La versione di Barney – Mordecai Richler

Barney Panofsky è un ricco produttore televisivo ormai anziano che decide di scrivere una sua autobiografia per rispondere alle accuse contenute nel libro di un sua vecchia frequentazione in cui viene indicato come l’omicida del suo amico scrittore Boogie. La versione di Barney su come si sarebbero realmente svolti i fatti diviene invece anche l’occasione per setacciare tutta la vita del protagonista, le sue nefandezze, le sue amicizie, i suoi viaggi, la sua famiglia ma anche le sue tre ex-mogli, le quali scandiscono la sua esistenza in tre4919_barney_1251275518 spartiacque diversi che, invece di delimitare nette separazioni, finiscono per amalgamarsi nel ricordo e a sovrapporsi in un discorso reticolare senza alcuna linearità cronologica, come del resto è la vita vissuta dalla prospettiva della propria interiorità, in una commistione continua di tutti i vissuti che possono saltare alla mente in qualunque momento.

La versione di Barney riposava sul mio comodino ad accumulare polvere da non meno di sei anni perché lo acquistai almeno un anno prima dell’uscita del film e sulla cui onda provai ad approcciarlo una prima volta. Senza successo, perché già dalle prime pagine non riuscivo ad entrare nella lettura e abbandonai subito. Non era ancora arrivato il suo momento, ci vuole l’ispirazione giusta per leggere. Mi è ritornato in mente in corrispondenza di un viaggio lungo e ho sentito che quella poteva essere la volta buona. E lo è stata perché si tratta di un ottimo romanzo incentrato tutto sul suo discutibile protagonista, irascibile, rancoroso, molesto, ubriacone, incallito fumatore, volgare e fastidioso ma non per questo sgradevole. Le sue memorie coinvolgono e si parteggia per questo sfortunato antieroe dall’inizio alla fine. Perché nel suo ruolo attivo dell’essere causa del proprio male è allo stesso tempo un cialtrone sfigato che si trova in mezzo alle circostanze suo malgrado (fino ad un certo punto..). O almeno mi piace pensarla così, perché quella che ci racconta in prima persona è pur sempre la sua versione dei fatti. Tuttavia Barney non addolcisce la pillola, non si loda, non vuole passare per martire e nemmeno per santo ma percorre tutte le sue bassezze come il cazzone o lo shmuk (Dal glossario a fine romanzo: “Epiteto volgare per l’organo sessuale maschile; imbecille, carogna“) che ammette di essere dall’inizio alla fine. Ma forse esagera, forse no. Non è importante perché tanto quella è la versione di Barney e tale va presa. Riesce infatti a risultare simpatico alla fin fine, nel suo essere uno shmuk, per la sua “garbata” ironia (“Gli ho solo detto che è il solito cazzone di Toronto ma del resto ho sempre avuto un debole per gli eufemismi“) e per l’assurdità prossima al comico di alcune situazioni in cui si trova. Nella sua movimentata storia c’è però un solo altro punto fermo insieme al totale disprezzo per il mondo: l’amore nei confronti della sua terza moglie Miriam, il cui incontro è un insieme di folgorazione, naturalezza e le peggiori figure di merda che un essere umano potesse collezionare in una volta sola. Un personaggio sfaccettato, a suo modo ingombrante, la cui eredità viene raccolta dai figli, se non caratteriale nella sua completezza, sicuramente negli atteggiamenti. Per questo nei modi di esprimersi molto simili si riconosce il passaggio parziale di continuità tra le due generazioni (il figlio Saul è solito imprecare tre volte come il padre Barney: “cazzo, cazzo e cazzo“, “Merda, merda e merda“), perché volenti o nolenti qualcosa dei genitori lo abbiamo sempre, nostro malgrado, a ricordarci di chi siamo figli.

Un libro decisamente piacevole e scorrevole, divertente, non commovente ma a tratti senza dubbio molto delicato e tenero, senza tralasciare il lato cazzone quanto il suo protagonista, confezionato con uno stile originale e coinvolgente.

Nota superflua : Ad un certo punto Barney si rammarica che nessun gentiluomo da Porlock fosse arrivato a fermare  il romanzo di Terry McIver in cui lo si accusava di aver ucciso l’amico per il bene della letteratura. E qui realizzo quanto la storia dell’uomo da Porlock sia in realtà evidentemente arcinota e proprio per questo usata da Douglas Adams in Dirk Gently..

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