensieri latenti c’era anche la disperata speranza di non dare la stessa impressione di umidiccio e appiccicoso poiché si accorse che l’ascella gli si stava pezzando indecentemente. Come se non avesse avuto abbastanza imbarazzi da tenere a bada. La sua testa ormai volava alta mentre si muoveva come un automa eseguendo le sequenze di tasti imparati in un anno di tempo sprecato in sala giochi che per la prima, e forse unica volta nella sua vita, iniziavano ad avere un senso. Entrambi erano concitati all’apparizione del boss finale, un energumeno mostruoso contenuto in un vestito militare blu strappato dalle cui maniche spuntavano lunghi artigli affilati. Fece un respiro profondo ed entrò in uno stato di apnea mentale in cui vide in quell’ammasso di pixel sgranati l’unico ostacolo che si frapponeva al suo tanto desiderato premio.

Iniziò a distribuire calci e pugni come un ossesso in uno scontro che alle prime battute rimaneva equilibrato. Ma la sua motivazione era molto più alta di quella specie di mostro le cui mosse erano decise da un computer senza passioni. La sua passione invece gli stava a fianco e faceva il tifo per lui. Pestava sui tasti come un dannato e ruotava la manopola con tanta foga da far ondeggiare tutta la macchina. Si destreggiò in una serie di sequenze pugilistiche mai provate con cui lasciò il boss finale esanime e dotato di una sola piccola fessurina di energia da levare con un solo pugnetto, di striscio, magari anche a guardia sollevata. Sudava ed era eccitato della imminente vittoria ma in quel momento mancò inspiegabilmente il bersaglio e subito dopo vide il suo avversario innescare una combo di colpi infiniti con cui lo passò al tritacarne senza pietà, continuando imperterrito anche dopo la morte del suo personaggio.

La schermata finale con la scritta “you lose” e il militare, ora con sembianze umane, che rideva sguaiatamente sancirono la sua sconfitta.

Si prese una magra rivincita calciando il videogioco con forza, lontano dalla vista del tricheco, senza accorgersi che con quel gesto aveva involontariamente allontanato lei nel momento in cui si stava avvicinando per abbracciarlo.

Uscirono dal bar e ripresero la loro passeggiata per il paese nell’implicita ricerca di una panchina in cui poter stare insieme, tranquilli, e senza dover spingere la bicicletta che aveva deciso di lasciare al bar. Sarà anche stata utile per portarlo fino da lei ma ora era un ingombro perché voleva tenerle la mano di fronte alla giusta occasione. La trovò in un angolo di una piazzetta defilata, in un punto in cui si potevano vedere le colline ricoperte di vigneti che si perdevano all’orizzonte in mezzo ad una leggera foschia grigia che faceva da contrasto con il verde luminoso dei campi circostanti illuminati dall’ultimo sole della giornata. Appena si sedettero lui ruppe ogni indugio e le prese la mano che stava appoggiata sulla panchina in attesa della sua. La strinse con delicatezza e cercò di godersi quella sensazione che gli intorpidiva la mente e gli faceva pulsare le vene con vigore.

Si avvicinò con garbo e girò il volto verso di lei che simultaneamente fece lo stesso. Si guardarono negli occhi. Finalmente sentiva che era arrivato il momento giusto, lo volevano entrambi. L’imbarazzo stava scemando e andava a sedimentarsi sul fondo di un barile limaccioso.

Una voce alle loro spalle li interruppe.

Erano due ragazzi di terza media che si avvicinavano alla loro panchina.

Riconobbe uno dei due. Quando erano entrambi alle elementari si ricordava che gli raccontava le barzellette per farlo ridere. Ma le scuole medie sono un mondo diverso e quando lo rincontrò per i corridoi e lo salutò, quello si limitò ad osservare che avevano la stessa tuta da ginnastica e che si poteva morire per una cosa come quella. Parole stupide. Di ragazzini stupidi che vogliono sembrare grandi, in un’età in cui due anni di differenza mettono soggezione al punto da sembrare un divario incolmabile.

Si misero uno dietro di lui e l’altro dietro di lei. Prima li schernirono e poi, avendo ben chiaro quello che stava accadendo, decisero che spettava a loro gestire quel momento. Parlavano tra di loro come se la coppia non esistesse, come se fossero due piccole bambole da maneggiare. E tali divennero dopo poco. Li obbligarono a girarsi uno verso l’altra. Ma ancora la situazione non funzionava e non bastava nella meccanica necessaria allo scopo. Li osservarono mentre stavano fermi nella posizione che gli avevano imposto e ad alta voce constatarono che mancava qualcosa. Gli inclinarono la testa di lato, una da una parte e l’altra dalla parte opposta. Ora era tutto pronto, convennero. Lei sembrava indifferente a tutto quello che stava accadendo, continuava a sorridere. Forse gradiva comunque le attenzioni di due ragazzi più grandi, forse non aveva alcun interesse al modo in cui si sarebbero baciati. Lui invece si sentiva intimorito, sentiva di dover reagire ma erano due, più grossi e a differenza di altri suoi amici non aveva un fratello più grande a proteggerlo. Era da solo, un bersaglio facile che ancora si sentiva piccolo e indifeso. Un ragazzino che fingeva di andare in moto pedalando sulla sua bici.

Ma non voleva che quello fosse il ricordo del suo primo bacio e che tutto si contaminasse in quel modo.

I due nel frattempo misero le mani sulle loro teste e iniziarono a spingerli l’uno contro l’altro affinché si avvicinassero. Lei lo guardò con la stessa espressione sorridente con cui l’aveva accolto sull’uscio di casa e per nulla spaventata. Lui si sentiva umiliato e impotente.

Ma non voleva che quello fosse il suo primo bacio.

Radunò quella parte di rabbia che sentiva per la frustrazione della prepotenza che stava subendo e allontanò le mani dalla sua testa con stizza. Avrebbe voluto picchiarli a sangue ma non ci riuscì. Nemmeno ci provò. Non ebbe abbastanza coraggio. Ci sono ostacoli che a volte sembrano molto più grandi di quanto non siano in realtà e paure ingigantite dalle insicurezze; due anni di differenza sembravano tantissimi su corpi percepiti come più imponenti, senza che probabilmente lo fossero realmente. Seppe solo allontanarsi lentamente da quella panchina con lei che lo seguì dopo poco e lo raggiunse senza dire niente. Voci alle loro spalle accompagnarono la loro camminata. L’aveva delusa ed era deluso di sé. Recuperò la bici e poi la riaccompagnò a casa senza più nessuna voglia di fare nulla, affondato nella sua vergogna. Rifece la stessa strada dell’andata con l’animo più pesante, con un ingombro più grande del silenzio che lo circondava, pedalando non sull’asfalto ma sul proprio corpo schiacciato dall’incapacità. Doohan non era più nessuno e la bici era solo una bici mentre il tramonto indifferente sanciva la fine di una giornata da dimenticare in cui era stato capace di salvare troppo poco rispetto a quello che avrebbe voluto.

Si baciarono la sera del giorno dopo.

Ma la mattina seguente la incontrò per strada e lei tirò dritto senza rivolgergli la parola. Lui trasalì senza capire cosa stesse succedendo, fino a quando un suo compagno di classe che arrivò subito dopo gli disse che lei non sapeva come lasciarlo.

Quello che non seppe mai era che il compagno aveva fatto credere a lei la stessa cosa poco prima che i due si incontrassero ed entrambi credettero a quelle parole senza nemmeno parlarsi.

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