Le correzioni – Jonathan Franzen

Enid Lambert è una donna insoddisfatta della sua vita e della sua famiglia (“i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli“) dalla mentalità provincialotta e giudicante, attaccata alle apparenze che, a seguito del peggioramento del Parkinson del marito Alfred, insiste ossessivamente con i suoi tre figli affinché si possa fare insieme quello che lei ritiene essere l’ultimo Natale con tutti Lambert riuniti intorno allo stesso tavolo. Il progetto è tuttavia di difficile realizzazione sia per il disinteresse di Alfred, da sempre uomo dispotico e mentalmente rigido, che per quello dei figli le cui vite stanno attraversando periodi difficili. Chip è un brillante insegnante universitarioimage_book.php che compromette la sua carriera dopo aver avuto una relazione con una studentessa, Gary è un pragmatico dirigente di banca costretto ad affrontare un matrimonio infelice con una moglie infantile, sciocca e manipolatrice che lo rende depresso mentre Denise, chef di successo, si complica continuamente la vita con relazioni amorose molto travagliate e morbose.

Un romanzo veramente straordinario dal punto di vista della narrazione e dello stile di scrittura. Fluido, affascinante, senza nessuna caduta e semplicemente colmo di contenuti e di riflessioni sotterranee sulla famiglia occidentale attuale, in un crudo spaccato indimenticabile. Bret Easton Ellis, all’interno di una delle sue solite polemiche contro David Foster Wallace (questa volta per l’uscita di un film sullo scrittore interpretato da Jason Segel di How I met your mother che, tutto sommato, ha l’aria di essere una stronzata) ha persino dichiarato che “le correzioni è un libro che spesso ho ammesso con i giornalisti che mi sarebbe piaciuto aver scritto” (“Non fate un santino di Foster Wallace“, Repubblica, Lunedì 17 Agosto 2015), anche se non è dato sapere se si tratti di onestà intellettuale o un ulteriore subdolo colpo per sminuire lo scrittore morto suicida di cui Franzen era notoriamente molto amico. Tornando al romanzo, dalle prime pagine si rimane incollati a seguire le vicende dei Lambert, delle loro introspezioni, pensieri, idiosincrasie, conflitti passati, dinamiche inconsce (“E adesso era giunto il momento, secondo la storia che Denise si raccontava su se stessa, che lo chef si tagliasse a pezzi e li desse in pasto ai genitori affamati“)  e rabbie presenti in un calderone melmoso talmente pregno di significati che è veramente impossibile liberarsene. Al contrario, si rimane invischiati fino in fondo in un complesso quadro nevrotico che può essere quello di una qualunque famiglia con tutti i suoi trascorsi. Le correzioni del titolo sono quelle che tutti i personaggi cercano a turno di applicare alla propria realtà esistenziale nel tentativo di capire e affrontare tutto quello che non sta funzionando in contemporanea agli errori commessi, la cui origine e le cause di entrambi tuttavia si perdono in remoto passato ormai seppellito in rancori e fraintendimenti che invece continuano a sopravvivere attraverso dinamiche consolidate negli anni. Il pesante bagaglio che ognuno di loro trascina dietro di sé (Gary sul padre: “Quell’uomo era già depresso prima di andare in pensione. Era depresso quando era ancora in perfetta salute“) ha contribuito a creare disagi difficilmente affrontabili nel presente senza la possibilità di fare pace con il pattume accumulato dall’esperienza di cui, alla fine, siamo anche il prodotto (insieme a tutta un’altra serie di fattori). L’importanza delle correzioni ha una valenza ossessiva, esemplare Chip impegnato a ricorreggere continuamente e levigare senza fine sempre le stesse pagine iniziali della sua sceneggiatura ma troppo preso dai dettagli da migliorare per proseguire oltre e per poi giungere alla conclusione che “aveva perso le tracce di ciò che voleva, e poiché una persona è ciò che vuole, si poteva dire che avesse perso le tracce di se stesso.“. Ed è la storia di qualunque persona. Ci si intestardisce di fronte ad una realtà insoddisfacente cercando di cambiare i piccoli dettagli perdendo di vista il quadro generale disfunzionale di cui ci si accontenta, spesso per paura. Tuttavia, non è dato sapere se la soluzione sia un cambio rivoluzionario (la stessa parola in origine indica un ritorno al punto di partenza perché deriva dal moto di rivoluzione terrestre) con cui sovvertire l’ordine costituito o una sua semplice accettazione come realtà di fatto. I cambiamenti sono spesso avvenimenti che accadono di per sé ma non è detto che portino necessariamente ad un miglioramento (Gary : “L’unico effetto garantito di una relazione [Extraconiugale n.d.r.] sarebbe stato quello di inserire nella sua vita un’altra donna che lo disapprovava“) se non sono accompagnati da risoluzioni interiori perché ci si ritroverà inevitabilmente a commettere gli stessi errori che ci hanno condotti a quel punto e in situazioni assolutamente sovrapponibili a quella che ci hanno fatto stare male.

Franzen viene incluso in quel genere che fa capo alla letteratura postmoderna (“PoMo. Post Moderno. Ok. Strano per essere strano” [cit.]) conosciuto come “realismo isterico“, termine coniato dal critico James Wood che “descriveva un romanzo caratterizzato da personaggi border-line, da frequenti digressioni e da una prosa eccessiva e maniacale, appare particolarmente indicata per definire il rapporto tra gli scrittori contemporanei e la realtà” (Treccani), in cui possono essere annoverati alcuni dei più grandi scrittori contemporanei tra cui Thomas Pynchon (il cui modo di scrivere in V mi era risultato decisamente molto più pesante), Salman Rushdie e lo stesso David Foster Wallace. A differenza proprio di quest’ultimo però, in un’articolo (“Care femministe non smetterò di essere maschio” – Repubblica – Lunedì 24 Agosto 2015) a lui dedicato per l’uscita del nuovo libro, Emma Brockes sostiene che Franzen non sia mai stato di moda proprio perché “non è uno scrittore d’avanguardia e prende tutto troppo sul serio per lo stile postmoderno“. La visione che si prenda troppo sul serio è parzialmente confermata da alcune sue affermazioni (che tuttavia trovo molto condivisibili) per esempio sui social media “sembrano un racket di protezione. Se non fai parte di questi meccanismi, il cui obiettivo primario è quello di massacrare le reputazioni, la tua reputazione sarà massacrata. Perché dovrei alimentare un simile meccanismo?” (Stesso articolo del 24 Agosto 2015), da alcune scenate con “reazioni indisponenti” senza alcun pentimento (ancora l’articolo del 24 Agosto…) a seguito della richiesta della troupe televisiva di Oprah Winfrey di posare di fronte ad un luogo del suo passato con aria malinconica (direi lecite visto che la richiesta è stupida e pretende una finzione) e dalle numerose polemiche con associazioni naturaliste (in questo caso per qualche posizione abbastanza bizzarra dello scrittore, peraltro appassionato di birdwatching, il quale sarebbe convinto che la sopravvivenza degli uccelli non sia minacciata dai cambiamenti climatici ma dalla caccia e dalla collisione con con pareti di vetro..) o con chi lo accusa di sessismo (Sempre del 24..). Non sarà di moda o di avanguardia ma è sicuramente un personaggio interessante per le sue visioni critiche della modernità, per la sua prosa veramente elegante, per il suo occhio sulla società e per alcune sue idee in leggera controtendenza a chi ci vuole sempre più assorbiti dalla rete globale.

Oppure vuole solo far parlare più di sé visto che a parlare di David Foster Wallace c’è sempre Bret Easton Ellis.

Per concludere, una citazione significativa sull’immagine italiana all’estero:

La nostra produzione pro capite annua di elezioni è la più alta del mondo. Supera persino quella dell’Italia“, il Lituano Gitanas da, ovviamente, “Le correzioni“.

 

 

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