La bilancia esistenziale

Una bilancia rotta non è un dramma. Soprattutto se non è quella su cui mi stavo pesando durante le feste di Natale ma è quella alimentare della cucina. Una di quelle vecchie con un quadrante circolare e una lancetta rossa che non arriva oltre i 3 kg. Perché la roba troppo elettronica mi sta sulle palle. La vecchia bilancia si rompe dopo anni di mia dipendenza e la lancetta rossa invece di stare in corrispondenza dello zero si assesta su 500 g. Non si può fare finta che quello diventi il nuovo zero e non pesare nulla sopra i 2,5 kg. Ho provato, non funziona.

Ora che ci penso, forse è un dramma. Devo sostituirla in fretta. Non sono in grado di farmi la pasta senza pesarla. Andare ad occhio finisco sempre per farne mezzo chilo ed è decisamente troppa, usare piatti e pugnetti mi sa di approssimativo e già sono terrorizzato all’idea di farmi venire la panza in pochi mesi. Non voglio nemmeno pensare alle conseguenze della deprivazione da qualsiasi altro strumento del quotidiano. Anche se a volte mi capita di guardare la penna come un oggetto strano, quasi come un osso da sbattere a terra. A tenerla in mano quelle due o tre volte in  cui la uso mi vengono i crampi al polso. Quando lo faccio sento sempre risuonare “Così parlò Zarathustra” e non me ne spiego il motivo. Cerco di mantenere la calma e sedare il panico in chi,  colto dal terrore senza nome e dalla desolazione dell’abbandono, spera di aggiustare la bilancia prendendo ripetutamente a pugni il piatto (“Che cazzo fai? Perché non la usi per farci due palleggi già che ci sei?“) fino a quando non mi faccio coraggio e decido di affrontare l’ardua impresa di riparazione. Mentre inizio a smontarla con fare timoroso (sentendomi un chirurgo e un Dottor Frankenstein) immagino i complicatissimi congegni meccanici che la muovono, fatti di sofisticati contrappesi e molteplici ingranaggi che permettono il miracolo del peso con la certezza che l’unica mia speranza di riuscita sia solo quella di risolvere qualche incastro in quel guazzabuglio di robe.

Apro.

E scopro  che dentro non c’è niente.

Niente.

L’ho pagata non so quanto e dentro non c’è un cazzo di niente. Solo una molla e mezzo meccanismo. Non so nemmeno se essere incazzato, stupito o deluso. Preso da tormenti esistenziali improvvisi inizio a pensare che quella bilancia sia una perfetta metafora della vita, altro che Céline e Gogol’. Sempre a cercare modelli di spiegazione astrusi e complicatissimi per eventi in realtà banali e che invece si possono spiegare altrettanto bene con meccanismi semplici. Il maledetto Rasoio di Occam. Quello che ti evita figure di merda come attribuire la scienza alla stregoneria. La stessa che istericamente veniva mandata al rogo per ignoranza in tempi passati e che ora non se la passa molto bene. E mi chiedo se la vita non sia veramente molto più semplice di quanto non la si voglia fare. Ma sono certo che la sensazione di fronte ad una simile conclusione sarebbe la medesima nel trovarsi di fronte alla bilancia vuota. Sentirsi leggermente preso per il culo. Un po’ come leggere intense speculazioni, arrovellarsi come dei dannati e poi scoprire che la migliore approssimazione scritta è una frase tautologica tipo “vivere è vivere”. E che per giuntà è pure  vera.

Che delusione.

Ma non mi basta. Durante la notte sono tormentato da sogni in cui mi colpevolizzo e mi dico che in realtà è tutta colpa mia che il problema non è il contenuto di quella cazzo di bilancia ma il fatto che ormai non mi stupisco nemmeno più. Guardo una cosa che non ho mai guardato prima, scopro che è totalmente diversa da come l’avevo immaginata e l’unica mia reazione è “eh, vabbè“. Da dove mi viene questa rassegnazione? Veramente sto diventando così impermeabile? O forse sono solo elastico? Ma poi tutto si fa confuso e nella veglia sfuma d’importanza. I pensieri perdono il filo che li collegava e diventano insignificanti. Come leggere filosofia. I ragionamenti sono chiari e filano fino alla fine, ma se dimentichi una sola frase non capisci più come si è arrivati a certe conclusioni e finisci per rimanere con una frase in mano senza sapere cosa voglia dire e da dove arrivi. Il che non è un dettaglio trascurabile perché ne venga riconosciuta l’attendibilità. E’ un po’ come trovarsi in una via con una birra senza sapere dove la si è presa, con chi si era, in quale città ci si trova e perché.

Che per il Rasoio di Occam si può riassumere con la parola “demenza“.

Mentre elaboro queste elucubrazioni inutili ricordo che questa delusione di fronte ad una molla non mi giunge poi così nuova. Ed una risata echeggia nella mia testa con le fattezze della professoressa di fisica del liceo che mi suggerisce una sola parola : “Newton“. Mi rispolvero allora la differenza tra massa e peso, la forza e ricordo che c’era in mezzo a tutte queste robe anche lui : il dinamometro.

Un’altra molla del cazzo che fa pensare a qualcosa di molto più complicato.

Ah, Eh vabbé.

Da oggi solo bilance elettroniche.

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12 thoughts on “La bilancia esistenziale

  1. Ebbi la stessa delusione quando, anni e anni fa, aprii il mio Atari 2600. Una enorma scatola di plastica completamente vuota, dentro solo una schedina con un circuito stampato.

  2. Da bambina (ed era un bel po’ di tempo fa) avrei aperto tutti gli oggetti di questo tipo per la curiosità di sapere come erano fatti dentro, ma come è ovvio che sia, non me lo lasciavano fare, ho potuto smontare solo il biberon del mio Cicciobello per capire com’era possibile che girandolo sottosopra il “latte” sparisse. E la prima volta che ho aperto un PC mi brillarono gli occhi.

      • La curiosità è rimasta, e lo stupore anche. Sono affascinata da tutti i meccanismi, dagli orologi a carica manuale ai minuscoli PLC che si interfacciano con gli enormi laminatoi dell’acciaieria per cui lavoro. Sono affascinata dal processo produttivo che trasforma rottami d’acciaio in materia prima per posate di prim’ordine. Sono rimasta a bocca aperta davanti alla “Notte stellata” di Van Gogh e ci rimango ogni volta che premo play su “The great gig in the sky” dei Pink Floyd pure se l’avrò ascoltata mille volte. Pur facendo un lavoro altamente tecnologico, o forse proprio per questo, mi stupisco di ciò che la mente umana riesce a creare. Forse è proprio la mente in tutte le sue sfaccettature ciò che desta la maggior curiosità e stupore 🙂

Secondo me....

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