La leggenda del santo bevitore – Joseph Roth

Andreas Kartak è un senzatetto (termine compromesso tra l’edulcorato ipocrita clochard e il dispregiativo barbone) che vive sotto i ponti lungo la senna. Una notte riceve in dono 200 franchi da un uomo e si impegna a restituirli entro la domenica successiva. Una serie di avvenimenti si susseguono e alternativamente gli faranno spendere quei soldi in alcune circostanze mentre in altre gli permetteranno di mettere da parte ulteriore denaro in un continuo andirivieni che un po’ lo avvicina e un po’ lo allontana dall’obiettivo di estinguere il suo debito.

Brevissimo racconto autobiografico di Joseph Roth (talmente breve che l’edizione Newton 9788854169746.500Compton di 124 pagine è stata resa più corposa da un saggio iniziale di 50) pubblicato postumo nel 1939, da cui nel 1988 è stato tratto il celebre film omonimo di Ermanno Olmi ed è stato anche citato nell’albo numero 75 di Dylan DogIl tagliagole” (del resto, esiste veramente qualcosa che non sia stato citato in Dylan Dog?), in cui l’autore austriaco, famoso per aver scritto sulla dissoluzione dell’impero asburgico e averne descritto di conseguenza la perdità di identità e la sensazione di smarrimento del suo popolo, si cimenta con una visione personale ed intimista dell’acolismo, problema che lo affliggeva e che lo condusse inevitabilmente alla morte (la causa ufficiale è una polmonite con complicazioni derivate da una crisi di delirium tremens), di cui forse lo stesso Roth ne presagiva le potenziali responsabilità future (“Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella.“), come di lì a poco effettivamente sarebbe accaduto.

Racconto scrive in maniera lineare e pulita, con una prosa chiara e limpida, a tratti etereo, eppure contemporaneamente così incisivo ma anche garbato nell’entrare immediatamente nell’immaginario del lettore. Non è solo il racconto della ricerca di un proprio posto, dell’assenza di identità, dell’emarginazione, dell’alcolismo ma forse il testamento sognante di chi si augura un poco di sollievo, anche solo sulle batture finali, dopo una vita trascorsa tra colpe e tragedie compresa quella del proprio essere (“Non era bello vedere con i propri occhi il proprio tracollo. E finché uno non era costretto a vederlo, era quasi come non avere un viso o avere ancora quello vecchio, che risaliva al tempo precedente la rovina.“). La narrazione assume quasi toni “fiabeschi” nel gestire vicende in cui l’elementi “fantastico” (per modo di dire) sembra fare capolino nella successione di coincidenze fortuite che premiano inspiegabilmente Andreas mentre la sorte (e qualche figura amica) gli viene in soccorso per riuscire a mantenere la parola data che, sostanzialmente, forse è l’ultima qualità ad essergli formalmente rimasta. Perché se in qualità di senzatetto ha perso tutto, Andreas vuole dimostrare in qualche modo di non essersi imbruttito così tanto da perdere sé stesso, perché, per citare una frase di Hemingway, “se un uomo ha avuto una cosa una volta, ne rimane sempre un poco“, nonostante tutto.

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