La morte di Artemio Cruz – Carlos Fuentes

Artemio Cruz è stato tante cose nella sua vita, guerrigliero rivoluzionario, latifondista, giornalista, politico, … ma ognuna di queste mansioni si è svolta esclusivamente sotto l’ombra dell’inganno, della corruzione, della vigliaccheria e della bassezza. Spietato e cinico manipolatore ha sempre vissuto nel culto di sé stesso e dei propri interessi. Colpito da un malore improvviso si ritrovare costretto a letto  circondato solo dal disprezzo della figlia e della moglie a tracciare un bilancio della sua vita facendo il conto dei guadagni e dei fantasmi che ne hanno condizionato l’esistenza, La-morte-di-artemio-cruz_TS1ripercorrendo le tappe che lo hanno portato ad essere un uomo deprecabile, in cui solo la distante malinconia di qualche amore e della sua lontana incomunicabilità vissuta riesce a conferirgli una parvenza di umanità.

Sulla carta una trama interessantissima sviluppata da uno degli autori considerati come un pilastro della letteratura in lingua spagnola del secolo scorso che va a sezionare la realtà brutale e violenta di una vita che ha raggiunto l’apice sociale del potere come quella di Artemio Cruz, personaggio controverso e matafora di un mondo sommerso e nascosto tra le fila della politica. L’asservimento al denaro passa sopra ogni ideale e la scalata verso il potere non conosce ostacoli sul cui altare viene sacrificato tutto: i valori, la famiglia, l’amore, mentre le parole di un compagno di causa rivoluzionaria (“l’azione contamina e costringe a tradire se stessi, quando non è dominata dal pensiero puro“) divengono la lapide ideale dell’umanità di Artemio Cruz, della cui morte le mani sono sporche di sangue. Una denuncia spietata e forte di una violenza radicata e non sradicabile che termina con un conto negativo fatto di tanti “se” e di occasioni cruciali in cui fare una scelta piuttosto che un’altra avrebbe avuto la chiara conseguenza di portare ad un’esistenza migliore di cui il protagonista sembra accorgersi superficialmente negli ultimi avanzi di istanti, quelli in cui non esiste la possibilità di riscatto, forse alla fine riconsiderando il pensiero che “se penso a quello che ho fatto ieri non penserò più a quello che sta succedendo“. Lo stile di Fuentes è azzeccato nelle sue scelte, costruisce il racconto di una vita svelandolo ad associazioni e digressioni continue, con salti temporali senza alcuna linearità che confondono e disarmano anche con continui cambi di narrazione e punto di vista che switchano dal protagonista ad altri personaggi di volta in volta e con l’ausilio anche di un narratore esterno, senza alcuna cesura chiara, smarrendo i limiti ben definiti tra le varie persone: sta parlando Artemio in un flusso di coscienza e senza preavviso si passa ad un altro, come se ogni parte della realtà non fosse altro che un pezzetto del protagonista stesso ormai senza confini.

Nella pratica è un libro veramente pesante da leggere (nella mia personale classifica si piazza al terzo posto dopo “Il tamburo di latta” di Grass e “Cuore di Tenebra” di Conrad) perché troppo pregno e colmo di passaggi pesanti, macchinosi, eccessivi nella loro pomposità e retorica al punto da far cadere l’attenzione dopo poche righe. A tratti confusionario nei suoi salti continui che saranno pure stilisticamente interessanti ma dopo un po’ non si capisce una mazza e si legge per consuetudine piuttosto che per interesse (nel caso uno si imponga di proseguire nella lettura) e a tratti sofferente di esasperazioni stilistiche, come le due-tre pagine consecutive con parole alternate da puntini di sospensione che, pur rendendo concettualmente, risultano piuttosto fastidiose e perdono la loro efficacia nel prolungamento oltre la misura dell’accettabilità; tutti fattori che in qualche modo inficiano sulla scorrevolezza della narrazione.

Idea veramente suggestiva e concettualmente ispirata ma troppo appesantita da quella stessa concettualità che dovrebbe farne da motore in quella che è considerata una delle opere migliori del compianto Carlos Fuentes, scomparso nel 2012, di cui si può ritrovare la stessa avversione per il potere corrotto riscontrata in questo romanzo nella dichiarazione “Peña Nieto non può essere presidente per la sua ignoranza” (da wikiepedia, senza fonte) rivolta a quello che allora era solo un candidato presidenziale, mentre attualmente è in carica proprio in quel ruolo nel Messico, che assume un valore diverso se riletta in chiave degli eventi del 26 Settembre 2014 che sono costati la vita a 43 studenti rapiti, uccisi e sepolti in un attacco congiunto tra polizia e narcotrafficanti, ordito secondo l’accusa da José Louis Abarca (sindaco della città di Iguala nello stato di Guerrero in cui si sono svolti i fatti) e la moglie Maria de los Angeles Pineda. L’amante della donna sarebbe Angel Aguirre governatore dello stato di Guerrero molto amico di Peña Nieto che alcune voci lo indicavano come informato sullo stato di criminalità e di corruzione imperante in quella zona del Messico ma che deliberatamente avesse preferito non fare nulla (Francisco Goldman, The New Yorker, Stati Uniti, da Internazionale 7/13 Novembre 2014).

 “Tu sarai quel bimbo che viene sulla terra, la trova; si libera della sua origine, trova il suo destino, oggi che la morte rende uguali l’origine e il destino e fra i due, malgrado tutto, fissa il filo della libertà.

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